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La Giovane Italia
Editoriale

Dallo Stadium a CR7, da First Team alla U23. I motivi per cui Totti ha consegnato il titolo alla Juventus. Il Manchester City e Guardiola intanto stravolgono il modo di raccontare il calcio

Nato a Firenze il 5.5.85, è caporedattore di Tuttomercatoweb.com. Voce di RMC Sport, è stato conduttore per Radio Sportiva. Già firma de Il Messaggero e de La Nazione.
09.09.2018 09:16 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 39961 volte

In principio è stata la Juventus, con il docu-film prodotto da Netflix, First Team. Archetipo del dietro le quinte di quel che c'è nel lavoro d'ogni giorno che avviene a telecamere spente. I giocatori che si confidano, le discussioni nell'alveo dello spogliatoio. E' stata una primogenitura di un genere nuovo, sin troppo didascalica e generalista ma che ha comunque reso merito alla profonda organizzazione che c'è dentro la Vecchia Signora. Il calcio, d'altra parte, sta cambiando. Serve stare al passo coi tempi.

La distanza tra la Juventus e le altre L'unica che per adesso l'ha fatto in Italia è stata la Juventus. "Per il budget", si dirà, ma quel gap degli stipendi e degli investimenti è stato costruito con un progetto a lungo termine e vincente subito. Altre si sono perse o hanno perso, altre ancora hanno cambiato proprietà e visto bacheche sinora vuote e polverose. La Juventus è stata la prima società italiana, d'alto livello, con uno stadio di proprietà. La prima a capire che un acquisto di un giocatore, se possibile nei contorni dei conti economici, non è solo rinforzo tecnico ma che il suo investimento equivale a quello dell'acquisizione di un'azienda. Si è voluta permettere Cristiano Ronaldo, dopo ha capito di poterlo fare. Ha completato, nell'ultima estate, sessantanove operazioni complessive sul calciomercato e, a proposito di prime, è anche l'unica ad aver istituito una squadra B, pensando già alla possibile e probabile costruzione di uno stadio dove farla giocare. Ha mezzi, è vero. Ma se li è creati col tempo, strada che nessuna al momento sembra essere in grado di intraprendere.

Juventus cantera di dirigenti E' anche una società, peraltro, cantera non solo di calciatori ma pure di dirigenti. Claudio Marchisio è stato portato a San Pietroburgo da Javier Ribalta, che ha guidato gli osservatori bianconeri prima, lo scouting del Manchester United poi, prima di volare per il ruolo di ds del club della Gazprom. Joao Cancelo è stato trattato con Pablo Longoria, che ha fatto parte del team di Ribalta e che ora è direttore dell'area tecnica del Valencia. Rapporti. Che facilitano chiaramente anche l'ottima discussione per arrivare alla quadra delle trattative ma pure il segnale che anche in questa, ennesima, strada, la Juventus è davanti.

Lo scivolone e la bandiera bianca di Totti Mai nessun dirigente bianconero avrebbe mai pensato di dire, a ruoli invertiti, che "la Roma fa un campionato a se". Alzare bandiera bianca come ha fatto Francesco Totti significa affossare il molare, far crollare le ambizioni e i fervori. Dare adito ai contestatori, peraltro immotivati, di Monchi, di agitare ancora di più i polmoni. Permettere a chiunque di scordare la semifinale Champions della scorsa stagione e di proseguire con un insensato tiro al bersaglio contro Dzeko e compagni. Quel che manca a quelle che in attesa del ritorno delle due milanesi, ovvero Napoli e Roma, per essere alla pari della Juventus, sono soprattutto due cose. Programmazione. Equilibrio. Monchi è uno dei più preparati dirigenti del panorama internazionale. Conscio di aver a che fare con dei conti ballerini, con i paletti del Fair Play Finanziario, e con una proprietà che poi non è intenzionata ad abnormi anticipi di cassa, ha scelto l'unica via percorribile. Quella delle scommesse. Di una strada medio-lunga, ma se non puoi permetterti i Campioni dell'oggi, punta a crescere in casa quelli del domani. Non v'è certezza se Kluivert, Under, Coric, saranno grandi giocatori. Però le premesse ci sono tutte. Monchi non è stato Re Mida prima a Roma, quando l'equilibrio mancava dall'altra parte, ma è in modo assurdo tacciato d'esser diventato un brocco in una sola estate.

Napoli: ancora un gradino (almeno) sotto E' questo lo scalino che manca, alle contendenti. Maurizio Sarri che concorda con Gonzalo Higuain, seppur comodamente e tardivamente dai divani londinesi, è il sintomo che la gestione di Aurelio De Laurentiis continua ad avere delle storture. Il Napoli ha uno stadio che profuma d'antiquariato. Ha un monte ingaggi che impallidisce davanti a quello della Juventus. Un settore giovanile che non sforna un buon numero di giocatori da Champions da tempo immemore. La continua sensazione, poi, che per i giocatori quella azzurra, nonostante la tifoseria lo meriti, non sia una tappa d'arrivo. Che ci sia sempre qualche dubbio sul futuro, perché altrove pagano di più e perché altrove c'è più certezza di poter vincere. Questo, alla Juventus, oggi non accade. Alla Juventus di oggi, beninteso, che da questa estate ha deciso di raccontare un'altra storia e di farsi raccontare in modo diverso. Prima, d'estate, quando si sussurrava il nome del Manchester United o del PSG, allora si pensava subito al futuro di Paulo Dybala, di Alex Sandro. Adesso, invece, di Paul Pogba o Adrien Rabiot.

Il Manchester City e il nuovo modo di raccontare il calcio Ha scelto una nuova strada, da questa stagione, la Vecchia Signora. Lo ha fatto, invece, nella scorsa, il Manchester City. E l'incipit del pezzo non è casuale. Perché nel calcio che cambia, dove il pallone in tv è digitale, è multimediale, dipende dalle connessioni più che dalle speranze, il club inglese ha deciso di segnare una nuova rivoluzione. Quello di All Or Nothing, il docu-film a puntate su Amazon Video, è un nuovo modo di raccontarsi. Di vendere forse l'anima, ma di metterci comunque il proprio marchio sopra dopo averla vidimata. Se la Juventus ha offerto un nuovo spaccato, quello della squadra di Guardiola è uno squarcio totale. Una finestra su un mondo sconosciuto anche a chi, senza false verità sottaciute, lo vive e racconta ogni giorno. I segreti, le paure, i sogni dei calciatori. Sergio Aguero che racconta la sua solitudine tra le mura domestiche e le visite mensili del figlio dall'Argentina. La diagnosi live della rottura di Benjamin Mendy dal Professor Cugat a Barcellona. L'arrogante e geniale, strafottente e visionario egocentrismo di Pep Guardiola, protagonista assoluto di una filosofia e di un modo di interpretare calcio a trecentosessanta gradi. E' un racconto da prima volta e per questo, forse, affascina così tanto. La Juventus, come detto, lo aveva già fatto, coi Citizens siamo al livello successivo. Non a quello definitivo, s'intende. E' un racconto forse troppo epico e autoreferenziale, ma certamente geniale e innovativo. Profondo e intimo. Di un mondo che affascina e che cambierà radicalmente, negli anni, anche il modo di raccontare il calcio. Giusto perché le altre, in Italia, inizino a stare al passo coi tempi...


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