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Spagnoli, da 'Campioni' alla presidenza dell'Imolese: "Con me in C in 6 anni"

Spagnoli, da 'Campioni' alla presidenza dell'Imolese: "Con me in C in 6 anni"TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Sinisa Erakovic/Foto Olimpia
mercoledì 08 aprile 2020 06:00Che fine ha fatto?
di Gaetano Mocciaro

Ve lo ricordate "Campioni, il sogno"? Fu il primo esperimento di reality show applicato al calcio andato in onda sulle reti Mediaset dal 2004 al 2006. Nonostante si parlasse di una realtà dilettantistica come quella del Cervia, i protagonisti vissero momenti da vere e proprie celebrità. Spenti i riflettori anche il pallone per molti si è sgonfiato. C'è però chi di pallone vive ancora. Non più da calciatore ma addirittura da proprietario e presidente: Lorenzo Spagnoli era uno dei tre vincitori della prima edizione. Andò in ritiro con la Juventus di Fabio Capello, allenandosi con giocatori del calibro di Zlatan Ibrahimovic, Alessandro Del Piero e Pavel Nedved. Oggi è al timone dell'Imolese, riuscendo laddove il Cervia fallì: portare la squadra dall'Eccellenza ai professionisti. Ai microfoni di Tuttomercatoweb si racconta:

Lorenzo Spagnoli, presidente dell'Imolese già dall'età di 33 anni. Giovanissimo, hai bruciato le tappe. Cosa ti ha portato alla guida di un club?
"Ero sempre affascinato da quello che poteva succedere dietro la scrivania, il mondo dirigenziale: le strategie societarie mi hanno sempre affascinato. I miei ultimi anni di carriera erano all'Imola, in Eccellenza. C'erano dei problemi in società e dato che avevo visto un potenziale importante, come un bacino d'utenza da 70mila abitanti, la storia del club, un centro sportivo magnifico ho valutato, con mia moglie che ha delle aziende a Bologna, la possibilità di entrare dentro la società. Abbiamo capito che si poteva fare e alla fine l'ho rilevata. Mi sono ritrovato nel mio ultimo anno da calciatore in un ruolo inedito: non solo giocavo ma ero anche capitano e presidente".

Situazione singolare per l'allenatore, divenuto nei fatti un sottoposto di un calciatore
"Un anno particolare, ma abbiamo gestito tutto con intelligenza e trasparenza. Ci siamo divertiti e abbiamo vinto il campionato. Io ho anche segnato 15 reti e questo diciamo che ha reso più semplice le scelte del tecnico. Altri 3-4 anni me li potevo godere ancora da calciatore, ma in quel momento ho capito che era molto più importante iniziare una nuova carriera in giovane età che terminarne una da 'vecchio'. L'adrenalina e l'entusiasmo di iniziare una nuova carriera mi ha facilitato le cose e fatto fare il passo".

Con risultati di tutto rispetto: in sei anni dall'Eccellenza ai playoff per salire in Serie B
"Quando ho scelto di smettere di giocare era per dedicare anima e corpo alla nuova carriera. Ho cercato di imparare il più possibile, lavorando con persone capaci al mio fianco. I risultati sono grandiosi e aggiungo anche il fiore all'occhiello del centro sportivo che abbiamo ampliato e dotato di ristorante. Un centro invidiato in tutta Italia".

Hai fatto studi specifici per diventare manager?
"No, perché a 14 anni ho lasciato il mio paesello per andare all'Hellas Verona. Pertanto ho fatto un istituto tecnico e iniziato a giocare a calcio tra Serie C e Serie D, con la parentesi in mezzo del Cervia. Poi, ho la fortuna più grande che è quella di avere una moglie imprenditrice e quindi avevo una formazione quotidiana in casa. Anche con i suoi fratelli, quando andavo in azienda da loro".

L'Imolese la possiamo definire una realtà familiare
"Sì, siamo io e mia moglie. Poi un direttore sportivo, un direttore generale e una segretaria. Abbiamo anche un settore giovanile con 400 bambini e i responsabili, un ristorantino con camerieri e baristi".

L'esperienza di 'Campioni, il sogno' è servita per questa carriera imprenditoriale?
"Mi è servita molto, anche se da allora sono cambiate tante cose. Ad esempio, se ci fossero stati i social anche nel 2004 penso che Campioni avrebbe spopolato ancora di più. Ancora va in onda qualche puntata, qualche immagine di quell'anno e i commenti esplodono. Devo dire che mi ha aiutato tanto, come a conoscere persone della Serie A, del mondo del marketing: mi ha dato una sorta di popolarità e un minimo mi riconoscono da subito".

L'altra faccia della medaglia: alcuni giocatori di quel Cervia erano ben più interessati a entrare nel mondo dello spettacolo. Questo non ha condizionato la carriera post-Campioni di chi invece voleva fare davvero il calciatore?
"Hai centrato il punto. A livello umano, di crescita mia è stato bellissimo. Esperienza pazzesca. A livello calcistico chi voleva continuare un percorso calcistico anche dopo il programma, è stato penalizzato enormemente. Ci hanno appiccicato l'etichetta di uomini dello spettacolo. Per fare un esempio un club mi disse: 'Prima prendiamo i calciatori, poi vediamo'. E io avevo prima di allora fatto 4 anni in Serie C. Non eravamo presi più seriamente, io ho perso 2-3 anni e ho sofferto molto. Al punto da pensare di smettere e cercare un altro lavoro".

Come è nata la risalita?
"La risalita è nata con i dilettanti. Sono andato a cercare quelle realtà che mi facevano sentire bene. Dopo un paio di anni di difficoltà anche mentali sono tornato a Cervia, in Serie D, dove i riflettori si erano già spenti. Era una squadra normalissima che dopo il reality ha continuato a giocare. Giocavo insieme ad altri protagonisti come Bertaccini, Bondi e Olivieri. C'era un vero sentimento di passione".

Per giocatori di Serie C o provenienti dai dilettanti dev'essere stato difficile gestire la popolarità di quel momento
"Eravamo stati elevati alla stregua dei Beckham e Ronaldinho. Dovevamo stare attenti a uscire, ci bloccavano, non facevi nulla. In quell'anno la popolarità era esagerata, dopo un anno e mezzo era quasi finito tutto. Ma non ti nascondo che ancora mi fermano, vogliono l'autografo o mi scrivono su Instagram. Tutt'oggi a distanza di 15 anni è presente il sentimento. Certo, in quel periodo se non avevi una famiglia solida alle spalle andavi fuori di testa, perché di fatto passavi da una settimana all'altra dall'essere da un giocatore di Serie C a crederti Cristiano Ronaldo. C'erano ragazzi di 18-20 anni, non era semplice per loro gestire la cosa".

E tu come l'hai gestita?
"Io l'ho presa con filosofia. Ho sempre detto ai miei compagni: viviamola come un anno di vacanza e poi basta".

I calciatori ora sono molto attivi sui social. Da presidente qual è la tua filosofia?
"Cerco di mettere dei paletti, delle regole: all'interno di un gruppo ci devono essere e devono essere rispettate. È un lavoro quotidiano con tutti. Su questa identità fatta di regole, principi ci lavoro molto".

Si riproponesse un reality sul calcio cosa consiglieresti agli aspiranti partecipanti?
"Di viverla come esperienza di vita. Se però vuoi fare davvero il calciatore meglio lasciar perdere".

Ti senti ancora con qualcuno del Cervia?
"Mi sento con tutti. Abbiamo una chat comune, siamo in rapporto con tutti: del resto abbiamo condiviso un anno particolare, diverso. Siamo cresciuti insieme, vivendo le situazioni irripetibili e particolarissime. Che ci terranno sempre legati".

Tornando all'Imolese, parlare di progetti ora è complicato
"Ora cambia tutto, siamo entrati in un'epoca che non abbiamo mai vissuto. Dobbiamo capire in che era entriamo e tutti i discorsi che c'erano in ballo, i progetti, le idee le vanno messi parte, cercando di capire cosa succederà".

Il mondo della C diventa ormai insostenibile
"Il mondo della Serie C era insostenibile anche prima della pandemia. Se non cambiavano riforme, se non aiutavano i 60 club la C era destinata a morire lentamente. Adesso ancora di più, non si può parlare di Serie C, siamo al default: gli sponsor hanno dato la disdetta, i propri presidenti hanno le aziende in difficoltà, per non dire chiuse e non abbiamo più la forza di mettere di tasca nostra un milione, un milione e mezzo. Era sbagliata già prima come Lega, perché i presidenti non devono mettere un milione così. Il calcio era messo male, adesso non c'è più. Sento di proposte per giocare a giugno-luglio: mi piacerebbe, ma in Serie C non si può: solo un pullman per andare in trasferta non ce lo possiamo permettere. E per quel che riguarda gli stipendi anche i calciatori devono capire che si sta entrando in un'altra epoca. È possibile che la Serie C non sia più un lavoro a tempo pieno".

Come pensate di muovervi a riguardo?
"L'immagine dei calciatori è passata in modo sbagliato, l'Assocalciatori non vuole la cassa integrazione. Stanno lavorando male. Non hanno capito che si chiuderà tutto e i calciatori non prenderanno un soldo per causa di forza maggiore. Io dico che il calciatore deve fare la cassa integrazione e se ti opponi ti devi vergognare. Tommasi e Calcagno ci vogliono far credere che in Serie C prendono 1.500 euro. Una cifra simile la percepiscono giusto i diciottenni, quelli che si sono appena affacciati al professionismo. Gli altri arrivano a prendere molto di più e non sono certo quattro mesi di cassa integrazione a rovinarli, anche perché in molti casi non hai nemmeno una casa da pagare. Non voler accettare questa cosa è un insulto a chi è a casa e prende 800 euro, dovendo per giunta mantenere una famiglia".

I calciatori non possono trovare l'accordo col club?
"Sì, ci arriveremo perché non c'è scelta. Ma non accetto che l'AIC dica che i club vogliono approfittare della situazione per non pagare. Venissero a vedere le aziende dei proprietari dei club: quelle dei miei familiari sono chiuse, con gente in cassa integrazione. Abbiamo coccolato e viziato i calciatori. E sentirci dire dall'Assocalciatori che ce ne approfittiamo mi fa venire il vomito".

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