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Editoriale

Ibra, arrivano le conferme. Ecco come e quando tornerà al Milan. Higuain-Cutrone possono giocare assieme. Ancelotti è un numero uno e si sapeva, ma Napoli non può rinnegare Sarri

05.10.2018 00:00 di Enzo Bucchioni   articolo letto 35282 volte
© foto di Federico De Luca

Ibra torna al Milan, arrivano le prime conferme. E’ direttamente Leonardo, il direttore generale del Milan, ad ammettere che l’operazione si può fare. E’ chiaro che un dirigente non può dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità come se fosse in tribunale, le parole vanno interpretate, ma ieri sera prima della partita del Milan in Europa League Leonardo ha detto: “Un pensierino c’è stato, anzi, più di un pensierino”.

Poi ha aggiunto: “Al momento però non c’è alcuna possibilità”. Parole vere e oneste. Al momento, ha ragione Leonardo, non c’è alcuna possibilità. E’ vero, verissimo: il mercato è chiuso. Leonardo avrebbe potuto dire cose definitive del tipo “L’idea è tramontata, non lo prenderemo più”, ma non lo ha fatto per un motivo molto semplice: stanno ancora lavorando e faranno di tutto per portarlo a Milano a gennaio quando riaprirà il mercato.

Ma Leonardo non può confermare direttamente nulla non solo perché il mercato è chiuso, ma anche per rispetto alla rosa attuale e l’attenzione agli equilibri interni.

Dopo la prima idea estiva, accantonata quando si è aperta la possibilità di prendere Higuain, il pensiero su Ibra c’è sempre stato. Anche quando Andrè Silva ha chiesto di essere ceduto a pochi giorni dalla fine del mercato, ma all’epoca è mancato il tempo.

Leonardo però ha sempre tenuto vivo il suo canale preferenziale fatto di sms e telefonate. Sappiamo che proprio Leonardo ha portato Ibrahimovic al Paris Saint Germain e fra i due è rimasta una sincera amicizia.

In sostanza, si sta lavorando sottotraccia. Leonardo ha accertato che Ibra verrebbe molto volentieri a Milano per tornare nel calcio che conta. Ha avuto la conferma che dopo il grave infortunio il ginocchio regge, l’esperienza ai Galaxy è servita a Ibra per verificare quello che lui ha sempre pensato: può fare almeno un altro anno ad alto livello, ha recuperato in pieno. Morale? Ibra ha dato la disponibilità totale, ha un grande ego, ma sarebbe disposto anche a un ruolo part-time, si metterebbe a disposizione del suo amico Gattuso (hanno giocato assieme), con grande umiltà. Ibra ritiene anche chiusa l’esperienza americana, ha un contratto fino alla fine del 2019, ma non è un problema. Prima che arrivasse il Milan il suo pensiero era quello di tornare al Malmoe per chiudere dove tutto era cominciato. Ora la storia è cambiata, in sintesi: Ibra ha detto sì al Milan.

Adesso si tratta di capire come portare a termine l’operazione dal punto di vista tecnico-contrattuale e su questo sta lavorando Raiola che, come vedete, sulla vicenda mantiene un bassissimo profilo. Già questa è una traccia. Si starebbe lavorando, appunto, su un contratto di sei mesi con la possibilità di altri sei o più qualora il ritorno in Italia dovesse essere felice come Ibra spera. Ma la base del discorso è sei mesi per tornare poi al Malmoe e chiudere con la stagione 2019-2020, alla soglia dei quarant’anni. Non sono trapelate cifre di sorta. Su questo sta ragionando Raiola, ma il ritorno sarebbe un mix di orgoglio e di cuore, non dovrebbe essere una questione economica. Galliani lo riportò al Milan nel 2010, dopo l’infelice parentesi al Barcellona e Ibra di questo è riconoscente. L’apertura a Ibra ieri sera è arrivata anche da Reina, uno dei leader dello spogliatoio e Gattuso, senza sbilanciarsi, un personaggio così lo prenderebbe volentieri. Se in campo può dare ancora qualcosa, di sicuro potrebbe essere utilissimo per il gruppo con la sua carica, il suo carisma, il suo temperamento. Nel processo di crescita pur evidente, infatti, questo Milan a volte manca di personalità, di un leader carismatico.

Come sapete, quest’anno il mercato durerà poco, da tre al 19 di gennaio, ma il tempo per preparare questa operazione non manca. Vedremo.

Nel frattempo ieri sera abbiamo visto un Milan non brillantissimo, ma uscito nel momento giusto a prendersi la vittoria. Questa volta i cambi di Gattuso hanno cambiato la partita. Bravo. Meno bravo Bakayoko che stenta terribilmente a capire cosa fare in campo. Comunque ieri sera s’è avuta la conferma che l’arma del doppio centroavanti (Higuain con Cutrone) non deve essere soltanto l’arma della disperazione. I due hanno un buon feeling e ottimi movimenti. E’ una soluzione in più. E’ chiaro che per farli giocare assieme devi passare dal 4-3-3 al 4-4-2, escludendo Calhanoglu, ma avere due moduli a disposizione e usarli a seconda delle partite o dei momenti, è un plus da sfruttare. Una mediana con Suso, Kessie, Biglia e Bonaventura esterno sinistro può essere molto efficace.

Nelle quattro vittorie di Champions League, tutte bellissime, sta creando un grande dibattito soprattutto il colpo del Napoli col Liverpool. E’ chiaro che battere gli inglesi vicecampioni d’Europa, capolista in Premier, è stato il risultato più eclatante, vale tantissimo. E’ altrettanto evidente che Ancelotti la sfida l’ha preparata benissimo, l’ha vinta lui, ma dire che “con Sarri avremmo preso tanti gol come contro il City e con Ancelotti l’anno scorso avremmo vinto lo scudetto”, è profondamente ingiusto.

Se questi giocatori sono maturi, in grado di recepire al volo il nuovo calcio di Ancelotti, è anche merito del lavoro fatto nei tre anni di Sarri. Questo è un gruppo maturo e l’ha fatto crescere il precedente allenatore. Da Koulibaly in giù, l’elenco è lungo.

Ancelotti è un numero uno assoluto e questo si sapeva. De Laurentiis l’ha preso apposta, proprio per rendere indolore l’addio di Sarri e ripartire subito su basi nuove e più forti.

Ma paragonare il lavoro dei due è sbagliato e ingiusto. Intanto perché vedono un calcio molto diverso, poi perché Ancelotti ha una storia e un percorso diversi, uno dei più grandi della storia del calcio. Sarri è arrivato da poco alla ribalta, ma nella scuola dei maestri di calcio ha dimostrato di poterci stare.

Il suo calcio ricerca l’equilibrio, ma punta soprattutto allo spettacolo. La sua scuola vuole sempre imporre il gioco, si preoccupa di giocare sempre al massimo, meno dell’avversario e delle sue caratteristiche. Se domini per 90 minuti giochi partite spettacolari, se calano ritmo e concentrazione spesso paghi. C’è la voglia di andare oltre, a volte riesce, altre no.

Ancelotti è il caposcuola degli allenatori dell’equilibrio. Quelli che prima studiano l’avversario, cercano di capire come neutralizzare le sue armi (il Liverpool non ha saputo giocare), adattano il modulo e i giocatori al momento, alla partita, per trovare equilibrio tattico e studiare dove e come andare a colpire per vincere la partita. L’altra sera il Liverpool è stato bloccato, chiuso in mezzo al campo, e contrattaccato sugli esterni (Mario Rui ha fatto quasi l’ala).

Quindi due Napoli diversi. Uno ha fatto godere ed è cresciuto tantissimo. Questo farà grandissime partite come quella dell’altra sera, se la giocherà con tutti, mediamente sarà meno divertente, ma potrebbe anche vincere qualcosa. La storia di Carletto è questa, è venuto a Napoli apposta.


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