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Editoriale

Chi è la favola fra Leicester e Siviglia? Juventus modello Bayern, l'errore di rinnovare a Totti. Il Milan sarebbe già vecchio per la gestione Berlusconi

Nato a Bergamo il 23-06-1984, giornalista per TuttoMercatoWeb dal 2008 e caporedattore dal 2009, ha diretto TuttoMondiali e TuttoEuropei. Ha collaborato con Odeon TV, SportItalia e Radio Sportiva. Dal 2012 lavora per il Corriere della Sera
08.05.2016 00:00 di Andrea Losapio  Twitter:    articolo letto 48204 volte
© foto di Lorenzo Di Benedetto

Complimenti al Leicester, favola moderna. Una squadra di undici, anzi dodici, perdenti. Da Ranieri a Vardy, da Mahrez a Kanté, passando per Huth - uno che a diciassette anni era considerato come uno dei migliori giocatori tedeschi di sempre - Albrighton e Drinkwater. Gente che nel momento in cui Ranieri perdeva la Serie A del 2009/10 (nei confronti del Mourinho del Triplete) era ad arrancare in Premier League, nel migliore dei casi. C'era qualcuno nelle leghe non professioniste, chi segnava un gol ogni - davvero - tanto come Mahrez, un capitano che giocava nel Nottingham Forest che certo non era quello di Clough. Giusto togliersi il cappello, ma dire che Leicester sia una provinciale è davvero troppo. Ok, è l'undicesima società di Premier League, per fatturato, e la quartultima per ingaggi. Vardy ne prenderà cinque e passa la prossima stagione (poco meno di Higuain), Mahrez dovrà decidere cosa fare. Con la vittoria della Premier League arriverà un jackpot incredibile, pari a più del doppio del fatturato di 140 milioni di euro, quello attuale. Quello che il Napoli costruito in dieci anni (il Leicester in due), e quello che il Siviglia non fa. Joseph Maria del Nido, nei primi anni duemila, era uno dei presidente più complicati da convincere per acquistare un suo calciatore. Poi la crisi si è fatta sentire, il Siviglia è diventato un supermarket: o meglio, le plusvalenze sono diventate necessarie per avere un progetto vincente. Il Leicester, alla prima vittoria, può permettersi di tenere tutti. Poi sarebbe bello conoscere i tifosi dell'ultima ora che due anni fa si disperavano per il gol di Deeney, in contropiede, invece di esaltarsi del Watford di Pozzo, Battocchio, Forestieri e Cassetti.

Capitolo Napoli, lambito ma non espresso. Insigne vorrebbe un rinnovo che tarda ad arrivare. Koulibaly vuole un rinnovo che tarda ad arrivare. Higuain un anno fa avrebbe preferito lasciare perché la politica sembrava quella di abbassare il calibro verso un modello sostenibile, non certo per tenere i migliori. Se il Napoli capisse che, con un fatturato come quello del Siviglia, serve vincere il possibile, forse avrebbe più possibilità di portarsi a casa trofei, e non solo europei: la Juventus è avanti anni luce per una questione fatturato (360 milioni contro 135 circa) ma lo è anche nei piani: quella azzurra è una società che vede poco oltre il proprio naso, con uno stadio praticamente fatiscente e tanti problemi a livello dirigenziale. Lo sfogo di Gargano non è a orologeria, ma il momento non può essere casuale. La Juventus sta lavorando sul modello Bayern: stravincere in campo nazionale per poi puntare alla Champions ogni anno. I bianconeri se lo possono permettere, perché il fatturato è talmente alto - e quello delle avversarie così basso - che i piemontesi saranno praticamente invincibili per parecchio tempo.

Chi non è imbattibile è la Roma di Luciano Spalletti. Perché, sì, c'è la Juventus, ma non solo. Il problema principale è che Francesco Totti, deus ex machina di uno spogliatoio polveriera, ha avuto l'ennesimo rinnovo contrattuale, ad anni quaranta, anche grazie alle ultime prestazioni. Qual è la differenza fra una società che pianifica - guardando la carta d'identità e non il nome - e l'altra che vive degli umori della piazza? Alessandro Del Piero, altro grandissimo esponente del calcio anni novanta, venne più o meno licenziato da Andrea Agnelli, un po' per spostare l'attenzione dalle perdite del bilancio, un po' perché la figura del numero dieci era davvero troppo ingombrante per una società che voleva rilanciarsi verso l'Olimpo del calcio. Anni dopo si può dire che la Juventus abbia fatto bene, perché è riuscita a crescere al di là di questioni campanilistiche. Anzi, di cortile o quasi. La Roma potrà essere sempre un'alternativa, ma non sarà mai la favorita di un campionato che ha ancora fuori Milan e Inter: quando le milanesi torneranno non ci sarà più trippa per gatti. E i trofei sono sempre quelli che poi rimangono (vedi Leicester).

Infine il Milan. Si narrano incontri ad Arcore fra la dirigenza e il board della cordata cinese. Voci parlano del sultano del Brunei, altri di un possibile approdo di Squinzi. Anche qui, come per la Roma, c'è un grossissimo problema. Il Milan è abituato a crescere di poco a poco, senza grossi investimenti, con la possibilità di ripianare ogni anno. Ora Berlusconi non l'ha più, il calcio è cambiato e nel 1986 molti dei protagonisti del Milan non erano ancora nati. La realtà è che una società vecchia, non al passo con i tempi, produce risultati che non possono essere paragonati a quelli di dieci anni fa. Il tempo passa per tutti. Berlusconi, Galliani, Del Piero. Oppure Totti, ma chi non lo capisce rischia solamente di rimanere ancorato al passato. E di fare il gioco della Juve.


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