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#iorestoacasa - Le storie della buonanotte: l'incredibile vita di Mister Rudi GutendorfTUTTOmercatoWEB.com
lunedì 04 maggio 2020 01:05Serie A
di Marco Conterio

#iorestoacasa - Le storie della buonanotte: l'incredibile vita di Mister Rudi Gutendorf

Gli occhi grandi dietro ad occhiali ancor più grandi. Il tono severo di una lingua poco rotonda ma l'animo dolce. Rudi Gutendorf è stato una leggenda del calcio mondiale e quando a novant'anni decise di sedersi sulla panchina della terza squadra del TuS Koblenz lo dimostrò ancora una volta. Tre anni dopo, nel settembre scorso, si è spento. E quella con una squadra creata appositamente per dare respiro e vita, una finestra normale su una vita difficile a dei rifugiati, fu la sua sessantacinquesima panchina. In trentadue nazioni. In cinque continenti. Rudi Gutendorf è stato un ambasciatore del calcio nel mondo e del mondo nel calcio. Ha portato un bagaglio pesante di ricordi, come le lacrime del Rwanda durante la guerra civile, ma anche leggero. Perché viaggiare è vita e nessuno, in un mondo dorato, l'ha mai fatto più di lui. Fumava il sigaro e amava il mondo, Gutendorf. E' finito nel Guinness dei Primati ma la sua storia inizia dov'è finita. A Coblenza, finestra sui vigneti a terrazze e sui castelli in rovina della gola del Reno.

Una maglia sola in patria Il paradosso è che da calciatore Rudi Gutendorf ha indossato una sola maglia in patria. Fedele alla causa del Neuendorf, nove anni dalla fine della Guerra fino al 1953. Classe 1926, il suo momento di gloria è stata una semifinale nella rincorsa al titolo di Germania, coi sogni che si sono scontrati contro il Kaiserslautern. Ha finito la carriera indossando le casacche di Blue Stars Zucerna ma da giocatore-allenatore. Studia da Sepp Herberger, l'uomo del Miracolo di Berna e del Mondiale alla guida della Germania Ovest nel 1954. Da lui apprende i rudimenti tattici ma è un fautore del catenaccio di cui sarà portavoce ai cinque angoli del globo. Solo che la Bundesliga non aveva mai visto un gioco come quello di Gutendorf, prima di allora: tutta difesa e contropiede, uno shock tattico che permise al suo Duisburg d'arrivare addirittura secondo. Nel frattempo ha già iniziato a metter gli abiti dentro la valigia, a seconda del clima. Prima del Duisburg, è allenatore per un breve lasso di tempo del Monastir, in Tunisia. 1965: va allo Stoccarda ma un anno dopo è manager del St. Louis Stars dove arriva terzo in Gulf Division in NASL.

Allende e Pinochet Si siede nel 1968 sulla panchina delle Isole Bermuda, proprio prima di tornare in Germania e diventare allenatore dello Schalke 04. L'ospirazione del globetrotter sembra fermarsi qui, passano tre anni in cui va pure al Kickers Offenbach ma nel 1971 lo chiama lo Sporting Cristal in Cile. Lì studia modi e cultura, salirà di lì a poco alla guida della Nazionale cilena tra febbraio '72 e marzo '73. Sarebbe rimasto anche di più, forse, ma era vicino a Salvator Allende e la conquista del potere di Augusto Pinochet lo costrinse a fare altrimenti. Nei suoi allenamenti con la Roja, era solito usare un muro, di sua invenzione, con dei buchi dove i giocatori dovevano infilare i palloni dalla distanza. Diventò uno dei luoghi delle tragiche esecuzioni del dittatore cileno.

Le Americhe, Keegan e l'Oceania Di nuovo in patria, poi, va al Monaco 1860 ma nel 1974 cambia due Nazionali, Bolivia e Venezuela, con intervallo alla guida del Bolivar. Anno 1975: fuga in Spagna alla Real Valladolid e ritorno in patria, al Fortuna Colonia. L'anno successivo, poker di Nazionali: allena consecutivamente Trinidad & Tobago, Grenada, Antigua e Barbuda e poi scopre l'Africa. Botswana. Nel '76 ritorna pure a casa al Tennis Berlino e un anno dopo l'Amburgo lo convince a sposare il suo ricco progetto. Chiede e ottiene che il club gli acquisti Kevin Keegan ma tra il gruppo tedesco e King Kevin l'amore non sboccia. A ottobre viene licenziato. Resta senza panchina e per Gutendorf è certo una sorpresa. Nel '79 lo chiama l'Australia. Due anni coi Socceroos, l'Oceania lo affascina a tal punto da diventare ct prima della Nuova Caledonia e poi delle Fiji.

Per una bottiglia di whisky Nel 1981 il Nepal, giusto per restare fuori dai canonici confini del calcio. E' stata un'esperienza dagli aspetti contrastanti, dove rifiutò anche mezzo milione di dollari per perdere una gara esattamente 8-0 ai Giochi d'Asia. Poi si trovò una volta dall'altra parte della barricata: all'intervallo di una gara contro l'India, interrotta per colpa di un monsone, offrì una bottiglia di whisky all'arbitro per continuare. Evidentemente nel modo giusto visto che il Nepal, raccontano le cronache, vinse 1-0 tra le polemiche.

"Ho fatto giocare il catenaccio nel mondo" Lo disse in un'intervista, Riegel-Rudi, letteralmente 'Rudi Catenaccio'. Ed è vero, perché quella del missionario del calcio mondiale era una vera e propria filosofia. Nel 1981 torna in Oceania a Tonga, nel frattempo allenava pure la Tanzania dove si ferma per guidare gli Young Africans. Nel 1982 è all'Arysha, due anni dopo va a Sao Tomé e Principe. Nel 1984, invece, in Giappone: con lo Yomiuri diventa una leggenda visto che conquista il double campionato-coppa.

Licenziato per motivi religiosi La lista prosegue. Torna in Germania nel 1986, dopo aver guidato il Ghana dove scopre Anthony Yeboah a soli diciannove anni, all'Herta Berlino. Ha poco successo, sicché prova a consolarsi di nuovo con Nepal e Fiji. La grande occasione gli capita nel 1988 ma con la Cina dura poco. Nello stesso anno ci prova con l'Iran Olimpico ma viene esonerato per motivi religiosi. In Cina torna coi ragazzi dell'Olimpica, poi Mauritius, Zimbabwe, Mauritius e poi il Rwanda, prima di finire nel 2003 alla guida della Nazionale di Samoa.

L'esperienza in Rwanda Lo definirà uno dei momenti che lo renderà più orgoglioso del suo percorso, della sua vita. E' stato ct della Nazionale cinque anni dopo la guerra civile che fece perdere la vita a oltre un milione di persone nei genocidi. Riuscì, col suo credo e anche con la sua lingua, visto che imparò a ottant'anni lo swahili, a far giocare insieme Hutu e Tutsi. Un vagabondo che non è mai arrivato a un Mondiale, un uomo che ha però un bagaglio ben più ricco. La vita. Gli occhi e le lacrime, i sorrisi e gli abbracci. E quella valigia sempre vuota, pronta per un altro viaggio.
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