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Editoriale

Conte e Mancini, due rivoluzioni in atto. E oggi il ct può cambiare le regole del calcio

Nato a Terni il 6 maggio 1976, lavora a Sky come vice caporedattore e si occupa del coordinamento del telegiornale. Tra i volti più conosciuti del calciomercato per l'emittente di Rupert Murdoch.
20.11.2014 00:00 di Luca Marchetti   articolo letto 26978 volte
© foto di Federico De Luca

Due uragani. Entrambi da parte di allenatori. E un mercato che prende forma. Partiamo con calma e con ordine. Mancini pur senza parlare, se non in conferenza stampa, è stato un vero e proprio terremoto. Inaspettato, soprattutto nelle tempistiche.
Come inaspettato è stato lo sfogo di Conte, dopo la vittoria contro l'Albania. Con chi ce l'aveva? E come si può risolvere la situazione?
Di Mancini è stati detto tutto e anche con dovizia di particolari. Difficile aggiungere qualcosa. Ora naturalmente in casa nerazzurra si aspettano i risultati. La mia sensazione è che si sia cercato, come in un sottile gioco di azzardo, di puntare al piatto grosso, costi quel che costi, nel vero senso della parola. L'investimento su Mancini (e la spesa di Mazzarri) possono essere coperte solo se l'Inter arriva in Champions: impresa non semplice, non scontata e con tante rivali. Thohir abbraccia un'altra filosofia, c'è da guardare anche al Fair Play Finanziario, il mantra del "non ci sono soldi" ora sarà più forte che mai. Basterà solo Mancini a risollevare l'Inter? Di sicuro la squadra ha le potenzialità, il nuovo allenatore l'ambizione e una mentalità più offensiva. Alle volte basta poco per cercare di cambiare verso. Altre volte no, è più difficile.
Se ne sta accorgendo Conte, che una volta diventato ct capisce le esigenze che aveva anche Prandelli: lavorare con la squadra il più possibile. Si trova nella stessa situazione del suo predecessore: il tempo per la Nazionale non c'è. E lo vuole, dicendolo a modo suo. Ora è naturale che la Figc dovrà cercare di sensibilizzare la Lega su questo tema. Non perché lo vuole Conte, ma perché è una richiesta legittima e sensata. Per ridare al movimento calcio italiano una nuova linfa.
Già da oggi con il consiglio federale ci saranno delle novità importanti: l'inserimento delle liste (come in Europa) per favorire l'utilizzo di giovani e alcune limitazioni all'utilizzo degli extracomunitari. Ovvero ci dovrà esserre una sorta di "esame" preventivo, come succede in Inghilterra. È chiaro che tutto questo avrà delle pesanti ingerenze nel mercato. E allo stesso tempo cambieranno anche le necessità delle squadre, magari sin da gennaio. Le big dovranno cominciare a fare i conti e a vedere chi torna e chi resta, chi invece se ne deve andare e chi non avrà spazio. Per non trovarsi nell'imbuto a luglio del prossimo anno. Ma queste decisioni sono vitali per l futuro della serie A e del calcio italiano in generale. Qualche tempo fa avevamo portato dei numeri per controllare lo stato di salute del calcio. Con la pausa abbiamo avuto modo di studiarne degli altri, grazie a ricerche di settore estremamente approfondite e valide.
Gli italiani utilizzati nelle prime 11 giornate di campionato sono il 43,68% del totale. Meno ancora rispetto alla passata stagione. Addirittura sono 12 le squadre che hanno utilizzato più della metà stranieri con almeno 5 di queste che hanno sfondato la soglia dell'80% (Fiorentina, Inter, Napoli, Verona e Udinese). Ma il dato più interessante riguarda la classifica: delle prime 10 soltanto la Sampdoria ha la maggior parte di giocatori utilizzati italiani, le altre sono tutte piene di stranieri. Come a dire: l'italiano gioca di più nella seconda metà della classifica. Provocazione? Purtroppo no. E lo stesso dato si ritrova andando a controllare le rose di chi gioca in Europa 33,53% di italiani.
La Juventus, fra queste squadre, è l'unica ad avvinarsi a un 50% anche se l'età media dei principali giocatori bianconeri (e quindi dei nazionali) deve far riflettere (31,5 anni). Tutti questi numeri per sottolineare una cosa: non c'è un'ampia base dalla quale Conte può attingere. Volete altri esempi? Prendiamo allora il numero degli italiani utilizzati per almeno un terzo del campionato. Sono 126 in totale e a parte i 5 della Juventus ce ne sono 6 della Roma (De Sanctis, Astori, De Rossi, Totti, Florenzi e Destro) o 2 del Napoli (Insigne e Maggio). Praticamente gli italiani delle grandi squadre salvo rare eccezioni sono necessariamente convocati in Nazionale, anche se non sono titolari inamovibili nel club.
Quindi una riforma del calcio secondo le direzioni indicate anche dopo aver confrontato i dati della stagione precedente è auspicabile secondo le due direttrici che già erano state decise dal consiglio federale: la necessità di avere delle rose ristrette con degli obblighi a iscrivere dei giovani prodotti del vivaio del club e/o di un vivaio di un altro club italiano. E di cercare di garantire la qualità dello straniero. Vale a dire: nessuna preclusione nei confronti di chi arriva ma l'importante è che sia forte e non vada a discapito di un nostro prodotto. Questo è il primo passo necessario per cercare di migliorare la situazione. Senza poi dimenticare le squadre B. Prima si inizia meglio è. Altrimenti si rischia di proseguire con questa tendenza (a proposito altri numeri testimoniano come si sia saltata una generazione di italiani, soprattutto in difesa, ma magari ne parliamo con più calma) che porta solo a conferenze stampa dove si lanciano segnali d'allarme...


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