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Editoriale

Gigio guardalo, è il tuo Milan. L'inevitaible egoismo di Totti. Bonucci e United esempi veri

27.05.2017 08:19 di Mauro Suma   articolo letto 34699 volte

Ci sono in giro due tentativi di contaminare il momento magico del Milan. Che non è il sesto posto, ma è il mercato di svolta fatto con intensità e coraggio, il buon senso che si legge in tante scelte e in tanti atteggiamenti, l'eccezionale stato di forma dei tifosi. Che non si sono fatti ipnotizzare dalle sconfitte contro Empoli e Roma e sono tornati allo stadio, Belli come il sole (striscione storico, cit.) anche contro il Bologna, che hanno saputo discutere con amore e maturità nel corso della settimana non soltanto e banalmente delle date di Maggio delle vittorie storiche ma anche delle date di grande crescita e di grande dolore sportivo come Istanbul 2005 senza tabù e senza fare i pesci in barile, che scatteranno ai blocchi di partenza al momento della campagna-abbonamenti perchè finalmente sentono pulsare nel petto la voglia di tornare a farlo. Le contaminazioni: sono quelle di chi soffia negativamente sul fuoco ad ogni passo e ad ogni scelta del nuovo Milan ma raccoglie a pieni mani la tenerezza del popolo rossonero compatto come non mai e chi, invece, non vede l'ora di creare il nuovo mostro, il nuovo nemico, il Milan del passato rispetto al Milan di oggi e di domani, un Milan per inciso che può solo andare oltre e che indietro non tornerà mai più. E' questo il problema vero, è qui che il Milan deve saper vedere il pericolo e resistere. Perchè i nemici veri o presunti, le fazioni, i veleni fanno affondare il Milan, come ben sa chi il Milan lo ama e non chi il Milan lo usa. E' storia, è dna, da Rivera-Buticchi agli esempi degli ultimi anni. E' questo, il punto dei nuovi mostri, su cui essere chiari: Silvio Berlusconi e Adriano Galliani sono i primi tifosi del nuovo Milan, non c'è rimpianto e non c'è il trucco, non c'è risentimento e non c'è nulla di nulla di negativo. E' vero, il Milan degli ultimi 5 anni ha lasciato in eredità alla nuova dirigenza tanti problemi e tante difficoltà. Ma non lo hanno fatto apposta. E' dolorosamente successo, le contraddizioni che oggi devono gestire Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli sono le ferite che il Milan si è inflitto da solo dal 2012 ad oggi: ha fatto tanto male a sè stesso, prima di farlo ai tifosi e ai propri successori. Ma non scientemente, non deliberatamente, anzi pagando in prima persona, anche se i cocci sono difficili da rimettere insieme. Su Mino Raiola e su Gigio, per essere altrettanto chiari, non ci sono serpenti sotto le foglie: Raiola era stato il primo ad essere critico nei confronti del Milan degli ultimi anni, con cui Fassone e Mirabelli non hanno nulla a che spartire, quando sosteneva ai quattro venti che non era giusto che Gigio rimanesse in una squadra così malridotta. Ma adesso "quella" squadra, sta diventando "questa" squadra. E quindi la palla passa nelle mani di Donnarumma e dei Donnarumma, belle persone, gente da Milan. Nessuna guerra di posizione deve togliere a Gigio l'opportunità di passare alla Storia come quello che al momento del dunque ha saputo rimanere, come Franco Baresi, come Paolo Maldini. I momenti di attesa non sono intrighi creati ad arte, ma pensieri che spettano ad un bravo ragazzo e a chi gli vuol bene. Ecco come la palla Fassone e Mirabelli l'hanno passata a Gigio, con la trasparenza del loro lavoro. L'ad che parla chiaro e lineare ai tifosi, che parla alle telecamere dopo le sconfitte e non dopo le vittorie, che pensa a Rino Gattuso, a Franco Baresi, a Filippo Galli, ha un vento nuovo dalla sua, quello della gente che torna a sorridere di Milan. Il direttore che sente su di sè tutto il senso di responsabilità del suo lavoro, agli occhi dell'allenatore, agli occhi della Società, trasmette a tutti ogni secondo un valore: lavoro al Milan e per il Milan, sto facendo qualcosa di importante e voglio portarlo a termine, voglio portarlo a vincere, con idee e con cuore, senza se e senza ma. Tutto questo non deve temere confronti, giudizi, nulla. Bisogna solo andare avanti, continuare, insistere. Smentire e disarmare senza parlare, senza polemizzare. Gli avversari fingono di non vederlo il nuovo Milan? Meglio, il Milan è già progetto, è già società. Gli altri quando hanno capito di non riuscire ad arrivare terzi, si sono trovati in assenza di input e hanno mollato. Il Milan, non appena ha capito che sarebbe stata dura arrivare quinto, ha parlato chiaro alla squadra e ha trovato la quadra fra Tourneè ed Europa, fra Cina e preliminari. E' stato il vero segnale, il primo passo, come lo spareggio Uefa dell'86 a Torino. Il resto, tutto il resto, verrà. Lavorando così, senza nemici e senza veleni, non potrà che arrivare.

La Roma non ha nemmeno idea a cosa è riuscita a scampare. La gestione di Francesco Totti è stata tanto dura e dirompente, quanto lo era stata quella del Milan con Gianni Rivera tanti anni fa, nel 1975. Da quella diaspora, il Milan ne uscì a brandelli che vennero ricomposti solo undici anni più tardi. La Roma è stata brava a pagarvi un tributo soltanto mediatico, soltanto ambientale. Nonostante il dito puntato del Re di Roma ("Non potrò più indossare la maglia"), la squadra ha salvato la Champions diretta a meno di apocalissi impossibili e se la caverà soltanto con gli sfoghi pro-Pupone di una parte anche importante della sua tifoseria. E' vero che Totti è unico, lo stiamo paragonando come figura storica e tecnica a Rivera, ma è altrettanto vero che è molto egoista. Non è un giudizio negativo: è il destino ineluttabile di star del genere, di uomini-bandiera come lui, esserlo. Però per amore di Roma e della Roma, con tanti esempi alle spalle, Totti, che pure è stato perseguitato e penalizzato tecnicamente, doveva resistere alla tentazione. Non è accaduto e da lunedì Francesco Totti inizierà la sua nuova carriera di feticcio per i tifosi giallorossi e di spauracchio per i dirigenti giallorossi. Non è il miglior finale possibile, ma poteva essere anche molto peggio.

Il calcio sa e può essere anche bello. Il ristagno generalizzato di insulti e cattiverie, di fazioni e di frecciate, non è l'unico modo di essere del calcio. Lo insegnano la famiglia Bonucci e lo insegna la Manchester dello sport. Leonardo Bonucci sta vivendo con il figlio Lorenzo una storia di tale amore e di tale sensibilità che basta quella per dare un senso alla sua esistenza. Il passare dal bacio a Lorenzo imbronciato durante la festa Scudetto al regalo della cena con Belotti, è splendido da parte di Leo. Non esiste Toro o non esiste Juventus, Bonucci papà sa quello da cui è stata attraversata la sua famiglia con Matteo e vuole condividere tutto con Lorenzo, ogni momento, ogni sensazione,ogni stato d'animo. Dal bimbo di Leo ai bimbi di Manchester, il passo è breve. Lorenzo cresce, Saffie purtroppo non potrà farlo. Ma per lei e per la sua memoria, City e United hanno appianato un derby acerrimo, per lei il cielo di Stoccolma ha accolto le stampelle di Ibra, per lei Mourinho ha saputo fare un passo indietro rispetto ad una impresa sportiva. Forza calcio, avanti così.


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