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Le meteore

Gomez, il difensore che fu preso per sbaglio. 6 miliardi in 4 anni per 3 presenze

22.05.2013 06.30 di Gaetano Mocciaro  Twitter:   articolo letto 84742 volte
© foto di Federico De Luca

Prima che l'ottimo Borja Valero venisse in Italia e si rivelasse uno dei migliori giocatori del campionato avevamo la sensazione che prendere qualsiasi giocatore spagnolo e farlo giocare in Serie A era qualcosa di estremamente masochistico. La storia recente parla chiaro, perché se è pur vero che parliamo della terra dei campioni del mondo e d'Europa la percentuale di fallimenti dei giocatori da questo paese si aggira attorno al 100%.

Non ha fatto eccezione Cesar Gomez, misterioso difensore centrale residente a Roma per qualche anno. Esatto, residente. Tutto ha inizio nell'ottobre 1996 quando in coppa Uefa la Lazio affonda a Tenerife. Dopo l'andata vinta all'Olimpico i biancocelesti crollano alle isole Canarie per 5-3 e salutano la competizione. La coppia difensiva centrale di quella squadra è formata dall'argentino Paz e dallo spagnolo Gomez. Sulla panchina della Lazio siede Zdenek Zeman, che rimane impressionato da come siano riusciti a imbavagliare la punta Casiraghi. Esonerato a stagione in corso, il boemo chiude la stagione biancoceleste per ripartire dall'estate del 1997 a sorpresa sulla panchina dei cugini della Roma.
In sede di campagna acquisti il tecnico compila la lista dei giocatori che vorrebbe in squadra e inserisce Gomez. Non è in realtà il primo della lista, ma visti gli altri obiettivi (Nadal, N'Gotty e Stam) irraggiungibili, Ernesto Bronzetti e l'allora ds giallorosso Giorgio Perinetti con un assegno da 6 miliardi di lire firmato Franco Sensi prendono il difensore del Tenerife. Da questo momento parte una serie di situazioni quasi grottesche. Ai posteri si scoprirà che Zeman avrà confuso Gomez con l'altro difensore del Tenerife Paz, facendo quindi prendere il giocatore sbagliato.

L'ignaro Gomez intanto arriva raggiante a Roma, confessando candidamente che mai e poi mai si sarebbe aspettato un ingaggio così alto. Quello era il tempo delle vacche grasse in Serie A e il contratto dello spagnolo ne era il fulgido esempio: 1,6 miliardi di lire all'anno per quattro stagioni.

Zeman intanto capisce di aver preso un abbaglio e lo accantona già da subito. Inizia la stagione e i primi brusii a Roma iniziano a sentirsi, gli stessi tifosi si chiedono: "Non è che è arrivato un altro Trotta?" riferendosi all'imbarazzante argentino transitato nella Capitale per precisa volontà dell'allora tecnico Carlos Bianchi. A difendere Gomez, almeno nei primi mesi, ci pensa anche Aldair: "Nessuno di noi lo conosceva bene, né ha senso giudicarlo dopo poche settimane. Ma è da un pezzo che la Roma non aveva un difensore così duro". Gomez stesso assicura: "Non posso valere meno dei miei predecessori, con tutto il rispetto per loro. Aspettatemi e vedrete". E in fondo anche Fabio Capello, che solo un anno prima aveva allenato il Real Madrid ne aveva parlato bene, ammettendo di aver anche pensato a lui come successore di Alkorta. Le statistiche della Liga lo hanno posto tra i primi difensori del torneo, fermando anche il fenomeno del Barcellona Ronaldo. Forza fisica, grinta e buon colpo di testa: queste le caratteristiche con cui è stato presentato. A giustificare il suo accantonamento ci pensano i dirigenti, sostenendo come un giocatore dalla mole così importante e reduce da qualche guaio fisico avesse bisogno di tempo. Zeman gli concede 5 minuti inutili contro il Napoli, in una gara finita 6-2, poi altri tre contro la Fiorentina. La prima chance da titolare arriva nella partita più importante: ironia del destino mancano tutti i centrali in rosa e giocoforza Cesar Gomez scende in campo nel derby contro la Lazio. È un disastro, i biancocelesti vincono 3-1 e si vedono tutti i limiti dello spagnolo: lento, impacciato, fuori partita. Non gli verrà più concessa una chance da quel momento fino a scadenza di contratto, ovvero giugno 2001.

Il primo anno è fatto solo di allenamenti e tribuna, a fine stagione arrivano anche le offerte dalla Spagna per lui, ma il giocatore forte di uno stipendio che non prenderebbe mai da nessun'altra parte rifiuta categoricamente tutte le opzioni. Il club decide quindi di metterlo fuori rosa e ci rimane fino alla fine del contratto, percependo nel frattempo il suo stipendio mensile e facendo vita da turista. Mica male. E visto che il tempo libero è pure tanto si butta in affari e investe parte della somma incassata in un salone d'automobili in zona Eur. Saggiamente Cesar Gomez ammette la sua vita da privilegiato: "Se penso che mio fratello lavora 16 ore al giorno per pagarsi la casa mi convinco che non è possibile per me lamentarmi". A scadenza naturale del contratto appende le scarpe al chiodo. Almeno, lo fa ufficialmente, visto che l'ultima volta sul campo da calcio è datato 1° novembre 1997. La storia racconta che a Trigoria, un giorno, mentre tutti i giocatori firmavano autografi ai tifosi uno di questi avvicina il taccuino verso Gomez, solitamente ignorato anche perché non riconosciuto dai più. E quando lo spagnolo si avvicinò per porre la sua firma sul foglio il tifoso lo gelò così: "A Cesar ce l'hai 'na penna che te faccio n'autografo?". Quando si dice: il cinico umorismo romano...


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