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La Giovane Italia
Editoriale

Il livello della Serie A è in crescita, ma lo Scudetto è un'altra storia. In B e in C il caos va avanti e c'è un colpevole: non si può riformare il calcio cambiando le norme in corsa

Nato a Napoli il 10/03/88, laureato in Filosofia e Politica presso l'Università Orientale di Napoli. Lavora per Tuttomercatoweb.com dal 2008, è il vice direttore dal 2012
23.09.2018 10:23 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 34872 volte
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Il gioco corale della Sampdoria orchestrato da Marco Giampaolo. La nuova Fiorentina, giovane, ricca di talento e con un tridente offensivo già forte, ma potenzialmente devastante. Il calcio rapido e verticale del Sassuolo di Roberto De Zerbi, e la personalità del leader del Cagliari Niccolò Barella: in una Nazionale che vuole davvero ripartire dai suoi migliori giovani, lui dovrebbe giocare sempre. Gli scatti fulminanti del vecchio Gervinho, il killer instinct di Piatek. Oltre alle idee di Semplici e Andreazzoli e in attesa di due realtà che hanno tutti gli ingredienti per brillare, nel breve e nel medio periodo: Atalanta e Torino.
Le prospettive di questa Serie A sono interessanti, più interessanti di quanto capitato nelle ultime stagioni. Offuscate dalle grandi manovre estive, da Cristiano Ronaldo e dallo scambio Bonucci-Higuain-Caldara, le squadre che hanno come obiettivo l'Europa League, o la salvezza, in quasi tutti i casi si sono mosse bene. Si sono rinforzate. E stanno dando vita a un campionato più bello, meno scontato nei pronostici. Non sarà ancora la Premier League, ma sui campi di Serie A la noia è argomento sempre meno di attualità. Basti guardare le prime tre sfide di questo quinto turno: Sassuolo-Empoli, Parma-Cagliari e Fiorentina-SPAL. Personalmente le ho trovate divertenti, ben giocate e piene di giocatori interessanti. Da seguire anche se in campo non sono scese le big.
Il problema, casomai, è proprio lì in alto. Sono proprio le big. Perché la squadra che ha vinto ininterrottamente negli ultimi sette anni continua ad aumentare il gap con le altre. Il problema non è la Juventus, ci mancherebbe. Andrea Agnelli da quando s'è insediato alla presidenza del club ha fatto tutto quello che doveva per riportare il club bianconero ai livelli delle super-potenze europee. Il problema è che senza sfida Scudetto il campionato perde appeal, inevitabilmente. Seguiamo la Premier perché ogni anno ci sono almeno cinque squadre che possono vincere il campionato, e per lo stesso motivo seguiamo molto meno Bundesliga e Ligue 1. Seguiamo la Liga perché sappiamo che ogni anno Barcellona e Real Madrid si daranno battaglia fino alla fine, e all'estero lo scorso 22 aprile tutti hanno trasmesso Juventus-Napoli proprio perché contestualizzata in un campionato incerto, ancora vivo.
Un fuoco di paglia difficilmente replicabile quest'anno perché trovare l'avversaria a una squadra che fattura più della seconda e della terza dell'ultima classifica messe insieme è davvero complicato: o ci si oppone col gioco, con la forza delle idee, come ha provato a fare Maurizio Sarri nell'ultima stagione, o si spera che chi è in vetta, chi è nettamente più forte, possa inciampare in una stagione negativa. Due ipotesi che, a giudicare da questo avvio, non sembrano appartenere all'attuale Serie A.

Sono da sempre favorevole alla riduzione delle squadre. Venti club in Serie A sono troppi, ancor più di 22. Ne va della competitività e della sostenibilità del sistema. Però, quanto successo questa estate è esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto fare la Lega di B per ridurre il numero di squadre. E trascinare con sé l'intero sistema.
Sacrosanto pensare che in questo modo la seconda serie italiana non possa più andare avanti e la mancata iscrizione di Cesena, Bari e Avellino doveva essere il vessillo da sventolare per dire a tutti che le riforme non erano più rimandabili. Per decidere, senza infrangere le norme, di abbassare il numero di squadre dalla Serie B 2019/20. Nessuno avrebbe detto nulla. Anzi, forse anche le altre leghe si sarebbero accodate. E sarebbe stato perfettamente regolare perché il secondo comma dell'articolo 50 delle norme NOIF era piuttosto chiaro: "La delibera con la quale viene modificato l'ordinamento dei Campionati entra in vigore a partire dalla seconda stagione successiva a quella della sua adozione e non può subire a sua volta modifiche se non dopo che sia entrata in vigore".
Invece, per volere dei presidenti, s'è deciso di forzare la mano. Col supporto di chi muove i fili nel campionato cadetto, Balata ha deciso di portare avanti una battaglia contro le regole. Anzi, ha convinto il commissario straordinario della FIGC Roberto Fabbricini a cambiarle in corsa. Aggiungendo il 13 agosto un terzo comma all'articolo 50 che ha di fatto permesso la modifica del numero di squadre ai campionati con effetto immediato "in caso di rischi concreti al regolare e/o tempestivo avvio del campionato".
Un comma che letto adesso ha un che di beffardo. Perché quel 'tempestivo avvio' - con la Serie C praticamente paralizzata dai ricorsi scaturiti da questa decisione - sembra quasi ironico.
Bastava rispettare le regole e la Serie B con 18 o 20 squadre dalla stagione 2019/20 sarebbe diventata realtà. Bastava avere un pizzico di lungimiranza, non avere paura di un campionato con più retrocessioni, per evitare una situazione come quella attuale. Una escalation senza fine che potrebbe non solo riportare la B a 22 squadre, ma anche a 24. O addirittura a 25.


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