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Carlo Nesti su Chinaglia: "Giorgio: cosa avevi in quel cuore"

02.04.2012 17:15 di Chiara Biondini   articolo letto 7129 volte
Fonte: Carlo Nesti

"Sono un ingenuo: nella vita, mi sono fidato sempre troppo degli altri". E' una frase-chiave, attraverso la quale capire chi è stato Giorgio Chinaglia, che, alla fine, non ha più potuto fidarsi neanche del suo cuore. Un uomo troppo istintivo per calarsi, senza danni, nell'umanità iper-calcolatrice di oggi. Il mio ricordo è di lui, estromesso dalle telecronache di calcio della Rai. La prima telefonata fu con me, per sapere "perché". Anche qui, credendo nel "feeling", che si era creato, aveva scelto la persona sbagliata. Non potevo proprio essere io, in perenne bilico fra il suo mondo, e il mondo reale, ad aiutarlo. Ci sono delle cose, nella vita, che non va più di moda "spiegare": avvengono, e basta, con indifferenza e cinismo. Ascoltai la voce del gigante, indomito, delle aree di rigore incrinarsi, e prendersela non so con chi. Ammetto che mai, come quella volta, lo sentii vicino a me, e non c'è bisogno di altri dettagli. Allodi raccontò che Giorgio andava a letto, spesso, con le scarpe da calcio ai piedi, pur di abituarsi alle calzature speciali, e trasformarle in pantofole. Cercava di diventare un tutt'uno con loro, così come i campioni cercano (e, beati loro, riescono) di trasformare il pallone in una protesi di se stessi. L'istinto lo portò verso grandi imprese, ad esempio, quando fu in grado di trascinare, e unire, per 90 minuti, ogni domenica, una Lazio litigiosa, conquistando lo scudetto. Doveva averne, di carisma, senza essere un fine oratore, per cementare, con Maestrelli in panchina, quel tipo di "complicità". L'istinto lo portò anche verso imprese meno nobili, ad esempio, quando mandò al diavolo (un diavolo, per la verità, che aveva assunto il nome volgare del "lato B") Valcareggi, dopo una sostituzione ai Mondiali. Se non lo avesse fatto, però, non sarebbe stato Chinaglia, e staremmo scrivendo di qualcun altro. Non di lui. Nella mia memoria, e non solo nella mia, resterà, per sempre, la corsa sfrenata verso una linea di fondo. Era il 14 novembre 1973, a Wembley, e l'Italia non aveva mai battuto l'Inghilterra sul suo campo. Giorgio trascorse molti anni della giovinezza a Cardiff, in Galles, da emigrante, facendo anche il cameriere. La stampa britannica aveva titolato "Noi contro 30 mila camerieri", e i "camerieri" erano i nostri tifosi. All'86', Chinaglia superò un avversario, crossò, e mandò in gol Capello, catapultando quell'Italia nella storia. Il cuore, che gli batteva forte, di fatica e di gioia, è proprio lo stesso, che si è fermato ieri.


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