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Editoriale

Conte: Balotelli si o no, senza scorciatoie. Napoli, Benitez e Higuain simulcri come Benatia? Allegri: Vidal e Barzagli, storie di Conte. Montezemolo: una liquidazione che insegna. Milan felice della sua casa, invece Gianfelice...

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
13.09.2014 00.00 di Mauro Suma   articolo letto 30112 volte

Se il programma è prima fare l'Italia e poi l'italiano, va benissimo. Progetto da benedire e da sposare. Ma che il disegno, se è questo e soprattutto se di questo si tratta, non finisca nel galleggiamento a bagno maria. Insomma: Balotelli esiste. E, con tutto il rispetto dell'orgoglio di Zaza e delle sue indubbie possibilità di crescita, resta ancora il più forte di tutti. Non può essere né ignorato, né silenziato. Altrimenti diventa la carta matta in mano a media e tifosi per criticare Antonio Conte alla prima occasione possibile. Da Balotelli bisogna passare. Convocazione quasi obbligata, anche se immaginiamo l'allergia del Ct azzurro di fronte anche alla sola enunciazione di prospettive del genere. La vera forza di Conte non sarà tenere Balotelli a distanza di sicurezza, ma arrivare al dunque. Fabio Capello ottenne uno dei migliori risultati della storia del Milan (Scudetto e Coppa Campioni nel giro di 1 solo mese, era il 1994), vincendo la scommessa Savicevic. Slavo abulico? Poco motivato? Allergico alle regole? Stai giù dal pullman che noi andiamo a Bruxelles senza di te. Bracco di ferro vero, Ok Corral allo stato puro. Da quel momento in poi vinse Capello, vinse Savicevic, vinse il Milan. Dal mezzogiorno di fuoco Conte-Balotelli dovrà succedere questo. Anche attraverso uno scontro. Ma dovranno vincere tutti. Non solo uno e non solo alcuni.

Piace collegare le cose della Roma a quelle del Napoli. Il Derby del Sole è un patrimonio del calcio italiano e pur nell'orgoglio azzurro ferito dalla morte di Ciro Esposito, due splendide città e due grandi popolazioni sportive dovranno tornare a vivere un rapporto civile. Dunque. Walter Sabatini ha costruito una bella metafora su Benatia: abbiamo acquistato un monolite pieno di motivazioni, abbiamo ceduto un simulacro svuotato a livello mentale. Non entriamo nel merito. Passiamo al Napoli. Ma il San Mames non avrà operato la stessa trasformazione su Benitez e Higuain? L'interrogativo sul tecnico è legato alla settimana di vacanza nella prima settimana di sosta. Mai visto alla radio, direbbe qualcuno. E' legittimo pensare che sull'onda d'urto delle qualificazione Champions, o Benitez avrebbe trovato l'entusiasmo per non "mollare" una intera settimana o l'intero ambiente non avrebbe dato peso alla cosa. Ma dopo una eliminazione traumatica, non è il massimo della vita salutare baracca e burattini per una intera settimana. Stessi dubbi sulla testa e sullo sguardo di Higuain, il top player del Napoli, alla fine della partita di Bilbao. La testa era bassa e lo sguardo vuoto. Si è rialzata e si sono riempiti? Il mercato low profile del Napoli ha probabilmente scaricato l'indicatore dell'autostima azzurra e i monoliti rischiano di trasformarsi in simulacri. Attenzione.

Non è semplice per Massimiliano Allegri parlare di Nazionale. Si sente forte per una Società che non sarebbe turbata da qualche accenno polemico ad Antonio Conte, ma deve guardare negli occhi tutti i giorni uno spogliatoio ancora legato al "vecchio" capo di tante battaglie e di tanti successi. Però quei riferimenti di ieri, in conferenza pre Udinese, alle vicende di Vidal tenuto un po' così, senza operazione, negli ultimi mesi della scorsa stagione e di Barzagli operato al termine del Mondiale, sanno di rimando. Profumano di cose di Conte, cose della scorsa stagione, di una squadra un po' logorata dall'intensità dell'ex allenatore e dei tanti impegni fra Club e Nazionali. Che poi il tema Nazionali si sovrapponga al passaggio traumatico proprio di Conte dal bianconero all'azzurro, questo non fa che aggiungere dubbi ai retropensieri e incognite ai passi forse perduti negli ultimi cruciali mesi della scorsa stagione da una Juventus già sicura dello Scudetto che ha fatto ulteriori, forse estremi e costosi sul piano delle energie psico-fisiche, sforzi per il record di punti e per l'Europa League poi perduta al momento del dunque dopo tante gare ravvicinate.

La Ferrari, lo abbiamo imparato questa settimana, fattura 10 volte più del Milan. E al suo presidente, neanche l'amministratore delegato ma il presidente, è stata calcolata una liquidazione di 27 milioni di euro. Che fa sobbalzare tante persone di buona volontà a cena con le proprie famiglie al termine di una dura giornata. Ma la Ferrari è una azienda privata ed esula da tanti discorsi. Ma la domanda, da persone perbene, non vuole essere irrispettosa per tanti padri di famiglia e per tanti italiani alle prese con la crisi economica e con la quadratura dei conti mensili. La domanda è solo ed esclusivamente interna alle polemiche dello sport e del calcio. Ma, insomma, come può uscire da una azienda un manager con 27 milioni di euro di liquidazione rispetto ad un fatturato di Formula 1 e di auto top class di oltre 2 miliardi di euro l'anno, mentre nel calcio ad un Club con poco più di 200 milioni di fatturato è stata appiccicata in maniera diciamo balorda l'idea di una liquidazione di 300, 400 o 500 milioni di euro, quando con la stessa proporzione ferrarista di Montezemolo si arriva facilmente alla cifra indicata e pronosticata a luglio dal collega del Sole 24 Ore Marco Bellinazzo? E cioè non più di 2 milioni di euro...Mah!

L'orgoglio di Barbara Berlusconi per Casa Milan è molto positivo, molto produttivo e soprattutto molto rossonero. Insomma molto milanista nel senso più puro del termine, e cioè nel pieno rispetto degli altri. Il Milan e il suo Vicepresidente sono orgogliosi del consenso ricevuto e, perché no, del milione di euro abbondante incassato da Casa Milan nei primi 100 giorni della sua apertura ai tifosi e al mondo rossonero. Il vento fresco e l'energia della nuova Casa del Milan sono arrivati dritti alla testa e al cuore dei milanisti. I quali amano celebrare tutto questo godendo di se stessi e per se stessi. Senza rinfacciare niente e nulla agli avversari. Con questa logica, con questi valori e con questi principi, il Milan si conferma pronto alla piena evoluzione di se stesso. Nel pieno di una cultura sportiva che impone, per non dimenticare l'ultima finale di Coppa Italia, un senso di responsabilità sempre maggiore e sempre più al passo con tempi sempre più tesi. Un piccolo esempio: se nel solco di questa mentalità, il Milan dovesse entrare nell'ordine di idee di realizzare un nuovo inno lo dedicherebbe a se stesso. Per il Milan e per il Milanista, quello che conta davvero è il colore rossonero. La sua Storia. I suoi miti. Le sue gioie e, in un amore non mancano mai, i suoi dolori. Il Milan non si chiederà mai, nelle sue forme di espressione caratterizzanti, con la propria alta dirigenza in prima fila, caro Gianfelice Facchetti, chi diavolo è quello o chi diavolo è quell'altro. Domande sempre scivolose e forse anche rischiose, soprattutto se male intese da un mondo sempre infoiato come quello del calcio e delle fazioni. Altrimenti, caro Gianfelice, non si può fare gli indignados per qualche gag televisiva e poi tentare di deridere l'avversario con frasi che è giusto rimangano nel recinto dei cari, purtroppo pochi, vecchi trani della città che Milan e Inter condividono. Perché questa idea, forse leggermente sopra l'asticella della discriminazione territoriale, di una Milano della crema, dell'elite, della Serie A o della Serie B e del riconoscimento negato all'avversario, è esattamente il contrario di ciò che Milano è e che Milano esprime. Ed è francamente bizzarro che l'equivoco nasca proprio da chi ostenta e sbandiera Milano dalla mattina alla sera. Il tempo, che è sacro a Milano, andrebbe forse impiegato un po' meglio.


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