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Pescara, le confessioni di Zeytulaev

06.10.2008 17:40 di Stefano Sica   articolo letto 12804 volte
Fonte: pescaracalcio.com

Ilyas Zeytulaev, da otto anni in Italia e da quest'anno in biancazzurro, si racconta parlando del suo paese, l'Uzbekistan, degli inizi alla Juventus, della sua famiglia, del futuro a Pescara.

L'Uzbekistan:
"Quando parlo del mio paese mi accorgo che molti italiani non lo conoscono veramente e facilmente lo associano ai conflitti che purtroppo hanno avuto luogo in Afghanistan che è un paese confinante. Vorrei far capire invece che quei problemi non coinvolgono l'Uzbekistan che è un bel paese, molto civile, dove si vive bene. Ci sono città importanti come Khiva, Bukhara e Samarcanda, alcune dichiarate patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Samarcanda è definita crocevia di culture per la sua posizione al centro di quella che una volta era la via della seta. E' una delle città più antiche del mondo. La mia famiglia vive a Tashkent che ha oltre due milioni di abitanti".

Gli inizi:
"Ho iniziato nella scuola calcio dell'Uzbekistan, poi intorno ai tredici anni sono stato segnalato da un osservatore e ho avuto l'opportunità di trasferirmi a Mosca dove imperversava il metodo del famoso colonnello Lobanovski: tanta corsa e tanta palestra! Sono rimasto lì due anni e mezzo durante i quali ho partecipato a diversi tornei, soprattutto in Francia dove ho incontrato formazioni italiane, ricordo il Genoa e il Napoli. Lì ho iniziato a conoscere le squadre italiane. All'epoca certo non immaginavo che sarei venuto in Italia. Prima però ho giocato a Bordeaux, avevo quindici anni. Successivamente è arrivata la chiamata della Juventus. Siamo stati convocati in prova in tre dall'Uzbekistan: io, Boudianski e Kovalenko. Dovevamo restare una settimana e invece è andata meglio del previsto".

Lontano da casa:
"Quando mi sono trasferito in Italia i miei genitori erano ormai abituati al fatto che vivevo distante da loro. Già quando facevo la scuola calcio in Uzbekistan vivevo lontano da casa e capitava che non ci tornassi per un mese. A Mosca, poi, le assenze da casa si sono prolungate fino a cinque, sei mesi. Mio padre ha accettato questa cosa di buon grado perché essendo allenatore sa che sono sacrifici indispensabili per un calciatore se vuole far carriera".

La famiglia:
"Oltre i miei genitori, in Uzbekistan ho un fratello più piccolo, calciatore come me. Ha diciannove anni e gioca nella serie B usbeka. Ho anche due sorelle più grandi di me che hanno una bambina ciascuna. Quando torno a casa faccio lo zio a tempo pieno".

L'Italia:
"Torino è stata la prima tappa. Ero ancora adolescente, ma già abituato a stare lontano da casa. Non ho avuto particolari problemi di adattamento anche perché fortunatamente ero in compagnia, come ho detto, dei miei connazionali Boudianski e Kovalenko. Ho trovato una città e una società molto ben organizzate, ma noi eravamo solo tre dei tanti stranieri approdati alla Juventus. C'erano brasiliani, argentini, ricordo il paraguaiano Guzman, e tanti altri. L'unica difficoltà l'abbiamo trovata con la lingua perché all'inizio non riuscivamo a comunicare bene. Reggio Calabria è stata poi una realtà molto diversa. Devo dire che però al sud ho trovato che la gente ha un carattere più simile a quello degli usbeki che sono aperti e tengono molto alla buona accoglienza. In Veneto, a Vicenza e Verona, sono stato molto a mio agio, forse anche perché ci sono arrivato dopo alcuni anni di permanenza in Italia. A Verona ho vissuto un buon momento l'anno scorso. Col mio gol negli ultimissimi minuti il Verona si è salvato dalla retrocessione. Credo che abbiano un buon ricordo di me come io ce l'ho di loro".

La Juventus:
"Sono stato alla Juventus per tre stagioni. Non figurano presenze nel mio curriculum perché giocavo in primavera anche se venivo spesso aggregato alla prima squadra, con la quale ho giocato in Coppa Italia. Fu Lippi a farmi esordire contro la Sampdoria. Gli allenamenti con la prima squadra sono stati molto formativi. Mi sembrava di vivere un sogno: nel giro di due anni mi sono ritrovato ad allenarmi con i calciatori che a casa vedevo solo sui poster in camera mia. Anche solo osservare gli allenamenti di grandi campioni come Zidane, Del Piero, Davids, Nedved è servito a farmi imparare tante cose. Non posso dire che siamo amici, ma uno come Del Piero, così alla mano, così disponibile, non ha mai tenuto le distanze con me, anzi, mi ha fatto sentire sempre parte del gruppo".

La Nazionale:
"Ho partecipato alla Coppa d'Asia e alla qualificazione ai mondiali, giocando partite anche importanti. Purtroppo scendendo di categoria, non mi hanno più chiamato. Forse se arrivasse un allenatore straniero alla guida tecnica dell'Uzbekistan, qualcuno con maggiore conoscenza del campionato italiano, potrei avere più opportunità di essere convocato. Perché credo che nel campionato di prima divisione italiana il livello tecnico sia piuttosto elevato".

Le lingue:
"La mia prima lingua è il russo, ma ho imparato anche l'usbeko. A imparare l'italiano ho impiegato un po', non è stato facile. Ora però ho deciso che devo assolutamente riuscire a parlare l'inglese perché quando si viaggia è indispensabile. Mi sono iscritto a un corso qui a Pescara. Ho iniziato dal livello "principianti" però sto facendo progressi...".

Ильяс Зейтулаев:
"In Uzbekistan si usano i caratteri cirillici, quindi il mio nome si scrive Ильяс Зейтулаев. I giornalisti italiani dicono spesso che il mio nome è impronunciabile: figuriamoci se dovessero leggerlo in cirillico!".

Il futuro:
"Per ora sono legato al Pescara per due anni. Mi trovo molto bene a Pescara e vorrei avere continuità qui, visto che ultimamente mi è capitato di cambiare spesso società. E' una bella città e ha una bella tifoseria. Mi piacerebbe molto riuscire a far salire di categoria questa squadra. Mi hanno raccontato che c'è stata una festa da scudetto l'ultima volta che il Pescara è stato promosso".

Una serata:
"Il modo migliore di trascorrere una serata per me è a cena con gli amici. Adoro la cucina italiana e mi piace scoprire i ristoranti dove fanno cucina tipica. Ho un aneddoto riguardo agli arrosticini che devo assolutamente raccontare . Tempo fa sono andato a cena con Bruno Federici, l'allenatore dei portieri, e Gianfranco Multineddu, il team manager. Abbiamo ordinato sessanta arrosticini. Dei primi trenta che sono arrivati a tavola Gianfranco ne ha mangiati da solo quindici. Alla seconda portata io e Bruno avevamo deciso che Gianfranco dovesse partire con una "penalità" di cinque arrosticini, ma nonostante ciò è riuscito a "vincere il campionato"...scandaloso!".


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