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La Giovane Italia
Editoriale

I colpi di Perez spiegano la decisione di Zidane (che era la prima scelta di Agnelli). L'allenatore della Juve e una triste battaglia. Calcio europeo da riformare: serve un compromesso

Nato a Napoli il 10/03/88, laureato in Filosofia e Politica presso l'Università Orientale di Napoli. Lavora per Tuttomercatoweb.com dal 2008, è il vice direttore dal 2012
16.06.2019 11:18 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 69243 volte
© foto di TUTTOmercatoWEB.com

Ci sarà tempo e modo di parlare della Juventus, del nuovo allenatore e di un racconto che meriterebbe studi sociologici approfonditi e non di un banale editoriale. Ma prima c'è da raccontare chi ha già operato, anche perché spiega con i fatti la decisione dell'allenatore che, lo scorso febbraio, era la prima scelta di Andrea Agnelli per la successione di Massimiliano Allegri: Zinedine Zidane.
Non era solo una questione di ingaggio quando, lo scorso 11 marzo, il tecnico francese si convinse a tornare alla guida del Real Madrid qualche mese dopo la decisione di dimettersi dallo stesso ruolo. Era una questione di progetto, di investimenti, di idee. Che certamente sono state schiarite dai 12 milioni di euro l'anno concordati con Perez, ma soprattutto da quanto gli era stato promesso allora dal presidente del Real Madrid. Promesse mantenute e la certezza che non è finita qui, che manca l'ultimo grande colpo: Paul Pogba.
Al momento, mentre in Serie A monitoriamo le ultime fasi del domino delle panchine, la campagna acquisti del Real Madrid recita così: Eden Hazard (100 milioni di euro) Luka Jovic (60 milioni di euro), Eder Militão (50 milioni di euro), Ferland Mendy (48 milioni di euro) e Rodrygo (45 milioni di euro). Oltre 300 milioni di euro già spesi per rifondare una squadra che, per i più critici ma anche per lo stesso Zidane, doveva esser rifondata già dopo la vittoria in finale contro il Liverpool. La rivoluzione è invece arrivata un anno dopo ma è arrivata in grande stile: il Real Madrid s'è già imposto come protagonista indiscusso dell'estate 2019 e proprio con questi colpi programmati nei primi giorni di Primavera ha convinto Zizou a tornare. Spiazzando in questo modo anche la Juventus.

Siamo agli sgoccioli di tre settimane in cui a rubare titoli, prime pagine e commenti sono stati gli allenatori. Il valzer delle panchine, che ha raccontato di pochi colpi di scena e tanti rifiuti, è stato alla fine meno roboante rispetto a quanto ci si potesse aspettare un mese fa: delle 20 squadre che parteciperanno alla prossima Serie A in 13 hanno confermato il tecnico con cui hanno concluso il precedente campionato. Hanno cambiato in sette e non s'è trattato di cambi banali: Conte-Inter, Fonseca-Roma, Giampaolo-Milan, poi Di Francesco, Andreazzoli e Juric. Chiuderà il cerchio la Juventus, lo chiuderà con Maurizio Sarri che diventerà il nuovo allenatore bianconero dopo settimane in cui un virtuale campo di battaglia ha preso il posto di quella che dovrebbe essere la cronaca.
Da un lato i tifosi, che hanno coltivato il sogno Guardiola oltre la reale trattativa e in alcuni casi - sullo spazio astratto del web - hanno cominciato a offendere chiunque raccontasse qualcosa di diverso. Senza alcun rispetto. Dall'altro giornalisti che non si sono limitati alla mera cronaca (e cioè di una Juventus che ormai da giorni ha concentrato le sue attenzioni unicamente su Sarri), ma hanno cominciato a deridere tifosi che continuavano/continuano a sperare nell'arrivo di Guardiola e a offendere colleghi, insider o pseudotali che su quel fuoco continuavano/continuano a soffiare perché portatori di fonti diverse. Senza alcun rispetto.
Una battaglia senza senso. Come se poi ognuno non dovesse rispondere alla propria coscienza. Come se non fossero poi le notizie da sole, senza strombazzamenti di ogni sorta, a costruire la credibilità. Come se le notizie fossero solo un supporto a una contesa medievale da sbandierare un'ora sì e l'altra pure. Come se il web non conservi tutto, coi rischi e le consapevolezze che questo comporta.
Sarebbe da darsi tutti una calmata, ma il vento di questi tempi soffia in tutt'altra direzione, purtroppo. E non solo quando si parla di calcio.

A proposito di buonsenso, la chiusura ermetica di tutte le Federazioni nazionali in merito alla possibilità di riformare le competizioni europee a partire dal 2024 non va in questa direzione. Su un punto hanno ragione: la nuova Champions League non può diventare una competizione blindata, non può essere così esclusiva e svilire completamente i campionati nazionali. Così il gioco non funziona, ma per la verità non funziona nemmeno adesso perché i campionati sono troppo lunghi e troppo noiosi.
Oggi sulle nostre colonne leggerete uno speciale di Gaetano Mocciaro (dalle 10.15, ogni 30 minuti) in cui viene analizzata la situazione non solo nei grandi campionati europei, ma anche in quelli che si conoscono meno. Emergono tante realtà diverse accomunate però da due punti: no alle riforme, si alla prosecuzione dei campionati nazionali. Che però un po' ovunque (con la Premier come unica vera eccezione) sono dominati sempre dalle stesse squadre. Con le conseguenze nefaste in termini di appeal e spendibilità che questo comporta.


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