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SONDAGGIO
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  Sì, la squadra ha le possibilità di tornare a giocarsi la Champions
  No, è presto per fare certi giudizi e servirà un mercato invernale importante
  Sì, col rientro progressivo degli infortunati la squadra è da titolo
  No, troppa la differenza con le big spagnole, inglesi e tedesche

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La scheda di Carlo Nesti

Nesti: "La storia dei miei mondiali - parte 1: 1970-1982"

03.06.2014 11.02 di Chiara Biondini  articolo letto 15445 volte
Fonte: Carlo Nesti

Durante i Mondiali di calcio 2014, garantirò, in questi spazi, il commento-pagella delle partite dell'Italia, e degli altri incontri principali.

Inoltre, una sintesi audio-video Youtube delle fasi salienti delle partite degli azzurri.

Ascolterete la mia voce in televisione su Top Calcio 24, e in radio su Radio Sportiva.

Nella marcia di avvicinamento all'evento, vi propongo una serie di ricordi personali, legati proprio alla storia della manifestazione.

TOLUCA, 11-6-1970

ITALIA-ISRAELE 0-0

NON TOCCATEMI CAROSIO

La partita Italia-Israele, terzo impegno nel Mondiale messicano degli azzurri di Valcareggi, dopo Svezia e Uruguay, si gioca l'11 giugno 1970 alle 16,00 di Toluca, e cioè alla mezzanotte italiana.
I genitori decidono di lasciarmi da solo a casa, preferendo il cinema e il post-cinema, scelta per me assolutamente blasfema, alla visione della prima fase della gara.
Che strana sensazione restare in raccoglimento, in compagnia del televisore, a quell'ora, e per giunta per vedere un incontro di calcio, evento legato a ben altri momenti della giornata!
Contro Israele basta pareggiare per qualificarsi, ma il risultato più ambito è liberare Gigi Riva dalla tremenda psicosi dell'astinenza da gol, perché deve trascinarci in finale.
Mi siedo per terra, sul tappeto, sotto lo schermo, pronto a sospingerlo verso la rete avversaria tutte le volte che ne ha bisogno: unico, grande, irrinunciabile condottiero.
La telecronaca è di Nicolò Carosio, il "giocattolo" inafferrabile della mia infanzia, quella voce che vale più di macchinine e soldatini, emozione continua e sempre nuova.
Nessuno può sapere, né io né lui, che sarebbe stato il suo ultimo racconto di un match della Nazionale, alla fine di una carriera cominciata addirittura agli albori degli anni 30.
L'Italia attacca, ma la porta di Visoker restava involata, e così, nel secondo tempo, Valcareggi inserisce Rivera al posto di Domenghini, udite, udite, in tandem con Mazzola.
Riva gioca una partita nella partita, come se la rete personale potesse equivalere a una iniezione di ossigeno, del quale, in altura, si sente pesantemente la rarefazione.
Con Rivera in campo, aumentano gli assist, e Gigi segna non una, ma 2 volte, in entrambe le occasioni illuso e disilluso dagli annullamenti dell'arbitro Vieira de Moraes.
Dopo il secondo gol negato, corro idealmente con lui verso il guardalinee di colore, che ha sbandierato l'irregolarità, e a Carosio viene attribuito un rabbioso: "Quel negraccio del guardalinee etiope!".
L'incontro finisce 0-0, e intorno alle 4,00 di notte vengo colto dalla prima delle 3 crisi di sonnambulismo della mia vita, risvegliato da mio padre in piedi al centro della camera da letto.
Nei giorni successivi apprendo 2 cose: che stavo gridando "Riva, Riva!", come un assatanato, e che Carosio era stato punito, per una frase mai pronunciata, su protesta dell'ambasciata etiope.
Mi sento tradito dalla televisione, beffato dalla Rai, offeso da un mondo cattivo che non capisce gli stati d'animo di un attimo, quelli che arrivano, e ti possono costare caro per sempre.
Non sono ancora in grado di valutare la veridicità di quanto Nicolò ha detto, perché in cuor mio lo ho già perdonato, e perché, ad uno come lui, regalerei sempre una carezza.

CITTA' DEL MESSICO, 17-6-1970

ITALIA-GERMANIA OVEST 4-3

LA NOTTE DELLE NOTTI

E' la veglia di Italia-Germania Ovest a Città del Messico, l'inizio dell'estate ha già riscaldato l'aria, e le finestre di tutte le case sono aperte, liberando i caotici suoni in arrivo da lontano.
Uscendo in terrazzo, sul far di mezzanotte, mi accorgo che il cortile sembra diventato una sorta di Piazza San Pietro, quando la voce del Papa viene replicata all'infinito.
Nel buio, vedo centinaia di luci accese, il timbro di Nando Martellini rimbalza da un condominio all'altro, e pare che un imponente ciclone acustico imperversi sulle nostre teste.
Chi non ricorda che cosa accade nella notte fra mercoledì 17 giugno e giovedì 18 giugno 1970? Chi non rammenta quale vortice di passione si impossessa del cuore degli italiani?
Ho 15 anni, e va in onda magicamente il film più bello della mia vita, con il piccolo, e non trascurabile dettaglio, che non è una ingegnosa finzione, bensì una lirica realtà.
Le 16,00 messicane corrispondono alle 24,00 italiane, ed è la prima occasione in cui la tivù offre uno spettacolo del genere, tradizionalmente pomeridiano o serale, a un'ora da insonni.
Mio zio, la persona, con mio padre, che mi ha insegnato ad amare il calcio, guarda la partita al piano di sotto, e ogni tanto si fa vivo al citofono, per scambiare due parole con me.
Quando Schnellinger segna il gol dell'1-1, a tempo scaduto, corro sul balcone, e prendo a pedate la vetrata, rischiando di volare dal terzo piano direttamente in cortile.
Quando Muller realizza il gol del 2-1, all'inizio dei supplementari, reagisco da automa, impugno il citofono, e da adulto, cresciuto in anticipo sul previsto, dico soltanto: "Zio, è finita!".
Poi, come nelle belle favole, Burgnich segna il 2-2, e Riva il 3-2, e io, travolto dall'abbraccio di mio padre, comincio a chiedermi se, a occhi aperti, sto già sognando.
Dopo l'ennesimo pareggio della Germania (3-3), mi sento il bambino al quale viene detto, per la prima volta, che Babbo Natale non porta più regali, per il semplice fatto che non esiste.
Mi rimetto a sedere, prostrato, rassegnato, e attendo 5-10 secondi, guardando il pallone che, tenacemente, eroicamente, Bonisegna spinge verso la linea di fondo.
Cross, piatto destro di Rivera e... dentro di me, quella sfera, calciata alla destra di Maier, sembra strisciare sulle lancette dell'orologio, prima di gonfiare la rete.
Ma sì, è gol! E' ancora gol! Ed è il gol della vittoria: 4-3! Non guardo più nulla, corro sul balcone, mi viene voglia di piangere, e sento migliaia di persone impazzire nelle altre case.
Penso che avrei ricordato quell'istante in eterno, e cerco di prolungarlo, saturo di felicità: non mi sbaglio, perché l'onda, lunga e dolce, non finisce neppure oggi.

MONACO DI BAVIERA, 7-7-1974

GERMANIA OVEST-OLANDA 2-1

UN'"ARANCIA MECCANICA"

Il 1974, per me, è l'anno della Maturità classica all'Istituto Sociale di Torino, e l'inizio, per dirla alla Mike, di un personale "Rischiatutto", la scommessa di andare incontro alla vita vera che comincia.
1974, in definitiva, significa lo spartiacque fra una prolungata infanzia e una ritardata adolescenza, visto che mi sento "bambino", giusto o sbagliato che sia, sino a 18 anni.
Il 7 luglio, a Monaco, una finale mondiale che sembra già decisa, con la splendida Olanda favorita sulla Germania Ovest, esprime un verdetto contrario: vittoria tedesca per 2-1.
L'avvio della partita appare il prologo di un trionfo annunciato: fischio d'inizio, 17 passaggi consecutivi dei "tulipani", Vogts che atterra Crujff, rigore di Neeskens, e rete.
Ma in quello stesso primo tempo, la Germania di Beckenbauer è una canoa che risale la cascata, tenendosi forte, reagendo, e segnando al 25' con Breitner su penalty, e al 43' con Muller.
Durante l'estate, ad Alassio, la mia compagnia di amici di Torino e di Milano forma una ambiziosa squadra di calcio, che prende il nome dello stabilimento balneare: Real Sacchi.
Al momento di decidere quale colore sociale adottare, nessun di noi ha il minimo dubbio, perché la realtà di quei giorni ci ha folgorati: l'arancione dell'Olanda del citì Michels.
E così, nel nostro piccolo delle disfide fra bagni, diventiamo gli "oranges", 7 ragazzi scatenati, con i capelli lunghi e le ali ai piedi, che si battono con un unico modello in testa.
L'Olanda è una "Arancia meccanica" che vuol dire trasgressione, un "Sessantotto" che vuol dire rivoluzione, da Krol a Suurbier, da Jansen a Van Hanegem, da Rep a Resenbrink.
Basta con la prudenza del "catenaccio" all'italiana, e con la specializzazione esasperata dei ruoli: l'Ajax, trapiantato in Nazionale, è come se fosse l'altra metà del pallone.
Nasce il gusto per la vocazione offensiva, si afferma il giocatore universale, e sboccia il connubio tecnica-velocità: il pressing costituisce la grande novità nel deserto degli stereotipi.
Quel "modus vivendi" si sposa con i sogni di chi termina la scuola, una specie di ideologia comportamentale, che si affianca a quelle di natura socio-politica dell'epoca.
Crujff è la fantasia al servizio del ritmo, un talento non fine a se stesso, ma calato all'interno delle esigenze del collettivo, come in una democratica assemblea di classe.
Quando in 5 o 6 partono, insieme, in sincronia, per aggredire il portatore di palla avversario (espediente che oggi non si vede più), scoppia nei nostri cuori la rivolta.
Per tutte queste ragioni, l'Olanda 1974 resta scolpita per sempre nella mia anima di ex ragazzo, anche se a Monaco, contro la Germania, riesce nella sensazionale impresa di non vincere.

MAR DEL PLATA, 2-6-1978

ITALIA-FRANCIA 2-1

GLI OLANDESI SIAMO NOI

A Mar del Plata, alle ore 13, 45 minuti e 44 secondi del 2 giugno 1978, sembra già finito tutto: il Mundial argentino, le speranze di riscattare il 1974, l'ansia di rinnovare il nostro calcio.
Al pronti-via, con la veemenza di un kappaò alla prima ripresa, l'ala francese Six prende il volo sulla fascia sinistra del campo, superando a freddo, come Speedy Gonzales, Gentile e Scirea.
Cross, testa di Lacombe, in anticipo su Bellugi, e gol, con Zoff impotente e impietrito: 0-1 in meno di un minuto, il battesimo crudele dell'avventura azzurra nei Mondiali.
Qualcuno, in Italia, spegne il televisore, perché, dopo aver visto la squadra pareggiare nell'ultima amichevole pre-argentina, 0-0 a Roma contro la Jugoslavia, si delinea la disfatta.
Sono un giovane praticante del quotidiano "Tuttosport", e sono stato incaricato di "scrivere" la partita, davanti al video, nel caso non pervenissero servizi al telefono.
I redattori più anziani, intorno a me, sghignazzano, elargendo volgarità assortite, e io, tifosissimo da sempre della Nazionale, non ho il coraggio di replicare alla becera ironia.
Eppure, quando il pallone torna a centrocampo, ho la sensazione che il match, quello vero, debba ancora disputarsi, perché non c'è scoramento, ma soltanto orgoglio.
I colleghi continuano a ridere, eppure qualcosa comincia a muoversi: l'Italia c'è, corre, lotta, l'esatto contrario di quanto era facile prevedere, dopo il pugno terrificante.
Passano i minuti, e mi accorgo che nella stanza è arrivata più gente, silenziosa e partecipe, tanto che, intorno al 20', mi esce spontaneo un: "Diavolo, ma come stiamo giocando!".
Temo di essere umiliato dagli sfottò, e invece stavolta nessuno ha la sfacciataggine di dire niente, perché i nostri, i Benetti e i Tardelli, stanno mettendo sotto la Francia.
Al 29' largo al pirotecnico flipper: cross di Cabrini, deviazione di Bettega, testa di Causio, traversa, tiro di Rossi, respinta involontaria di Causio, tiro ancora di Rossi, gol! 1-1.
In quell'istante, a compimento di una sequenza interminabile di sponde, nasce la grande Italia di Bearzot, che in quel Mundial sarebbe giunta quarta, e in Spagna addirittura prima.
Vinciamo 2-1, con raddoppio di Zaccarelli, e alla fine dell'incontro, con stupore, vengo chiamato al telefono dal mio "maestro", inviato speciale in Argentina: Pier Cesare Baretti.
Vuole sapere come è stata recepita in redazione, e più in generale in Italia, la grande impresa, e per saperlo ha scelto proprio me, l'ultimo dei redattori del giornale.
Vinco l'emozione del contatto transoceanico, esalto quella Nazionale così spavalda, e dopo decenni di "catenaccio", senza sbagliare, chiudo così: "Pier Cesare, adesso l'Olanda siamo noi!".

BUENOS AIRES, 25-6-1978

ARGENTINA-OLANDA 3-1

IL DESTINO IN UN PALO

Il 25 giugno 1978, in occasione della finale dei Mondiali fra Argentina e Olanda, "Tuttosport" mi lascia a casa di riposo, per cui seguo tranquillamente la partita in televisione.
In me c'è la tristezza di non potere ammirare nell'Olanda il grande dissidente Cruyff, e su una parete della mia camera, a malincuore, appendo il poster della squadra biancoceleste.
In quel momento, gli eroi del calcio si chiamano Ardiles, Kempes e Passerella, e mi fa sorridere vedere quest'ultimo in punta di piedi, per sembrare più alto nella fotografia.
Ardiles, invece, sarà uno dei funamboli arruolati dal film "Fuga per la vittoria", un solista di seta in grado di migliorare, in senso dinamico, il talento sornione dei sudamericani.
Il prato dello stadio di Buenos Aires è interamente coperto da rotoli di carta igienica: una immagine che, ai giorni nostri, verrebbe subito sfruttata come spot dagli esperti di marketing.
Non è un modo di promuovere qualche prodotto per l'infanzia, o qualche antidoto contro la dissenteria, ma è solo l'inizio della festa, a colpi di "asciugoni", dei tifosi locali.
Nel primo tempo, al 38', il gol di Kempes sembra il prologo di un successo scontato, fortemente voluto dal regime militare argentino di allora, ma la cocciutaggine rivale spazza il verdetto.
A 9 minuti dallo scadere, infatti, Nanninga realizza la rete del pareggio, ammutolendo lo stadio, e delineando la prospettiva dei supplementari per assegnare il titolo.
Proprio al 90', tuttavia, accade uno di quegli episodi che dimostrano come la logica del calcio sia sempre, e comunque, "a posteriori", appesa a fragilissimi fili conduttori.
L'attaccante dell'Olanda Resenbrink si trova davanti al portiere Fillol: chiude per un attimo gli occhi, e quando li apre, vede la palla sbattere beffardamente contro il palo.
Un centimetro più in qua, gli "oranges" si sarebbero aggiudicati partita e torneo, e per 4 anni avremmo parlato di vittoria indiscutibile della scuola europea sulla scuola sudamericana.
Nel 1974, infatti, l'Olanda aveva perso la finale contro la Germania, ma aveva riscosso consensi universali, per cui il trionfo appariva l'apice di una crescita inarrestabile.
Un centimetro più in là, invece, i padroni di casa conservano la porta inviolata, e nei conseguenti supplementari, con i gol di Kempes e Bertoni, diventano campioni del mondo.
Per 4 anni si enfatizzerà la rivincita del calcio sudamericano su quello europeo, e dello scarso utilitarismo del modello olandese, dopo ben 2 secondi posti nel 1974 e 1978.
La verità è che, a fare tendenza, è più quanto avviene fra un Mondiale e l'altro, che non quanto capita durante il Mondiale stesso, in balia di variabili spesso incuranti dei meriti.

BARCELLONA, 5-7-1982

ITALIA-BRASILE 3-2

L'ULTIMA VOLTA DA TIFOSO

Giornalisti Rai in sciopero per il contratto: l'annuncio, mentre sono a Madrid, non mi coglie impreparato, perché il 5 luglio è una data che può consentirmi un clamoroso cambio di programma.
Dall'inizio della carriera professionistica, nel 1976, non mi è mai più capitato di fare il tifoso, di tornare con gli amici, in distinti centrali o in curva, e di mescolarmi con la folla.
Adesso l'occasione è irrinunciabile: aereo-bus Madrid-Barcellona, ovviamente a spese mie, e possibilità di aggregarmi alla banda in arrivo da Torino, con tagliando di Italia-Brasile per me.
L'appuntamento è davanti a un hotel non lontano dallo stadio, 2 ore prima dell'incontro, e quando vedo la strada svuotarsi di gente, in processione verso l'impianto, comincio a tremare.
Dov'è Maria Luisa, con il mio biglietto? E Mauro, Roby, Joe, Ezio, Mario, Ferruccio, Francesco... Con 20 minuti di ritardo, finalmente, una tribù tricolore mi travolge di calore.
Lo Stadio Sarria è un catino infernale: niente pista ai lati, gradinate a ridosso del campo, noi di fronte alla tribuna-stampa, vicino alla curva azzurra, e di là la chiazza gialla brasiliana.
Finisco accanto a Cornelio, l'unico ragazzo che non conosco: gli chiedo un parere tecnico sull'incontro, e inorridisco quando mi dice che è la prima volta, in vita sua, che entra in uno stadio.
Si scusa, e mi domanda chi è quel brevilineo bianco come una statua di cera, uno scheletro di atleta apparentemente senza muscoli, ma anche un fascio di nervi in ebollizione.
Gli rispondo che si chiama Paolo Rossi, che è stato fermo 2 anni per squalifica, che non segna da 4 partite, e che nessuno ritiene possa tornare il castigo delle aeree dei Mondiali 1978.
Dopo pochi minuti, sbagliando un gol fatto, sembra avere esaurito la residua riserva di fiducia di Bearzot, ma l'espressione resta rabbiosa e concentrata: credici Paolo, credici...
Al 12', si verifica l'incantesimo che cambia la storia dell'incontro, di Rossi, dell'Italia, e del Mundial intero: cross teso di Cabrini, testa del centravanti, e Paolo si ritrasforma in Pablito.
Al 27' scippa il pallone ai difensori avversari per realizzare il 2-1, e io benedico uno sciopero che mi rende ancora una volta, l'ultima, tifoso, per la partita più bella mai vista di persona.
Al 65' ruota su una caviglia di gomma per siglare il 3-2, e io perdo definitivamente la voce per 3 giorni, destinato al dileggio più impertinente dei miei colleghi Rai a Madrid.
Cornelio, come un ultras, mi abbraccia, urla il nome di Rossi, bacia la bandiera tricolore, e, ingenuamente, mi chiede: "Carlo, ma gli incontri di calcio sono sempre così?".
No, Cornelio, hai debuttato con il "top" dei godimenti, e mentre penso queste cose, vedo decine di brasiliani piangere, regalando agli italiani i biglietti per la finale.

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MADRID, 11-7-1982

ITALIA-GERMANIA OVEST 3-1

GRIDARE DIETRO MARTELLINI

Per 12 anni avevo custodito, ricordando Italia-Germania 4-3, quel grido strozzato che, nella telecronaca di Nando Martellini, celebrava il gol di Rivera: "Vinciamo! Vinciamo! Vinciamo!".
Era la voce del regista Mario Conti, seduto vicino a Nando, che non riusciva a trattenere la sua gioia, e inconsapevolmente entrava nelle case di milioni di italiani, assecondando l'euforia.
L'11 luglio 1982, all'interno dello Stadio Bernabeu, penso che anch'io vorrei lasciare impresse orme del mio tifo, se mi piazzassi dietro a Martellini, per un altro Italia-Germania, finale dei Mondiali.
Sono con Beppe Berti, responsabile dello sport del TG2, e il telecronista, cortese, ci dice che possiamo stare appollaiati dietro di lui, anche perché il settore-stampa è gremito all'inverosimile.
Un'ora prima del fischio d'inizio, abbiamo la misura esatta dell'attesa italiana: sale in tribuna d'onore Sandro Pertini, e saluta la folla, spronandola, come Mussolini dal celebre balcone.
Il popolo azzurro non aspetta altro, ed è impressionante sentire l'esplosione "Italia, Italia" di almeno 50 mila connazionali, che sventolano bandiere tricolori di ogni tipo, dappertutto.
Ma quando si entra nel vivo, 3 circostanze sembrano spiegare che il vento della vittoria si è esaurito: si spezza il nastro dell'inno, salta la spalla di Graziani, e va fuori il rigore di Cabrini.
Nell'intervallo, l'umore è comune: forse la fortuna ci ha abbandonato, forse i 5 gol di Rossi in 2 partite sono stati il massimo dei prodigi, e torna la maledetta paura di fallire.
All'inizio della ripresa, però, l'inerzia dell'incontro è favorevole, e all'ennesimo fallo di Stielike su Oriali, urlo quel "Basta!", che resterà nella registrazione del match.
All'11' del secondo tempo l'1-0 è una partenza dei 100 metri: il cross di Gentile è lo sparo, si proiettano in 5, nello stesso momento, sulla linea bianca, e qualcuno tocca il pallone per primo.
Gol! Gol! Gol! Quando i giocatori si rialzano, è il solito italiano-medio, con un fisico da ragioniere, a saltare verso il cielo, e a farci capire di aver cambiato la traiettoria: il signor Rossi.
Al 21' la rete del raddoppio equivale a un "torello" in allenamento: Tardelli, Rossi, Scirea, colpo di tacco a matare i tedeschi, Oriali, Tardelli, che, cadendo, scaraventa la sfera sotto la traversa.
Al 31' il contropiede all'italiana sembra ritagliarsi il suo spazio di gloria: volata infinita di Conti, assist per Altobelli, e 3-0, con Pertini che grida "No, non ci prendono più!".
Il gol del 3-1 di Breitner non muta il destino della partita, e vedo Vladimiro Caminiti, lo scrittore-poeta di "Tuttosport", in piedi, rapito dagli ultimi palpiti del match.
Gli sussurro che è bello, in un momento così romanticamente irripetibile, contare i secondi che mancano con lui, il più sognatore di tutti i colleghi: sorride, mi accarezza, ed è l'apoteosi.

MADRID, 11-7-1982

ITALIA-GERMANIA OVEST 3-1

LA RINUNCIA DI BEARZOT

Il triplice fischio di chiusura dell'arbitro brasiliano Coelho coincide con il triplice grido di vittoria di Nando Martellini: "Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!".
Saprò tutto ciò solo in Italia, perché prima mi accosto alla scaletta sulla quale saliranno i giocatori per la premiazione, e poi mi accingo a una intervista storica.
Prima della finale, ci è stato garantito che, alle 23,00, Enzo Bearzot sarà presente all'ultimo piano dello Stadio, per i 10 minuti di collegamento unilaterale concessi alla Rai.
Alle 22,45 Giampiero Galeazzi per il TG1, Gianfranco De Laurentis per il TG2, e io per il TG3 ci troviamo davanti all'ingresso dello studiolo, pronti a spartirci il tempo: 3 minuti a testa.
Ho 27 anni, ammetto di sentirmi in soggezione rispetto a colleghi autorevoli più grandi di me, e mi limito a condividere il loro pessimismo nei riguardi dell'arrivo puntuale di Bearzot.
Ci sembra impossibile che, nel caos dei festeggiamenti in campo, qualcuno gli possa avere ricordato quell'impegno con le telecamere, anche alla luce di rapporti con la stampa comunque tesi.
Alle 22,55 osserviamo Enzo ancora issato in trionfo dai suoi ragazzi, e io, ormai rassegnato a non incontrarlo, mi auguro solo che lo straordinario risultato abbia sopito i rancori.
Mai si era svolto un Mondiale così condizionato dai contrasti giornalisti-squadra, al punto che erano in tanti a individuare nella smania di dare una lezione ai critici la chiave della vittoria.
Alle 22,59, grazie a chissà quale ascensore misterioso, in grado di eludere qualsiasi ostacolo, ecco spuntare, come una apparizione, Bearzot, accompagnato dal dirigente Vantaggiato.
Abbraccia Galeazzi, abbraccia De Laurentis, gli sorrido, ma non incrocia il mio sguardo: sará confuso, non avrà visto, penso, anche perché il tempo passa, e non c'è spazio per i convenevoli.
Il "Processo del lunedì", per il quale lavoro da 2 anni, ha tenuto una linea molto polemica, ma Enzo sa che in questi Mondiali mi sono occupato di telecronache, e non "schede".
2 sedie, una per lui e una per il cronista di turno: dalle 23,00 alle 23,03 tocca a Galeazzi, con De Laurentis che gli indica i minuti, e dalle 23,03 alle 23,06 De Laurentis, con io che cronometro.
Alle 23,06 è il momento, sicché mi avvicino, allegro e gaudente, lo saluto, mi siedo, e mentre fletto le gambe, si alza: nonostante l'intervento dei colleghi, se ne va.
Molti mesi più tardi, prendendo atto di una mia lettera, spiegherà che non aveva nulla contro di me, ma che nell'occasione rappresentavo il "Processo del lunedì" e Aldo Biscardi.
Alle 23,10 di quel magico 11 luglio 1982, dimentico la festa, e con tutto il bene che voglio a Enzo, non gli perdonerò mai di avermi rovinato una delle massime gioie di sempre.

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