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Renè, lo straniero fantasma della Lazio

Renè, lo straniero fantasma della LazioTUTTOmercatoWEB.com
giovedì 30 luglio 2020 08:00Altre Notizie
di Redazione TMW
fonte STORIE DI CALCIO - testo di Sergio Taccone
Il Calcioscommesse ’80 tolse all’olandese Van de Kerkhof la possibilità di giocare con i biancocelesti guidati da Ilario Castagner.

Un’apparizione fugace. Pochi giorni prima di svanire, rispedito in Olanda dallo scandalo che squassò il calcio italiano nel 1980. Reiner Lambertus Van de Kerkhof, per tutti conosciuto con il diminuitivo di René, fratello gemello di Willj, arrivò alla Lazio nell’estate che passò alla storia calcistica per la riapertura delle frontiere dopo quasi quindici anni di autarchia. Un ingaggio di grande spessore. Il giocatore – un concentrato di scatto, velocità, ottima tecnica individuale e buona visione di gioco – qualche tempo prima era stato avvicinato dal Perugia.

Il contatto con i rappresentanti della società umbra (l’avvocato Brustenghi e il ds Ramaccioni) era avvenuto durante un torneo passerella a Milano. Si parlò della sottoscrizione di un’opzione di acquisto, subito smentita dai dirigenti del Psv. Sentito da alcuni giornalisti italiani, l’olandese aveva confermato i contatti con il Perugia, all’insaputa del club di appartenenza. “Non potevamo chiedere al Psv il riscatto del nostro cartellino senza avere la sicurezza della riapertura delle frontiere del calcio italiano”, dissero i gemelli Van de Kerkhof. I mesi passarono nella vana attesa della decisione della Figc e l’opzione del Perugia finì per scadere.

Nella Lazio era in atto un passaggio di consegne: Umberto Lenzini stava per lasciare la presidenza al fratello Aldo. Dopo aver trattato il centravanti Kees Kist, in forza all’AZ Alkmaar, la scelta dello straniero cadde su uno dei gemelli Van de Kerkhof, gradito sia al nuovo allenatore, Ilario Castagner, sia al direttore sportivo Luciano Moggi, ex ferroviere formatosi al fianco di Italo Allodi.

L’operazione venne avviata durante i Campionati d’Europa disputati in Italia. Prima della sfida tra Olanda e Grecia, giocata al San Paolo di Napoli, Moggi incontrò il nazionale orange nell’albergo che ospitava la squadra guidata da Jan Zwartkruis. La scelta di puntare su Renè ebbe un motivo: la necessità di ingaggiare un attaccante.

L’accordo venne raggiunto l’11 giugno 1980. Successivamente, Moggi si recò in Olanda per la firma del contratto da parte del giocatore. Due mesi e mezzo dopo l’arresto, negli spogliatoi di Pescara, di Wilson, Cacciatori, Giordano e Manfredonia, ai tifosi biancocelesti arrivò finalmente una buona notizia. La dirigenza, decisa a rinnovare la squadra, oltre a dover fare a meno dei quattro coinvolti nello scandalo, rinunciò a D’Amico (passato al Torino per mere esigenze di cassa) e al giovane Mauro Tassotti, prodotto del vivaio laziale, andato al Milan che in cambio cedette Bigon e Chiodi.

Tra i pali arrivarono tre nuovi portieri: Maurizio Moscatelli, reduce da un grande campionato con la Pistoiese, l’ex leccese Aldo Nardin e il giovane Dario Marigo, non ancora ventenne, proveniente dal Chieti ma in comproprietà con il Milan. Il rinforzo difensivo fu Arcadio Spinozzi mentre a centrocampo venne operata una vera rivoluzione, con gli innesti di Sanguin, Mastropasqua, Greco, Cenci, Perrone, Pochesci, Marronaro e Albani. L’unico reduce dello scudetto ’74, rimasto in rosa, fu Garlaschelli.

Ad inizio luglio ’80 il tema centrale in casa Lazio riguardava, inoltre, la ristrutturazione societaria e tecnica. Circolarono voci riguardanti un ridimensionamento del settore giovanile biancoceleste, che in quel periodo contava 340 tesserati, da portare a 110 e con le squadre ridotte a cinque: Primavera, due selezioni “allievi” e due “giovanissimi”. Il vivaio laziale, tra i più floridi in Italia, aveva sfornato giocatori come D’Amico, Giordano, Manfredonia, Agostinelli, Montesi, Ceccarelli, Di Chiara, Perrone, Pochesci, Ferretti, Ascarsella, Tarallo, De Stefanis e Simoni. “Un patrimonio societario – come scrisse il Corriere dello Sport il 7 luglio ’80 – cui attingere. Depauperarlo così drasticamente significherebbe privarsi volontariamente anche di una fonte di rigenerazione atletica e agonistica”.

Per Castagner, Van de Kerkhof era il giocatore ideale per ricostruire la squadra, puntando su quel tipo di gioco che un anno prima aveva portato il Perugia quasi allo scudetto. Il 21 luglio ’80 fu il giorno del raduno della Lazio: visite mediche e partenza per il ritiro di San Terenziano, comune collinare umbro. Coperto da occhiali scuri, René Van de Kerkhof, classe 1951, approdò a Roma facendosi notare per le lunghe basette bionde. I tifosi lo scortarono da Piazza Mazzini fino alla sede sociale. Tanta gente tributò al vicecampione mondiale olandese un’accoglienza all’insegna di una grandissimo affetto, invadendo via Col di Lana.

Arcadio Spinozzi, nel libro “Una vita da Lazio”, ha raccontato quei momenti che per l’ex difensore sancirono l’inizio della sua esperienza in maglia biancoceleste. “Raggiunsi Roma in macchina. L’accesso alla piazza era completamente bloccato. Il clamore si faceva sempre più assordante a mano a mano che ci avvicinavamo a via Col di Lana. A fatica riuscii a farmi largo tra la folla. I cori assordanti dei tifosi arrivavano nelle stanze della sede attraverso le finestre aperte. Mi affacciai e vidi migliaia di persone che sventolavano sciarpe e bandiere biancocelesti. I cori e gli incitamenti si facevano sempre più forti, sempre più insistenti. Non mi era mai capitato di assistere a un simile spettacolo. Fino ad allora non avevo mai immaginato che la passione per la squadra del cuore potesse essere così forte, quasi una ragione di vita, una fede…”.

L’estasi laziale durò appena quattro giorni. Il 25 luglio giunse la sentenza della Caf, una mazzata che spazzò via tutti i sogni: Lazio retrocessa d’ufficio in serie B per il calcioscommesse. Una decisione che portò al congelamento del contratto del giocatore olandese. Il presidente Lenzini, affranto, dichiarò: “Siamo rovinati, mi sento invecchiato di colpo di dieci anni”. Il giorno dopo, Paese Sera, oltre alla notizia della retrocessione laziale, riportava in prima pagina la quasi certezza dell’arrivo del brasiliano Falcao alla Roma.

Il refrain più gettonato diventò, di colpo, il caso riguardante l’olandese. Non più autorizzato ad allenarsi, il giocatore lasciò il ritiro e rientrò nei Paesi Bassi. Fino al 2 agosto, data della prima amichevole stagionale della squadra biancoceleste, Renè attese segnali restandosene ad Eindhoven. La risposta fu negativa: con la squadra in B, sul tesseramento del giocatore cadde un veto insormontabile. Fine della storia.

Van de Kerkhof tornò al Psv. Si concluse così il giallo dell’estate ’80, con l’avventura biancoceleste del calciatore originario di Helmond durata appena cinque giorni. Un sogno fugace: per Renè Van de Kerkhof, campione completo, interprete di un calcio dove tutti dovevano saper fare tutto da un punto di vista tecnico e tattico, il suo passaggio alla Lazio fu un incontrarsi e dirsi subito addio.

Ai tifosi laziali rimase la grande delusione per quel tulipano mai fiorito in maglia biancoceleste, spezzato dal ciclone del calcioscommesse che condannò la società capitolina al purgatorio della cadetteria. Restano alcune istantanee, scattate in via Col di Lana agli albori dell’estate ’80. C’era anche Goffredo Lucarelli, il Tassinaro, storico capo-tifoso, ritratto accanto al giocatore olandese in camicia a maniche lunghe e giacca in mano, con vistosi occhiali da sole a conferirgli più carisma e sintomatico mistero.

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