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Le scommesse e la teoria del «più parlo e più ci guadagno»: Carobbio, il patteggiamento e l'istigazione - involontaria - a delinquere, quanto a pentirsi

Nato a Cittadella il 17 ottobre 1958, inizia la carriera al Mattino di Padova per poi trasferirsi a quotidiani di prestigio come Corriere della Sera e Repubblica. Dal 2002 al 2008 dirige Tuttosport, opinionista per Sportitalia
08.06.2012 00.00 di Giancarlo Padovan    articolo letto 18227 volte
© foto di Federico De Luca

Il mio ultimo articolo in materia di attendibilità dei pentiti mi ha provocato una cospicua dose di insulti. Non inferiore per numero e licenziosità a quelli ricevuti per bocca dei tifosi juventini quando, durante una puntata di "Che domenica!" a Sportitalia dissi che la Juve avrebbe forse dovuto cambiare il proprio allenatore coinvolto nel caso delle scommesse. Non pretendo di conoscere sempre la verità, ma rivendico il diritto di dire quanto penso, soprattutto se la mia opinione trova riscontro in altre più diffuse e più autorevoli. Sia nell'una che nell'altra direzione esse non mancano.
Però adesso la domanda da porsi è un'altra: l'istituto premiale del pentitismo (introdotto solo nel 2007) non fornisce ai soggetti interessati uno smisurato potere di denuncia? Smisurato almeno secondo me. Perché se l'equazione sta nel "più parlo, più ci guadagno" è ovvio che per sembrare credibile il coinvolgimento degli altri soggetti, soprattutto se importanti, deve essere il più completo possibile. Altra domanda per nulla innocua: non è che con lo sconto della pena la giustizia sportiva istighi, naturalmente in maniera involontaria, tanto a delinquere quanto a pentirsi?
Facciamo l'esempio di Carobbio. Imputato e reo confesso per essersi dichiarato colpevole di avere alterato partite a fine di scommesse. Prima ha ammesso, poi ha parlato e ha collaborato. Infine ha patteggiato con una pena che a tutti è parsa talmente bassa (20 mesi) da aver fatto dire improvvidamente a qualcuno che il presidente federale avrebbe potuto impugnarla. Premesso che non esiste articolo dello Statuto federale che lo consenta e ribadito che si tratterebbe di un'ingerenza inaccettabile, è certamente vero che Carobbio tra meno di due anni potrebbe tornare in campo come se egli non fosse stato uno dei cardini del trucco e del malaffare.
Cade, dunque, insieme a molto altro, non solo la certezza della punizione esemplare, ma anche quello della rieducazione. Venti mesi e basta non sono nulla, soprattutto in un ambiente senza memoria come il calcio. Venti mesi da scontare in una scuola calcio dove insegnare, dopo averli appresi, i principi della lealtà sportiva, potrebbe avere invece un senso. Ma non accadrà e Carobbio potrà vantarsi di avere incastrato molti colleghi. Compresi quelli che nulla sapevano o più semplicemente avevano qualche motivo di contrasto o frizione con lui. Pentitismo a fini di vendetta. Il peggiore.


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