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Di Carlo racconta la sua vita nel pallone: "L'esonero di Parma non mi era andato giù"

Di Carlo racconta la sua vita nel pallone: "L'esonero di Parma non mi era andato giù"TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Federico De Luca
giovedì 24 ottobre 2013 08:20Altre Notizie
di Chiara Biondini
fonte di Gaetano Mocciaro per TMWmagazine

Domenico Di Carlo è l'esempio di quelli che non mollano mai, nonostante tutto, e arrivano all'obiettivo. Un'onesta carriera da giocatore destinata a rimanere nel limbo della Serie C. Poi l'approdo al Vicenza e la svolta, la Serie A a 31 anni, tra i migliori della massima serie per rendimento. E una parabola che lo porta a vincere una storica Coppa Italia e a mettere paura al Chelsea a Stamford Bridge, in una semifinale di Coppa delle Coppe. Il tutto grazie a una cultura del lavoro che ha trasmesso anche in panchina, fruttando il miracolo Mantova e le imprese col Chievo. Pronto a tornare in pista, il tecnico di Cassino si racconta a TMWmagazine.com l'Ipad-magazine mensile di Tuttomercatoweb.com.

Mister, ripercorriamo la sua lunga carriera. Da calciatore hai fatto molta gavetta. "Ho esordito presto tra i professionisti al Cassino, avevo 16 anni. Poi sono andato a Treviso, Como, ancora Treviso, Terni e Palermo. Avevo 24 anni".

Fu la prima squadra di prestigio, anche se all'epoca era in C2. "C'era un entusiasmo incredibile. Ricordo un'amichevole con l'Atletico Mineiro, c'erano 55mila spettatori. Giocammo anche con l'Ajax e vincemmo 4-0. Era l'anno di Caramanno allenatore, giocavamo a memoria e seguivamo il mister al 100%. Salimmo in C1 e arrivò Rumignani, che era bravissimo ad arrangiarsi. Ricordo che all'epoca lo stadio era inagibile per lavori di ristrutturazione, noi ci allenavamo in spiaggia, facevamo le partitelle in comune e giocavamo la domenica a Trapani. Ho bei ricordi di Palermo e vi è nata mia figlia. E poi la gente mi amava, anche perché ero un lavoratore, in campo davo tutto".

Tre anni di Palermo, poi la svolta col Vicenza. "Caramanno andò a Vicenza e mi portò con lui. Mi ha fatto scoprire un'altra città dove si vive molto di calcio e c'è una grossa passione per la squadra".

A Vicenza ha scelto di vivere, appese le scarpe al chiodo. "Abbiamo fatto amicizie, si vive bene. Si è creato un feeling importante. Sai, quando passi dalla C alla semifinale di Coppa delle Coppe è anche normale. In 10 anni con la gente di Vicenza abbiamo condiviso molto".

Pensava una volta arrivato a Vicenza di assaggiare la Serie A? "Abbiamo vinto la C1 a Vicenza con Ulivieri, l'anno dopo in B ci salvammo con 4-5 giornate d'anticipo e quando è arrivato Guidolin dal primo giorno di ritiro si capiva che l'aria stava cambiando. Ulivieri è stato un maestro per insegnar calcio, con Guidolin si è passati a un calcio più veloce, si pressava e in me era cambiato qualcosa anche in testa, pensavo più velocemente. Sia chiaro, i piedi erano quello che erano, ma come velocità di pensiero sono migliorato, si giocava a memoria, sapevi già dove dare il pallone e chi trovavi a riceverlo. Quel Vicenza era di giocatori operai di grande fame, tutti volevano fare imprese tramite lavoro e spirito di sacrificio e lì si è creata una mentalità di squadra. Società e tifosi. Chiaro che non mi aspettavo la Serie A all'inizio, ma eravamo una di quelle classiche sorprese, tipo il Chievo di qualche anno più tardi".

Arriva in A trentunenne. Esordio a San Siro contro l'Inter. Che effetto ha fatto? "Ci arrivi maturo, dopo tanta gavetta. E proprio per questo te la godi, assapori ogni momento, realizzi il fatto che ce l'hai fatta, hai coronato il sogno che avevi da bambino. Il mio entusiasmo era tale che ero diventato un esempio. I giovani seguivano noi "vecchi" del gruppo. Ci veniva naturale provare ogni domenica battagliare ogni campo, senza paura. La forza nostra era non aver paura di nessuno".

Da lì conquistate la salvezza e l'anno dopo addirittura vincete la Coppa Italia. "Ricordo benissimo quella serata contro il Napoli in finale. Avevamo 4 giocatori che non stavano bene, avevano rimediato contratture, ma l'adrenalina era talmente alta che nessuno sentiva niente. Il "Menti" fu straordinario, una coreografia da brividi".

Emozione che si è ripetuta in campo europeo, fino alla semifinale col Chelsea. "Una delle serate più belle per Vicenza. Meritavamo noi la finale, col Chelsea fummo davvero sfortunati. Un gol annullato a Luiso, un rigore non dato, un gol sbagliato da due passi. Loro tre gol con tre tiri. La loro esperienza ha anche fatto la differenza".

Quel ko col Chelsea chiuse un ciclo. "Avevi raggiunto l'apice. Poi ci fu il cambio di allenatore e lo squilibrio inevitabilmente che questo comporta. A Vicenza poi cambio anche la società. Ci volle adattamento e andammo in B. C'era Reja in panchina, che restò anche in cadetteria. Fecero delle scelte e decisero che come "vecchio" del gruppo ne bastava uno e scelsero Viviani. Me ne andai senza far polemiche ed ebbi la fortuna di andare a Lecce, a 36 anni. Una bella società, un ambiente stimolante e un ottimo ds come Corvino. Centrammo una salvezza storica, giocai poco ma diedi il mio contributo anche nello spogliatoio. Lì cominciai a capire gli equilibri dello spogliatoio" Forse non tutti sanno, e fra questi c'è anche Wikipedia, che lei ha vissuto anche un'esperienza a Malta. "Dopo Lecce andai a Livorno, col quale non trovai un accordo per un altro anno di contratto. Un amico mi propose di andare a Malta, allo Sliema Wanderers, che stava preparando un preliminare di Coppa Uefa. Andai insieme a Massimo Beghetto, avevo un mese di contratto, poi avrei deciso il da farsi. Giocammo contro una squadra slovacca e fummo eliminati a 5 minuti dalla fine. Alla fine capii che dovevo smettere e lo feci in condizioni fisiche ancora ottimali".

Perché la scelta di allenare? "Il pallino lo avevo già da tempo, feci un anno di studio e poi il Vicenza grazie a Sagramola, ora alla Sampdoria, mi propose di allenare la Primavera. Per me fu una gioia assoluta. Facemmo bene, arrivammo quarti al Viareggio e secondi in campionato. Da lì Magalini, che era ds del Mantova, mi propose di guidare la squadra".

A Mantova il grande boom: dalla C2 a sfiorare la A. "Ancora ricordo il palo di Gasparetto all'ultimo minuto. E ricordo una mancata espulsione per un fallo su Cioffi. Perdemmo la partita con 3 palle inattive. Una beffa atroce, ma devi accettare il verdetto. L'anno dopo riuscimmo a toglierci la soddisfazione di battere la Juventus: una gioia immessa per i tifosi. Battemmo anche Napoli e Genoa".

Arriva il salto in A, col Parma. La prima giornata non può iniziare peggio: il famoso calcione di Baldini. "Le cose più incredibili accadono a me. Giochiamo col Catania e ci fu questo brutto episodio: 2 minuti di follia, si perse la testa e sia io che lui eravamo tesi, lui mi diede un calcio. Ho voluta chiuderla subito, non mi sembrava il caso. Alla fine di calci ne ho presi nella mia carriera, quindi o reagivo o mi trattenevo lasciando passare la cosa. Ho deciso per la seconda".

A Parma arriva anche l'esonero. "L'idea era salvarsi e aprire un progetto tecnico. Le cose andavano benino, eravamo salvi. Poi a febbraio ho pagato una partita con la Sampdoria dove abbiamo dominato ma perso. Arrivò l'esonero, il presidente si era spaventato e volle fare quello che successe l'anno prima, ossia cambiò allenatore sperando di risollevare la situazione. Invece arrivò la retrocessione".

Al Chievo il riscatto. "L'esonero di Parma non mi era andato giù. Stetti fermo a giugno, poi a novembre il Chievo aveva 4 punti, non andava bene e dopo una sconfitta. La mattina mi chiama Sartori, mi dice: la situa zione è difficile, abbiamo bisogno di un allenatore che creda nella salvezza. Mi sono buttato a capofitto e devo dire che da novembre a gennaio è stata durissima. Ma ci abbiamo creduto, la squadra lavorava duramente e da gennaio sono arrivati 18 risultati utili consecutivi, che ci hanno permesso di centrare l'impresa".

A Verona passa alla storia per un altro episodio: il primo tecnico squalificato per bestemmia. "Come nel caso del calcio di Baldini, anche lì sono il primo. Ricordo l'azione: palla nostra, testa di Pellissier deviata di spalla da un difensore del Cagliari. Io avevo detto e ne sono ancora convinto: "zio cane che c*lo che hanno!". La procura federale invece non ha ritenuto così. Non ho voluto far reclamo altrimenti non se ne usciva più".

Due salvezze col Chievo, poi la grande chance con la Samp. E un'atroce delusione."Gasparin andò alla Samp, mi conosceva e mi portò con sé. Avevo una grande possibilità con i preliminari di Champions. L'ambiente era caldo ma con dei valori che mi sono sempre piaciuti. Col Werder Brema ci eravamo preparati, era la stessa squadra senza Zauri e Storari. Stavamo recuperando l'1-3 dell'andata, Cassano fece il gol del 3-0, poi prese un colpo e dovette uscire. Mancava poco, ma quei 7 minuti senza di lui ci sono costati. Loro non reagivano, poi ci fu una palla svirgolata, due nostri giocatori scivolano e Rosenberg da fuori fa gol. Fu la fine. Sono stato 10 minuti a tirare su di morale tutti, ma il gol li aveva distrutti mentalmente. Ai supplementari vedevo che non erano come prima. Segnò Pizarro, finì tutto. Di fatto fummo defraudati perché dove ci vuole fortuna e quel gol di Rosenberg è figlio di una catena di coincidenze incredibili".

Qual è l'aneddoto legato a quella partita? "Rosenberg non doveva esserci, era in lite con la società, doveva andar via. Giocava Wagner attaccante, Hugo Almeida era infortunato e per completare la panchina furono costretti a convocare Rosenberg. Wagner si scontra con Gastaldello, gli esce il sangue. Gli mettono il turbante, ma si sporca la maglia e non può giocare con la maglia insanguinata. Ma non avevano una maglia di ricambio! E così fecero entrare Rosenberg, tra l'altro senza riscaldamento. Rendetevi conto, tutto perché il Werder non aveva una maglia di ricambio. Beffa delle beffe dopo qualche giorno Rosenberg fu ceduto".

Altra beffa fu l'esonero, dopo una buona partenza. "Cambiarono i progetti, qualcuno volle andar via ma nonostante tutto fino a dicembre le cose andavano bene. A novembre intanto andò via Gasparin, a livello di società c'erano tensioni, ma la squadra rispondeva. Perdiamo Cassano per la famosa lite con Garrone, ma siamo quinti. Le negatività emergono, sempre di più. A gennaio teniamo botta, vinciamo con la Roma, ma poi viene ceduto Pazzini. Lui voleva andar via a tutti i costi, la società pensava che ormai eravamo salvi e lì cambia tutto. Quella cessione non era nei piani, si decise tutto in 3 giorno e non trovammo rimpiazzi pronti. Per giunta si fece male anche Pozzi. Senza Pazzini dovevamo cambiare anche modo di giocare, visto che si andava spesso sul fondo a crossare. I nuovi acquisti andavano aspettati ma non c'era tempo, la situazione iniziò a precipitare e subentrò la paura. Arrivò l'esonero dopo il ko contro il Cesena, ma eravamo ancora salvi. Alla fine è andata pure peggio, con la retrocessione".

Cassano è così difficile da gestire? "Con Cassano mi sono trovato molto bene. Ha i suoi momenti, si innervosisce, ma va gestito. Con me ha sempre fatto bene. Anzi, devo ringraziarlo perché alla fine si è dimostrato uomo".

Dopo la Samp il ritorno al Chievo. "I buoni rapporti con Sartori mi hanno ridato la possibilità di rientrare. La voglia era tanta, abbiamo fatto un campionato bellissimo. Tanti stranieri sono cresciuti molto e siamo diventati una squadra tosta, crescendo molto".

Da quali tecnici ha imparato il mestiere? "Guidolin e Ulivieri sono i due che mi hanno plasmato, ma anche Caramanno all'inizio. Questi 3 mi hanno lasciato un'impronta importante. Da loro ho appreso la cultura del lavoro e l'organizzazione di gioco".

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