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Le meteore

Perdomo, entrato nel mito per il cane di Boskov

24.04.2013 07.30 di Gaetano Mocciaro  Twitter:   articolo letto 39880 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Il Genoa dell'estate 1989 si appresta ad affrontare con grande entusiasmo il campionato di Serie A, 6 anni dopo l'ultima volta. Franco Scoglio, tecnico artefice della promozione, chiede ed ottiene di andare in Sudamerica per pescare quei giocatori che possano aiutare il Grifone a mantenere la categoria. Il professore si concentra in Uruguay, dove la squadra nazionale ha appena ottenuto un brillante secondo posto in Copa America, dietro al Brasile padrone di casa.

Il "volante" della celeste è José Perdomo, giocatore che, se pur lento, mostra grande grinta e personalità. Le sue prestazioni convincono Scoglio che non esita a portarlo in Italia. Il prezzo, poi, sembra un affare: solo 130 milioni di lire. Oltre a Perdomo verranno acquistati altri due uruguayani: Ruben Paz e Pato Aguilera.

E se questi ultimi due si integrano subito nella nuova realtà (soprattutto Aguilera), Perdomo parte piuttosto male. Il centrocampista è anonimo, azzecca pochissimi passaggi e si fa notare per un'eccessiva lentezza per i ritmi della Serie A. Lentezza che porta ad aumentare l'aggressività, tanto che i cartellini gialli fioccano sin da subito. Anche questo aspetto era da mettere in preventivo, considerato come lo stesso giocatore nelle interviste sventolasse ai quattro venti la sua attitudine nel ricevere ammonizioni. Tuttavia il Grifone è protagonista di un buon inizio di stagione e le prestazioni del giocatore non vengono notate troppo. E in fondo, essendo straniero, va aspettato.

Il Genoa inizia sul finire del girone d'andata a calare e di conseguenza i limiti di Perdomo, che nel frattempo non ha compiuto alcun progresso, anzi, iniziano a palesarsi. La tifoseria inizia a prenderlo di mira, l'unico che lo difende è Franco Scoglio, che non accetta di perdere la sua scommessa e imperterrito lo piazza davanti alla difesa, sempre e comunque titolare. L'uruguayano salta le partite solo per infortunio e per le squalifiche, dovute all'esagerato numero di cartellini gialli. Arriviamo a febbraio e i primi, impietosi giudizi calano su di lui. Il più cattivo e al tempo stesso esilarante, per questo rimasto nella storia, è quello di Vujadin Boskov nella settimana che porta al derby con la Sampdoria. Le parole del tecnico blucerchiato sono eloquenti: "Se sciolgo mio cane in giardino lui gioca meglio di Perdomo". Apriti cielo. Boskov cerca di correggere il tiro, ma ciò che ne esce fuori è un altro giudizio ben poco lusinghiero nei confronti dell'uruguayano: "Io non dire che mio cane gioca meglio di Perdomo. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane". La risposta sul campo di Perdomo è un cartellino giallo per un inutile fallo dopo 30 secondi dal calcio d'inizio. Se non è un record poco ci manca.

A fine stagione il Genoa riuscirà a salvarsi, anche se dovrà aspettare l'ultima giornata. Il club non ci pensa due volte e a fine stagione gli dà il benservito, cedendolo al Coventry. Da lì in avanti una parabola discendente fatta di continui fallimenti, tali da portarlo a chiudere la carriera addirittura a 27 anni. Dopo un anno di pausa la tentazione al calcio giocato si fa sentire e torna così a giocare in patria, in quel Peñarol dove si mise in luce a inizio carriera. Ma anche l'operazione nostalgia si rivela un flop e dopo un ultimo tentativo sempre in Uruguay, al Basáñez, chiude definitivamente col calcio giocato a 30 anni.


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