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La Lazio vince la Coppa Italia. A Roma esplode la gioia!

14.05.2009 07:22 di Redazione TMW.   articolo letto 10318 volte
Fonte: di Alessandro Zappulla per lalaziosiamonoi.it
La felicità dei giocatori della Lazio
© foto di Alessandro Pizzuti

Un fiume di gente, un oceano di colori che spaccano l'Olimpico in due rispettando l'opposta logica del credo calcistico. Il bianco e il celeste che si tinge di blucerchiato nel far da cornice ad una finale da sogno che in una notte di maggio consumata all'ombra del Colosseo sancisce spietatamente vinti e vincitori. Per molti era una magia da accarezzare, ma non raccontare, un epilogo da ipotizzare ma mai pronunciare, in barba alle più accanite scaramanzie. Invece ora è tutto vero. Meravigliosamente e indimenticabilmente vero. La Lazio batte la Samp ai rigori e vince la sua quinta coppa Italia. È una storia che si rinnova e ritrova se stessa dopo ben cinque anni. Non sono molti, ma sono comunque abbastanza per voltare pagina nel libro dei ricordi biancocelesti e riconsegnare un trofeo ad una Lazio tutta diversa, provata e ricostruita dopo le mille peripezie del post-Cragnotti. Un successo societario si, ma un successo soprattutto del gruppo, della squadra e del pubblico. Una finale vissuta già dalle prime ore del mattino, consumata nella morsa del caldo di un'afosa primavera romana. Emozioni, parole, sussurrate via etere dalle radio laziali, dove a caricare l'ambiente faceva passerella un recente passato di gloriosi campioni. L'adunata del popolo biancocelste è iniziata dai primi rintocchi del pomeriggio. Un caos di clacson e bandiere che ha invaso con parecchie ore d'anticipo vicoli e strade intorno allo stadio. Settantantacinquemila persone, più di quarantamila anime biancocelesti pronte ad accarezzare un sogno e a sventolare i propri colori. Storie di Lazio, storie di fede e di ideali. Un appuntamento da non perdere e in cui la Nord risponde da grande qual'è. La coreografia costruita e voluta nel ricordo di Gabbo. Mamma e papà Sandri ad urlare e ad incitare la loro Lazio, lì in curva, nello stesso seggiolino dove avrebbe voluto essere e dove sarebbe stato Gabriele, e chissà se poi non sia stato così. Una finale giocata in casa sotto lo sguardo del Capo dello Stato e con l'inno di Mameli a levare il sipario. Zàrate e compagni ce l'hanno fatta è stata dura ma ci sono riusciti, fregiandosi di quella coccarda strappata alla rivale storica cittadina e contesa sino all'ultimo tocco contro una rispettabile Sampdoria. Ma nella notte della resa dei conti, il match e la storia della Tim Cup 2009 non potevano che andare così. Una certezza per pochi, una speranza per molti già da quando nello stadio è arrivata la Coppa fra cori, canti e applausi. Uno sguardo diverso quello dei biancocelesti. Occhi di sfida, occhi d'aquila che con un rapace istinto ha voluto afferrare quel che le spettava di diritto, per porgerlo alla propria gente, nel proprio stadio. Parte subito a spron battuto la Lazio, che sfida la Samp a viso aperto a tutto campo. Al 5' Zàrate aziona i motori, conquista palla sulla trequarti e sprigiona potenza. Il mago argentino veste cilindro e mantella e con la sua bacchetta magica pesca un jolly da inchino e doppia riverenza. Corre il talento di Haedo, lasciando sul posto tutta la retroguardia doriana. Tre finte e uno scatto, tutto alla sua maniera. Poi punta l'angolino basso alla sinistra di Castellazzi Zarate e spedisce il pallone dove il portiere non può arrivare. È magia, è gol, è vantaggio. L'urlo laziale, la gioia sugli spalti e una prodezza di maurito, tutto in cinque minuti e tutto come al derby, addirittura meglio di ogni più rosea aspettativa. La Samp. accusa il colpo e prova a spingere di più, cercando di invertire il monologo biancoceleste recitato dalla compagine di Delio Rossi sin a quell'istante. Il pressing degli uomini di Mazzarri prova a far salire di qualche metro i blucerchiati, mentre la squadra di Rossi di contro, tira troppo i remi in barca. L'atteggiamento rinunciatario dei biancocelesti, rischia di alimentare le speranze di Cassano e compagni, specie poi se è proprio la stessa Lazio a divorarsi gol praticamente fatti. Al 26' infatti, l'incredibile occasione per raddoppiare passa sui piedi di Pandev. L'azione prolungata dal centro scivola via lungo l'out di sinistra. Alexandar Kolarov carica la sua dinamite e esplode di potenza direttamente in porta. Castellazzi respinge come può. La palla ballonzola nell'area piccola ed il primo a sopraggiungere è Goran Pandev che deve solo appoggiare in rete. Ma qualcosa va storto e il bomber macedone si inceppa e il numero uno doriano, si limita a respingere un tiro che sembra un passaggio. Ma cinque minuti più tardi scatta quella canonica la legge del gol sbagliato, gol subito, pronta a premiare la Sampdoria e a colpire la Lazio. La grinta doriana frutta il pareggio. Tutto parte dai tacchetti di Cassano che sale sulla trequarti e pennella per Stankevicius. L'esterno blucerchiato colpisce in corsa di testa, indirizzando la palla addirittura sulla testa dell'accorrente Pazzini. L'ex viola non si lascia invitare due volte e spedisce il pallone alle spalle di Muslera. La freccia della Samp. si infila nel cuore laziale. Esplode la curva sud dell'Olimpico per una notte adibita a casa doriana e tutto torna in equilibrio. Si va al break, ma al cambio campo la Samp. rientra con il piede giusto. La manovra parte sempre dal solito Cassano indigesto o quasi alla retroguardia laziale. Il talento di Bari Vecchia corre, corre, e dribbla sulla sua fascia di competenza. Prende il tempo a Licthsteiner e con un cross teso e tagliente posiziona il pallone sui piedi di Sammarco, che davanti a Muslera pareggia con la Lazio il conto delle occasioni perdute. Il match si infuoca e veste sempre più, i lustri di una finalissima che si rispetti. Al 7' Foggia crea l'assist per Zàrate, che prima di battere a rete però, finisce nella morsa doriana. Cinque minuti dopo è invece Pasqualino a spedire alto un cross in area di Pandev. La squadra di Rossi ci crede e spinge sull'acceleratore. I biancocelesti danzano palla al piede. La classe di Foggia e l'estro di Zàrate spingono avanti i capitolini, ma senza mai pungere in maniera incisiva. Il bunker di Mazzarri resiste e Rossi corre ai ripari. Fuori Foggia e Pandev, dentro Del Nero e Rocchi, ma la musica non cambia. Il motivo è sempre lo stesso: la Lazio attacca e la Sampdoria si difende. Il tecnico livornese ha alzato le barricate dalla cintola in giù e con il passare dei minuti il filtro blucerchiato sgonfia la pressione laziale. È una notte lunga e combattuta, che non vuole abbandona la cornice di un Olimpico vestito a festa. Per decidere la finalissima si va ai supplementari. È una battaglia di nervi, lottata pallone dopo pallone, centimetro dopo centimetro. Le squadre in campo sono stanche, sfinite. La Lazio ha speso più della Sampdoria e si vede. Gli uomini di Mazzarri hanno atteso i biancocelesti per tutta la gara nella propria tana per cercare il definitivo colpo del ko. Se il primo dei due tempi supplementari scorre via senza sussulti ed emozioni, secondo extra time la Samp. sfiora il colpaccio. Cassano scatta a destra e dopo aver bruciato Lichtsteiner sul dribbling spedisce in mezzo per Pazzini. La punta doriana però da una manciata di metri calcia a lato. Un brivido sulla schiena laziale che scivola via sibilino, scuote gli uomini di mastro Delio. Carattere e cuore, sopperiscono alle energie perdute, ma non basta tra Lazio e Samp, si va ai rigori. Lotteria o precisione il risultato non cambia. Parte la Samp. e parte Cassano sotto la sud, la sua vecchia curva che tante e tante volte lo osannò con i colori giallorossi addosso. Vecchi ricordi ormai sbiaditi. La rincorsa e la potenza, ma sulla sua strada c'è Muslera, che si allunga come un elastico e respinge. Il boato e l'urlo della Nord. Segue Ledesma, che fa centro, poi Palombo che tiene a galla la Samp. la Lazio ha il match in pugno e una mano sulla coppa, ma a ribaltare il destino un palo fra Rocchi e la rete. Tutto da rifare. Segnano ancora Pazzini e Rozenhal, alla serie positiva si aggiungono anche Gastaldello e Kolarov. È l'ultimo rigore: fa gol Accardi e la Samp concede a Zàrate il penalty della verità. L'argentino non si scompone e con un pallonetto fa fuori Castellazzi. È la finale del cardiopalma e del pari e patta infinito. Sul dischetto va Del Vecchio e fa centro, poi ancora Lichtsteiner e si va avanti. La tensione è alta e si taglia con il coltello. Sono tutti stanchi tutti esausti tranne lui Barman Muslera che con un tuffo da gatto para e respinge il penalty di Campagnaro.
Un urlo si leva dallo stadio, ma manca un rigore l'ultimo se decisivo. Calcia Dabo ed è gol. E' il successo, è la gloria, è la Coppa.

È stata una notte magica davvero, che per tensione ed emozione ha ricordato in certi versi quella di Bucarest, che promosse la Lazio nell'Europa che conta, ribaltando un risultato in un'impresa quantomeno improbabile. Ed è stata una notte che per gioia e lustro ci ha riportato alla sfida Champions contro il Real. Ma stavolta la Lazio ha fatto di più. Muslera, Lichtsteiner, Siviglia, Rozenhal, Kolarov, Brocchi, Ledesma, Dabo, Foggia, Pandev e Zàrate, 11 cognomi, 11 eroi che ricorderemo a lungo perché con il biancoceleste sulle spalle hanno battuto la Sampdoria, meritandosi una firma indelebile nella storia laziale. La Tim Cup resta a Roma dunque, sponda biancoceleste. I clacson suonano e le bandiere con l'effige dell'aquila tappezzano le vie della città. La gente laziale è in festa, festa grande: la Lazio ha vinto la sua quinta Coppa Italia. Complimenti!!


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