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Editoriale

Basta con gli stranieri se non sono campioni, la Russia chiude le porte e da noi sono il 60% in serie A: il calcio così muore

Nato ad Aulla (Massa Carrara) il 16/03/54 comincia giovanissimo a collaborare con La Nazione portando la partita che giocava lui. Poi inviato speciale e commentatore, oggi direttore del Qs Quotidiano sportivo della Nazione, Resto del Carlino e Giorno
05.09.2014 00.00 di Enzo Bucchioni   articolo letto 36185 volte
© foto di Federico De Luca

Il mercato appena chiuso si presta ad amare riflessioni sullo stato di salute del nostro calcio, sulla situazione delle società e sulle idee dei dirigenti. Un fallimento completo. A parte le risorse investite (duecento milioni) inferiori a quelle degli anni passati e lontane anni luce da quello che hanno fatto i campionati che contano, dobbiamo sottolineare che a fronte di uscite importanti sono arrivati tutti giocatori di seconda e terza fascia.

Se ne sono andati Immobile capocannoniere, Reina e Cerci tanto per dirne alcuni, ma anche Vucinic, Pandev ed altri campioni che hanno finito la loro corsa (Milito e Cambiasso) mentre i nomi più importanti importati sono Torres che il Chelsea ha liquidato, un giovane da scoprire (Morata) o Vidic, Saviola e Marquez a fine corsa.

Insomma, il nostro calcio è più povero, più vecchio e più straniero. E questo è il problema vero. Nella prima giornata di campionato il 59 per cento dei giocatori impiegati erano stranieri, il tetto dei cinquanta già ampiamente superato altre volte, si sta drammaticamente avvicinando al sessanta. Gli stranieri nel nostro campionato sono 313, gli stessi dell'anno scorso, ma quello che stupisce e che sempre più stanno prendendo il posto da titolare, giocano, a scapito degli italiani. E soprattutto dei giovani.

Di questo passo la nostra cultura calcistica scomparirà e non avendo risorse da investire su campioni dall'estero, le società saranno costrette a dirottare i loro interessi su stranieri di scarso valore.

Che fare? Il problema non è solo italiano. Se pensate che ogni anno dall'Argentina emigrano circa duemila calciatori professionisti, è facile capire a che punto siamo arrivati. Ma anche dal Brasile e da altre nazioni sudamericane l'esodo è massiccio. Ora anche dall'Africa.

La Russia ha il nostro stesso problema. I soldi dei magnati hanno attirato una massa enorme dei giocatori, il calcio russo non sforna più talenti e la Nazionale fatica. Giusto ieri il ministro dello sport ha annunciato delle leggi che sfoltiranno la presenza di atleti non russi dal calcio, ma anche da altri sport. Gradualmente vogliono tornare a una situazione più ragione con 3-4 stranieri per questa, l'obbligo di utilizzare giocatori dei vivai e tutte quelle altre misure capaci di ridare un senso nazionale allo sport.

Se la globalizzazione ha portato il progresso in diverse attività, lo sport ha radici, cultura e valori che si differenziano a seconda dei territori e vanno salvaguardate. Perché lo sport è anche bandiera e appartenenza, questo esprimono le nazionali.

O si aboliscono le nazionali dando spazio soltanto ai club, oppure le nazioni con grandi bacini di calciatori appunto come Brasile e Argentina, presto segneranno un solco incolmabile con le altre.

L'esempio della Russia deve far riflettere. Il nuovo presidente della Federcalcio Tavecchio ha fatto una bandiera del ritorno ai vivai e ai giovani, speriamo riesca a far passare presto dei blocchi numerici anche se con un consigliere come Lotito abbiamo forti dubbi.

Il nostro calcio ha sempre prodotto campioni, bisogna imporre il ritorno ai vivai e all'utilizzo dei giovani più interessanti perché i ragazzi se non giocano sfioriscono e poi si perdono. Ma il discorso deve investire tutto il movimento calcio e non soltanto il campionato di serie A.

Una volta le società pescavano anche dalla serie C, molto giocatori importanti sono nati nelle categorie minori che ora servono soltanto a far posto a vecchi a fine carriera o a modesti mestieranti.

Se vogliamo tornare a riempire gli stadi, prima bisogna farli nuovi, ma poi bisogna rimettere in moto anche la cultura del campanile. Se il Barcellona riesce ogni anno a sfornare sei-sette giocatori catalani dalla sua Cantera e li aggrega alla prima squadra, non riusciamo a capire come non lo possano fare le squadre italiane.

Non tocca a noi suggerire soluzioni, quello che possiamo fare è insistere perché quelle riforme promesse vengano attuate in fretta: il tempo è scaduto.

Dalla pochezza delle squadre di club piene di stranieri alla Nazionale, il discorso è collegato. In Brasile si è toccato il punto di non ritorno. Se è vero che Prandelli ci ha messo molto del suo presentando una formazione psicologicamente fragile e calcisticamente confusa, è altrettanto vero che è difficile andare oltre una rosa di una trentina di giocatori, molti dei quali modesti, che offre il nostro campionato. E di questo passo sarà sempre peggio. Se gli italiani non giocano, quelli che giocano sono scarsi e molti dei migliori se ne vanno perché all'estero guadagnano di più, tirate voi le somme.

Conte ha già dato e darà una bella scossa. E' un condottiero sul modelli Lippi-Sacchi, sicuramente con lui si ritroverà la grinta e lo spirito di appartenenza naufragate nel finto buonismo di Prandelli, il primo esempio è arrivato contro l'Olanda terza ai mondiali battuta con facilità. La nazionale sembra già una squadra vera, oltre la vittoria la sensazione che il nostro calcio se fatto bene, se capace di ritrovare le radici e gli uomini giusti come Conte possa riprendersi. Simone Zaza la dimostrazione che nel nostro calcio i giovani ci sono e possono emergere se qualcuno com e il Sassuolo li fa giocare con continuità. Ma potrebbe non bastare se non arriveranno in fretta le riforme necessarie e promesse da Tavecchio, se non si bloccherà l'utilizzo degli stranieri e se non si punterà di nuovo forte sui vivai. Fate in fretta.


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