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Comi: "Un Toro rossonero"

25.05.2012 13:00 di Chiara Biondini   articolo letto 13312 volte
Fonte: di Pietro Mazzara per TMWmagazine
© foto di Balti Touati/PhotoViews

Un cuore granata che gli batte dentro al petto, una realtà e un sogno chiamato Milan che vive con una professionalità e una serietà non comuni in ragazzi di appena 20 anni. Dalla Mole al Duomo imponendosi a suon di gol e poche parole. Gianmario Comi, figlio d'arte, non è partito dal basso come tutti e seppur portando un cognome importante per quello che ha rappresentato il padre nella storia del Torino, ha negli occhi lo sguardo di chi ha dovuto sudarsi tutto quello che si è conquistato. Perché e come hai iniziato a giocare a calcio? "Io ho iniziato a giocare nei primi calci quando ero al Chieri, nella società dove papà faceva il direttore generale e li mi divertivo con tutti i miei amici. L'anno dopo mio padre andò al Torino e solo dopo sono venuto a sapere che già negli anni prima, sia il Torino che la Juventus mi avevano richiesto al Chieri. Lui non mi disse nulla perché ci teneva che io mi divertissi a giocare a pallone. Come Chieri eravamo fortissimi e quasi automaticamente siamo finiti in blocco al Toro".

Ti ricordi qualcosa di quei primi giorni? "Avevo circa 9 anni ed è stata un'emozione immensa per me indossare la maglia per la quale ho tifato sin da bambino". Fin da piccolo hai dunque vissuto la rivalità con la Juve. "Essere tifosi di una squadra è un conto, giocare per una società professionistica è un altro. Certo, essendo tifoso della squadra in cui giochi, certe partite le affronti in maniera diversa rispetto ad altre ma il lavoro è un conto, la fede è un altro. Per chi tifa Toro, la Juve è la rivale per eccellenza però quando entri in campo dai sempre il 100% anche contro le altre squadre".

C'è un ricordo a livello di calcio giocato al quale sei più legato? "Io mi ricordo molto quando ero negli Allievi Nazionali e siamo arrivati terzi nella fase finale per lo scudetto. Avevamo un gruppo bellissimo con tanti ragazzi che più che compagni erano amici. Ci sentiamo tutt'ora e e credo che sia l'esperienza più bella che ho vissuto fino ad ora proprio per il clima e la tipologia di rapporti che si son venuti a creare in quel gruppo".

Cos'ha rappresentato per te Antonino Asta? "Lo ha avuto come mister per quattro anni ed essere stato un punto fermo delle squadre che allenava mi ha fatto crescere molto perché mi responsabilizzava tanto. L'ho apprezzato tantissimo anche come persona ma se devo essere sincero tutti gli allenatori che ho avuto mi hanno dato qualcosa. Avere una bandiera del Torino come Asta è stato bello perché lui oltre ad essere l'allenatore incarnava tutti quei valori tipici della società granata. E' un tecnico molto bravo sotto tutti i punti di vista e ci trasmetteva, giorno dopo giorno, tutta la sua carica".

Proprio con Asta, due anni fa, affronti il Milan nel torneo di Viareggio. "Com'è strana la vita eh. Mi ricordo quella partita molto bene perché noi eravamo un gruppo molto giovane composto da molti '92 mentre nel Milan c'era gente come Strasser, Oduamadi, Zigoni. Insomma giocatori più grandi e di una certa importanza ed esperta. Partita molto tesa e nervosa e negli ultimi cinque minuti vincemmo con gol di Taraschi su una mia sponda. E' un bel ricordo perché per noi,che eravamo più piccoli, vincere contro il Milan voleva dire tantissimo".

Questa estate l'arrivo al Milan: come hai vissuto il passaggio in rossonero? "Io dovevo andare via comunque. Dovevo andare a fare esperienza fuori e non potevo più rimanere a Torino. C'è stata una trattativa lampo durata due-tre giorni al massimo e si è concluso tutto. Sapere di essere arrivato al Milan è stata una grande emozione e ho preso la palla al balzo ed ho accettato subito".

Com'è stato il passaggio da Torino a Milano? "Sono due città abbastanza simili. Certo Milano è più grossa e c'è molto più traffico (ride). A parte gli scherzi, ho la fortuna di potermi adattare ad ogni situazione e ambiente nel quale vado. Mio papà è di origini brianzole quindi mi sono ambientato bene dai".

Quanto pesa essere etichettato come figlio d'arte? "Se non sei buono a giocare a calcio è normale che pesa. Quando dimostri sul campo che quello che hai ottenuto te lo sei meritato, nessuno ti può dire nulla. Io, soprattutto quando giocavo al Torino, mi sono imbattuto anche in gente invidiosa perché ricollegavano il fatto che io giocassi al fatto che ero figlio di un dirigente della società. Io ho sempre giocato perché ho lavorato duramente dimostrando con i fatti che non ero li per caso o per raccomandazione".

Possiamo dire che nessuno ti ha mai regalato nulla? "Assolutamente. Nessuno mi ha mai regalato nulla anzi, quando ero piccolo, mio padre non voleva che andassi al Toro perché voleva che io giocassi a calcio divertendomi con i miei amici e, soprattutto, non voleva alimentare voci sul fatto che io fossi un giocatore del Torino perché ero suo figlio. Spesso, proprio per questo motivo, sono stato anche cazziato oltre modo".

C'è un aneddoto simpatico che ci puoi dire sul rapporto con tuo papà? "Mi ricordo che quando giocavo a Chieri doveva venirmi a prendere alla fine degli allenamenti verso le sei e mezza di sera e lui si dimenticava e mia madre, quando stava per iniziare a preparare la cena gli chiedeva: 'Dov'è Gianmario?' e lui mi veniva a prendere dopo (ride)".

Quest'anno hai giocato con Simoneandrea Ganz, componendo una coppia di figli d'arte. Sentite di aver smentito il tabù che vuole i "figli di..." raccomandati per giocare a calcio? "Abbiamo fatto 40 gol in due nella regular season (25 Comi, 15 Ganz ndr) senza contare gli altri tornei. Abbiamo dimostrato che è inutile continuare, soprattutto ai nostri livelli, a fare allusioni sulle parentele. Se sei bravo, vai in campo e giochi. Credo che anche per gli allenatori non sia facile perché anche loro, se le cose vanno male, finiscono nel calderone della critica".

Se un domani dovesse esserci un Milan-Torino con te protagonista, magari con un gol. Cosa faresti? "Io sono sincero fino in fondo. Il mio lavoro è quello di fare il calciatore e la mia ambizione è quella di farlo ad un determinato livello. Io sono tifoso di una squadra perché ci sono cresciuto, mio padre ha giocato nel Toro e la famiglia di mia madre è tifosa del Toro ma se uno gioca in una squadra che va contro quella della sua fede calcistica, la deve affrontare al massimo se vuole essere chiamato professionista. Ho un sogno professionale però se lo dico non si avvera quindi me lo tengo per me".

27/04/2012 - Intervista a Gianmario Comi © foto di Balti Touati/PhotoViews

27/04/2012 - Intervista a Gianmario Comi © foto di Balti Touati/PhotoViews


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