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Editoriale

Il miliardo di euro che tiene in piedi il calcio italiano. Juve avanti dieci anni rispetto alle altre, oltre a undici punti. La colpa dei giornalisti nelle sconfitte del Napoli

Nato a Bergamo il 23-06-1984, giornalista per TuttoMercatoWeb dal 2008 e caporedattore dal 2009, ha diretto TuttoMondiali e TuttoEuropei. Ha collaborato con Odeon TV, SportItalia e Radio Sportiva. Dal 2012 lavora per il Corriere della Sera
12.03.2017 10:40 di Andrea Losapio  Twitter:    articolo letto 62150 volte
© foto di Lorenzo Di Benedetto

Chi non ha ancora capito si attacchi pure agli arbitri, come se fosse quello il problema di un campionato che è già finito prima di iniziare. Quando una squadra può permettersi di acquistare Dani Alves, Higuain, Pjanic, Pjaca e Cuadrado, vendendo il solo Pogba e un Morata che, obiettivamente, non sarebbe mai stato titolare indiscusso (come non lo era nelle passate stagioni) può avere solo grandi avversari che non le permettono di vincere in agilità. Se hai una tale potenza economica da poter far tutto questo - permettendosi di non acquistare un trequartista che Allegri chiede almeno da due estati, ma solo per mancanza di avversari concreti - vuol dire che rischia di vincere altri cinque scudetti di fila. Poi certo, si può disquisire sul rigore (che c'era) all'ultimo minuto, sull'espulsione di Sosa, sui trenta secondi in più, sul fuorigioco di Bacca, sul fuorigioco di Callejon, sul mancato fischio per il contatto Dybala-Zapata e via dicendo. Come settimana scorsa, parafrasando Ferrero, basta attaccare gli arbitri se vogliamo crescere, come movimento e mentalità.

Bisogna però essere franchi: la Juventus ha un enorme problema, che al momento è il suo vantaggio principale su tutti. Lo Stadium è un catino, un girone infernale da 41 mila spettatori. Troppo pochi per potere essere competitivi ai massimi livelli. Nel 2014-15 l'incasso dell'impianto è stato di circa 46 milioni - arrotondato per eccesso - ed è circa il 15% del fatturato dell'anno. Negli altri paesi i ricavi derivanti dal match day e dalla vendita dei biglietti influenza di circa il 22%, almeno. A parte Manchester City e Paris Saint Germain, che non hanno impianti monstre ma fatturati intorno ai 500 milioni, cosa che la Juve non può ancora vantare. I bianconeri galleggiano intorno ai 350 milioni di euro in quell'anno, con però l'approdo in finale di Champions League, quindi tutti gli incassi possibili derivanti dallo Stadium. Pacifico però che gli incassi che arriveranno dalla zona intorno allo stadio, per più di 90 anni (erano 99 in principio, con la giunta Fassino) vincolata alla squadra piemontese, daranno un ulteriore miglioramento del fatturato. Serviranno investimenti ma la Juve continuerà a crescere. Probabilmente a velocità inferiore alle altre.

Il problema è dato anche dal miliardo di euro che il calcio italiano riceve per le trasmissioni televisive: ripartito alla spagnola, con le grandi squadre che possono permettersi sempre di creae una grande squadra. Prendiamo i dati del 2013-14: la Juve percepisce 151 milioni di euro dalle tv, il Napoli 104, il Milan 89. La terza squadra prende come l'ultima di Premier, ma non è questo il senso della proiezione. Perché il Sassuolo, cioè la squadra che percepisce di meno, ne prende 20. Una forbice di 130, in Inghilterra è più o meno di 40 fra la prima e l'ultima. Ne consegue un campionato più equilibrato, con il Leicester che può vincerlo (se steccano tutte le grandi). Paradossalmente le Foxes guadagnavano più dell'Inter: i nerazzurri con Suning diventeranno una mega potenza europea, a patto che la politica italiana incominci a capire che un'industria come la Serie A può portare ricchezza, posti di lavoro e introiti, capitali. Tornando al miliardo di euro che ogni anno le televisioni forniscono all'Italia, praticamente tutte le società stanno in piedi solo con quello.

Lo stadio può dunque essere un investimento virtuoso (per il financial fair play lo è ed è escluso da restrizioni a bilancio per l'UEFA, quindi una proprietà molto ricca come Suning potrebbe fornirlo) ma non può essere considerata la panacea di tutti i mali. Il direttore operativo dell'Udinese, nell'incontro di fine anno a Coverciano, è stato chiaro. Fai sempre il pienone alla Dacia, ma gli incassi - pur raddoppiati - non potrebbero mantenere in piedi una struttura come quella di una squadra media. Costruire palestre, hotel, centri commerciali, rendere il giorno della partita un'esperienza può esserlo. Però per puntare alla Premier è necessaria una migliore ripartizione, per far sì che anche le altre possano investire in marketing, strutture, pubblicità e brand. Infatti è stato di nuovo eletto Tavecchio, partito come incendiario e ora quasi pompiere, con le retrocessioni che potrebbero diminuire e nessuna idea sul diminuire le squadre in Serie A: di fatto il nostro è un campionato sbilanciato perché lo è sin dalle fondamenta, sin dai soldi che fanno andare avanti tutte le aziende, così il calcio. Il nuovo stadio della Roma potrebbe essere meraviglioso, una spinta incredibile per la società giallorossa. Ma quando vedrà la luce? E soprattutto, quanto verrà a costare alla fine di tutto? La Juventus è partita da 142 milioni e Agnelli ha dovuto ricapitalizzare per due anni consecutivi (circa 100 milioni a botta), la Roma ne vuole spendere 10 volte tanto. Follia. Così come lo stadio della Fiorentina, per cui i Della Valle cercano finanziatori. L’augurio è che entrambe le società possano coronare i propri sogni, ma la realtà appare diversa. Per fare calcio in questo momento servono moltissimi soldi, il ritorno può esserci come no: il rischio è quello di non rientrare mai senza un investimento esterno come quello di un Mondiale organizzato in casa. Italia 90 è un’enorme occasione sprecata. I nostro impianti sono tra i più vecchi d’Europa, ma quelli della Premier mediamente lo sono di più: il problema sono le ristrutturazioni, mai fatte, oltre, in generale, un divertimento maggiore, più comfort e, è bruttissimo dirlo, l’assenza di tifoserie organizzate: erano altri tempi, la nostra tessera del tifoso ricalca quella inglese istituzionalizzata dalla Thatcher. Quella italiana ha allontanato ancora di più le persone dallo stadio.

Ultimo, poi si torna al campo giocato: il closing del Milan, con la caparra che forse arriva o forse no, una valutazione enorme di una società che si è rivalutata del 4% nel fatturato negli ultimi 15 anni. Altre società europee lo hanno fatto del 100% (senza andare troppo lontani, la Juventus), chi ha quadruplicato, chi è cresciuto di poco sono solo le italiane. Usando il buonsenso, Berlusconi dovrebbe intascare i 200 milioni finora arrivati e ringraziare. Che poi sono di più, ma questo è un altro discorso. Rimane però che il Milan, una società che non ha nulla di proprietà se non Milanello e Casa Milan, è stato venduto per un terzo del suo valore ma senza cedere alcunché. Se la valutazione reale è di 600 milioni puoi comunque piazzarlo a 500 con relativa facilità. Invece la realtà è che i rossoneri valgono, attualmente, di meno. Parecchio, meno.

La Roma si sta sfaldando, normale per una squadra che ha undici titolari, un paio di riserve e poi calciatori che sono certamente di livello inferiore rispetto ai titolari. Ma un ambiente come Roma è lacerato dalle guerre intestine e dalla pressione dei tifosi. Non aiuta, peraltro, l’idea che Spalletti voglia andarsene a fine stagione in caso non vinca nulla. Anche perché se dovesse farlo ora - improbabile dopo aver gettato il lavoro di un anno in una settimana - probabilmente il prossimo anno non lo farebbe. Giusto cambiare aria se lo stimolo è quello di vincere con continuità. Atalanta e Inter ci faranno divertire fino alla fine, la Lazio va oltre i propri limiti, il Milan è allenato benissimo ma stanno tentando di far fuori Montella: insensato, come tante scelte nell’ultimo periodo che dura dalla cessione di Ibrahimovic in poi. Fa sorridere il closing di Baccaglino, presidente “assunto” da Zamparini: chissà in quanto lo esonera. Infine, il Napoli: grande primo tempo, a tratti meraviglioso, ma il braccino è sempre quello di giocatori forti, ma non fenomeni. De Laurentiis ha sempre parole per tutti, bisogna ringraziarlo - da parte del calcio italiano - per avere ridato dignità a una realtà straordinaria come quella azzurra. Vincere ogni anno lo Scudetto del bilancio, però, non porta ad alzare trofei. Bisogna crescere e investire, altrimenti vedremo ancora molte sfuriate di questo genere: i giornalisti del nord non c’entrano, così come Sarri ha in mano un buon BMW contro una Formula 1: può far bene, forse benissimo, ma basta un pilota professionista per far sì che la Rossa vinca sempre, alla lunga.


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