Il fallimento delle multiproprietà: Chelsea e Strasburgo affossati, come Girona, Bari e Nizza
Doveva essere il futuro del calcio moderno. Una rete internazionale di club capaci di collaborare, condividere talenti, competenze e risorse per crescere insieme. Oggi, invece, il progetto BlueCo appare come uno degli esempi più evidenti dei limiti della multiproprietà applicata al calcio. La stagione 2025-26 si è conclusa nel peggiore dei modi per le due società simbolo dell'impero costruito da Todd Boehly: Chelsea e Strasburgo. Nessun trofeo, nessuna qualificazione europea e una sensazione diffusa di smarrimento che rischia di mettere seriamente in discussione la credibilità dell'intero progetto.
A Stamford Bridge il disastro è stato totale. La decisione di esonerare Enzo Maresca a Capodanno ha rappresentato il punto di non ritorno di una stagione già complicata. Una scelta difficile da comprendere considerando che l'allenatore italiano, appena qualche mese prima, aveva riportato due trofei nella bacheca dei Blues e dato una parvenza di stabilità a una squadra da anni in continua ricostruzione. La dirigenza aveva deciso di affidarsi a Liam Rosenior, promosso direttamente... dallo Strasburgo. Una mossa - ancor più incomprensibile - che è sembrata più figlia di logiche interne che di una reale valutazione tecnica: Rosenior non aveva esperienza ai massimi livelli e il suo impatto è stato disastroso, tanto da essere sollevato dall'incarico poche settimane fa, con il traghettatore Calum McFarlane chiamato a gestire le ultime partite.
Il bilancio è impietoso: eliminazione dalla Champions League contro il Paris Saint-Germain con un pesante 5-0 complessivo tra andata e ritorno, sconfitta nella finale di FA Cup contro il Manchester City e un anonimo decimo posto in Premier League. Un risultato che esclude il Chelsea da qualsiasi competizione europea nella prossima stagione. Ma le conseguenze sportive saranno soltanto una parte del problema: dal loro insediamento, Boehly e il fondo Clearlake hanno investito oltre un miliardo di euro sul mercato, una spesa enorme che avrebbe dovuto riportare rapidamente il club ai vertici continentali e che invece si accompagna oggi a perdite finanziarie significative e all'assenza dei ricavi garantiti dalle coppe europee.
Se Londra piange, Strasburgo non ride. La squadra alsaziana aveva alimentato aspettative importanti dopo una brillante fase iniziale della Conference League, conclusa addirittura al primo posto. Il percorso europeo sembrava poter rappresentare la consacrazione del progetto, soprattutto dopo l'eliminazione del Magonza nei quarti di finale. In semifinale, però, il Rayo Vallecano ha spento il sogno europeo e certificato il fallimento di una stagione che in Ligue 1 si è chiusa con un deludente ottavo posto. Anche lo Strasburgo resterà quindi fuori dalle coppe continentali nel 2026-27; per un club che avrebbe dovuto beneficiare delle sinergie garantite dalla rete BlueCo, il risultato è estremamente deludente.
Ed è proprio qui che emerge il vero problema della multiproprietà. Il modello viene presentato come una forma di cooperazione virtuosa tra società diverse, ma nella pratica spesso produce rapporti gerarchici che finiscono per penalizzare i club minori. Lo Strasburgo è progressivamente diventato una sorta di laboratorio del Chelsea: giocatori valorizzati per essere eventualmente trasferiti a Londra, per buona pace dei tifosi, giustamente adirati con la proprietà. Il rischio è che le società satellite smettano di inseguire obiettivi propri per diventare semplicemente strumenti funzionali agli interessi del club principale. E quando anche quest'ultimo fallisce, l'intero castello crolla.
Non è un caso isolato. Il Girona, inserito nell'universo del City Football Group, ha vissuto una stagione tremenda a soli due anni dall'exploit che lo aveva portato in Champions League ed è addirittura retrocesso; il Nizza, che condivide la proprietà con il Manchester United (INEOS), dovrà passare dallo spareggio con il Saint-Etienne per restare in Ligue 1 (guarda caso nella stagione in cui i Red Devils sono rinati); i disastri della Eagle Football Holdings di Textor hanno rischiato di affossare il Lione e hanno annientato il Molenbeek. La stessa sorte è capitata al Bordeaux e al Boavista, entrambe controllate da Gerard Lopez ed entrambe fallite, mentre il Bari piange una discesa negli inferi della Serie C tutt'altro che attesa quando la famiglia De Laurentiis si insediò.
Adesso toccherà a Xabi Alonso cercare di ricomporre i cocci. Lo spagnolo dovrà restituire identità, credibilità e serenità a un ambiente esausto dopo anni di rivoluzioni. Ma la vera sfida riguarda l'intero progetto BlueCo, perché dopo una stagione del genere non basta cambiare allenatore: occorre chiedersi se il modello stesso sia realmente sostenibile. Per il momento assomiglia molto più a un esperimento fallito.
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