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La Giovane Italia
Editoriale

Berlusconi, con questo pasticcio hai cancellato 30 anni di storia. Non iscrivete le seconde squadre. Gravina, Serena ha ragione. Sibilia, tempo scaduto: ora i fatti. Lo sport fermi Di Maio

Direttore di Sportitalia e Tuttomercatoweb
02.07.2018 00:00 di Michele Criscitiello  Twitter:    articolo letto 116867 volte
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews

Da buoni rosiconi, sotto l'ombrellone, godiamo delle "disgrazie" altrui. Germania e Spagna a casa. La spiaggia aspetta anche voi. Noi, invece, in riva al mare aspettiamo anche i francesi. Non vogliamo essere dei gufi ma, sportivamente parlando, speriamo che la Francia vada a casa presto. Anche se poi, onestamente, vediamo Mbappè e dobbiamo alzarci solo in piedi ad applaudirlo. Così come va applaudita tutta la squadra per lo spirito di gruppo. Ad ogni gol, i francesi entravano in campo ad esultare dalla panchina, i non convocati da dietro la porta... lì capisci che quando c'è unità di intenti puoi arrivare ovunque. Non parliamo di mondiale, parliamo di attualità. Dovremmo parlare di mercato, certo, lo facciamo ogni secondo per sette giorni alla settimana. Quella che inizia oggi sarà una settimana bella intensa tra annunci e chiusure di trattative. I ritiri si avvicinano e, tante squadre, hanno ancora molto da fare. L'analisi iniziale è dedicata al Milan. Un momento così non se lo augurava nessuno; neanche l'interista più accanito. In questa storia l'unico che dovrebbe dire due parole è rimasto, finora, in silenzio. Colpevolmente. Silvio Berlusconi disse "lascerò il Milan in mani sicure" criticando un giorno Moratti che aveva ceduto al "filippino" della porta accanto. Bene, oggi Berlusconi dovrebbe intervenire e chiedere scusa o almeno dare spiegazioni a quei milioni di milanisti che ha fatto divertire per 30 anni e che per 30 anni lo hanno reso il Re del calcio italiano e non solo. I guai del Milan partono da Arcore. Da quei bilanci che ogni anno chiudevano con un rosso di 70 milioni di euro e sulla scelta di cedere il Milan al Signor Li, senza avere alcuna garanzia. Berlusconi ha chiuso, grazie alla cessione del club, bilanci in attivo in questo ultimo esercizio con utili vicini ai 90 milioni di euro, di cui la metà sono dividendi proprio per Berlusconi. Il Milan è nei guai fino al collo e questo balletto Cina-Usa, Usa-Cina, non aiuta a rendere credibile il ricorso al Tas. Non c'è presente e non c'è futuro. Il Milan paga due fattori: i debiti del passato e l'ingenuità della scorsa estate quando al posto di pianificare un rientro dei debiti in 3 anni si è voluto giocare il jolly aumentando i debiti, facendo una super squadra (sulla carta) sperando di acchiappare uno dei primi 4 posti che sarebbe valso la salvezza del club, in termini economici e di immagine. Il campo ha spiazzato tutti e la mano pesante del Giudice della Uefa ha fatto il resto. Se Li perde il Milan per 32 milioni di euro ci troveremo di fronte a due strade: la prima porta alla totale incoscienza del cinese. La seconda, al fatto che i 700 milioni dello scorso anno li avesse trovati per strada. Se uno fa un investimento da 700 milioni di euro, nell'estate del 2017, e un anno dopo non copre l'aumento del capitale sociale significa che siamo alla pura follia di un investimento durato appena 11 mesi.
Altro argomento: le seconde squadre. Giorni e ore calde per le società di serie A. Le più cariche sono Juventus e Milan. Inter, Roma, Atalanta, Fiorentina e Udinese sono propense ad aspettare un altro anno per fare le cose con calma ed intelligenza. Partire oggi sarebbe pura follia. Il Milan ha altri problemi e non capiamo come possa avere tempo per pensare alla seconda squadra. L'unica che spinge è la Juventus ma fare oggi la seconda squadra quando non hai neanche l'allenatore della Primavera significa essere fuori dalla realtà. Anche la Juventus si adegui e pensi al bene del sistema e non a quello personale. Oggi le seconde squadre non si possono fare. Vi sembra il caso che, al 2 luglio, una squadra di C non abbia un allenatore, un calciatore e non abbia fatto ancora l'iscrizione al campionato? Senza sapere dove giocare alla domenica e senza sapere regole certe. Già l'idea di mettere la Juve B nel girone con Pisa o Catania ci fa venire il mal di testa, figuriamoci senza regole chiare dove finiremo. Prendetevi un altro anno e se tutti insieme partorirete un'idea sana, allora, saremo i primi ad appoggiarla.
Il discorso seconde squadre ci concede la possibilità di parlare di serie C. Gravina, in questi anni, ha cambiato il mondo della C e il sistema stesso. Ha portato novità, ha vinto la sfida dei play off e ha ridato visibilità ad un campionato abbandonato al suo destino. Il lavoro di Gravina, fin qui, è stato eccezionale. Certamente ci sono molte cose da sistemare: dai casi Modena e Vicenza alle iscrizioni ai campionati. Solo chi fa può sbagliare. Chi non fa nulla, invece, non sbaglia mai. Ne parleremo più avanti. Proprio perché Gravina ragiona da imprenditore e non da politico dovrebbe accettare lo sfogo del Presidente del Mestre, Serena, che dopo due grandi campionati e in rampa di lancio fa sparire la sua società. La cosa è molto grave, almeno, quanto al fallimento del Modena, alla situazione di Vicenza ed Arezzo e tante realtà senza futuro. Gravina dovrebbe cambiare alcune regole e fare un piano economico sostenibile per i club. Altrimenti si ammazza il bimbo nella culla. 60 società sono troppe in C. Meglio 2 gironi da 20 e più soldi a 40 società, anziché le briciole per 60. Troppo cara l'iscrizione al campionato (150.000 euro), troppo alta la fidejiussione da garantire (350.000 euro), troppo pochi i 500-600 mila euro distribuiti ai club. Bisogna riparametrare tutto. Anche i ripescaggi così non hanno senso. Un milione serve solo per partire. Se un club arriva dalla B è un conto ma se uno arriva dalla serie D è morto prima di scendere in campo. Così non ci saranno mai le favole di un tempo. Di miracoli Renate ne esistono sempre meno e la Lega dovrebbe distribuire maggiori risorse ai club. 60 società, lo ripetiamo, sono tante. Gravina lavora e indovina quasi tutto quello che fa. Per questo confidiamo nelle sue novità.
La vera delusione, fin qui, è Cosimo Sibilia Presidente dei Dilettanti. Persona seria, preparata ma troppo politico e poco manager di calcio. Da quando è arrivato non è cambiato nulla eppure i propositi sembravano buoni. Non è un attacco ma un invito a fare. Casomai anche a sbagliare ma bisogna prendere delle decisioni per un sistema che non è sostenibile. Se in C sono tante 60 società, in D sono infinite 160. Troppi gironi, 9, poca qualità in molte regioni dove le società lavorano senza strutture e senza soldi. Sibilia ha grandi professionisti nel suo staff. Con idee chiare. Faccia prendere a loro le decisioni ma non ripartiamo, in D, con gli stessi problemi dell'anno scorso e dell'anno prima... 4 under titolari sono troppi. Spesso si falsano i campionati per far giocare un ragazzino solo perché è '99 e non per valori tecnici. Il ragazzino, l'anno dopo, sarà buttato in strada perché scarso e perché la sua carta di identità non serve più. I portieri di medio livello possono cambiare mestiere a 21 anni, grazie a queste regole. Sogni infranti troppo presto. La LND non può chiedere 20 mila euro di iscrizione ad ogni società, tutte insieme portano nelle casse della Lega più di 3 milioni di euro all'anno, e non viene distribuito un euro ai club se non un piccolo premio a chi fa giocare più giovani durante l'anno. Il controsenso: obblighiamo le società a far giocare i giovani ma in un campionato senza visibilità conta poco se poi nessuno te li compra, seppur bravi. Troppi stadi italiani sono sotto la media della dignità calcistica. Far vincere solo una squadra in ogni girone significa mandare al mare tutte le altre già a febbraio o marzo. I play off devono avere un senso. Facciamoli allargati come in C, ne vincerà una sola ma almeno c'è la speranza di trovare un Cosenza anche in D. La LND deve parlarsi con la Lega Pro. Con questi dispetti non si va da nessuna parte. Sibilia chieda ai professionisti di applicare i prestiti anche verso la serie D che, ormai, rappresenta la C2 di una volta. Sarebbero felici le grandi società di mandare a giocare i propri ragazzi in prestito, dopo addestramento tecnico, senza dover stracciare il contratto, e sarebbero felici le piccole società di D che risparmierebbero qualche ingaggio. Basta parlare di rimborsi ai calciatori, quando tutti sanno che ormai sono stipendi a tutti gli effetti, la maggior parte delle volte. Va trovata una soluzione per regolamentare anche questi aspetti. Non è una critica a Sibilia ma un appello a prendere decisioni per il bene del sistema. La LND rappresenta il maggior numero di città in Italia. Se si svolta dal basso, anche in alto capiranno che dovranno muoversi. Dopo la sconfitta in FIGC, Sibilia non si è più visto né sentito. Se la Federazione non ha bisogno di lui, c'è una Lega che prima di partire ha bisogno di cambiare metodi e regole.
Infine il caso Di Maio che scuote il mondo dello Sport. Va fatta chiarezza subito, prima che sia troppo tardi. Il decreto dignità, per come è scritto, affossa tutto lo sport italiano. Vogliamo copiare gli inglesi ma poi ignoriamo come gli inglesi fanno business. Il gioco d'azzardo è una cosa, le scommesse, il betting sono altra cosa. Non è gioco d'azzardo anche perché legale e regolamentato dalla Unione Europea. Tagliare fondi e profitti, taglierebbe fuori l'Italia dall'Europa. Non uno ma mille passi indietro. Con le buone, Di Maio va portato alla riflessione. Le sue idee sono giuste ma sta prendendo una cantonata pazzesca. Vietare la pubblicità di un gioco legale e responsabile porta all'illegalità perché se uno è malato continuerà a farlo, non guarisce solo che, grazie al web, andrà a scommettere fuori dal nostro Paese. Il danno oltre la beffa. Leghe, Federazioni, club e tv vivono grazie anche a questo sistema che porta ricavi. Di Maio vuole colpire Berlusconi ma così colpisce migliaia di famiglie. Le società di calcio avrebbero danni seri, le federazioni lo stesso. Anche le piccole organizzazioni. Se si vuole regolamentare ulteriormente il sistema si faccia pure ma abolire, dalla sera alla mattina, un introito per tutti così importante significa voler distruggere l'economia del Paese. Non a caso, il Ministro dell'Economia è il primo nemico del "Decreto Dignità".


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