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SONDAGGIO
Cristiano Ronaldo alla Juve: ora chi andrà via?
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  Alex Sandro
  Più di un big
  Nessuno

Editoriale

Il Portogallo dopo CR7 tornerà mediocre, l'Argentina dopo Messi tornerà a vincere. Equivoco Roma: Pastore coi soldi di Nainggolan, ma il sostituto del Ninja era già stato acquistato. Hamsik e la Cina: aspettando Godot

Nato a Napoli il 10/03/88, laureato in Filosofia e Politica presso l'Università Orientale di Napoli. Lavora per Tuttomercatoweb.com dal 2008, è il vice direttore dal 2012
24.06.2018 10:00 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 102065 volte
© foto di TUTTOmercatoWEB.com

Tra Messi e Cristiano Ronaldo ho sempre preferito il portoghese. Evidentemente, non è stato dotato da Madre Natura dello stesso talento puro dell'argentino, eppure il portoghese ha avuto la forza di cambiare il naturale corso della storia. Fino a 5 anni fa il confronto nemmeno esisteva, su 100 persone 90 votavano l'argentino. Gli altri 10 erano portoghesi o tifosi del Real Madrid. Poi la storia è cambiata. Con un lavoro ossessivo, quasi maniacale, CR7 ha invertito la parabola e ha eclissato il numero 10 del Barcellona. Ha trascinato per tre volte consecutive il Real Madrid alla conquista della Champions League, ha vinto tre volte consecutive il Pallone d'Oro e ha permesso al Portogallo di vincere il primo Europeo della sua storia. Non c'era riuscito nemmeno Eusebio.
Preferisco avere fortuna che talento. Ricordate? Si, è la frase più ad effetto del monologo iniziale di Match Point, film straordinario. E Cristiano Ronaldo ha avuto la fortuna di nascere con la testa da numero uno. Quando si ritirerà, il calcio perderà senza dubbio il miglior professionista che abbia mai avuto. E il Portogallo, che vive solo delle giocate del suo campione, tornerà quello che è sempre stato. Una nazionale discreta e nulla più.
Però, adesso che si spara a zero su Messi mi viene quasi naturale prendere le difese della Pulce.
La Federazione argentina negli ultimi anni gli ha dato troppo peso, sempre di più. Così come Sampaoli nelle ultime convocazioni. Ma se si decide che Messi deve mettere becco nella lista dei 23 o nello schema da adottare la colpa è della Pulce o di chi glielo concede?
Per me l'interrogativo nemmeno si pone, anche perché il Barcellona negli ultimi 15 anni ha dimostrato che si può vivere e vincere con Messi senza dipendere solo dall'argentino. Che adesso vive il suo momento più difficile, vive di critiche e attacchi più o meno frontali. Ma sicuri sia il primo dei colpevoli?
Jorge Sampaoli in queste due apparizioni è stato disastroso. Per definizione, il commissario tecnico deve selezionare i migliori talenti nazionali e schierarli. Non fare lo scienziato proponendo le sue idee a discapito di ciò che ha detto il campo. Invece, pronti via ed ecco una squadra con tante incognite, tanti calciatori che nell'ultimo anno non hanno in alcun modo dimostrato di valere la maglia dell'argentina - come Biglia o Mascherano - e tante scommesse. Oltre a giocatori fuori ruolo: perché Salvio terzino contro l'Islanda? Perché Caballero se hai Rulli e Armani? Perché tre portatori d'acqua in mezzo al campo contro la Croazia di Modric e Rakitic? Perché non convocare nemmeno il capocannoniere dell'ultima Serie A? Perché Dybala e Higuain in panchina?
Troppi perché irrisolti ed un unico schema di gioco: palla a Messi. Palla sempre e comunque a Messi. Uno schema delittuoso, quasi perverso. Nella testa di tutti, soprattutto degli argentini, la Pulce per essere considerato il migliore di sempre deve vincere un Mondiale come quello che vinse Maradona nel 1986, da protagonista unico e praticamente da solo. Un ulteriore carico di responsabilità sulle spalle di un giocatore che ha evidentemente nella mancata riuscita con la maglia dell'Argentina il suo tallone d'Achille. E quindi, ecco un altro carico da novanta. Per affossarlo definitivamente.
Sampaoli e l'AFA, molto più di Messi e Cabellero, sono i veri responsabili di una debacle che martedì può tramutarsi in eliminazione. Ma Messi ormai è molto più un peso che una risorsa per questa Argentina: anche per colpa sua, ma non solo per colpa sua. E solo quando sarà sgravata da questa risorsa, incredibilmente trasformata in un peso, che l'albiceleste potrà tornare a risplendere.

Capitolo calciomercato, inevitabile perché è stata una settimana molto importante. Domenica scorsa vi abbiamo raccontato di una Roma che aveva ormai sciolto le riserve su una doppia operazione, una delle più importanti dell'estate: Pastore in, Nainggolan out. Con il Flaco l'accordo è stato definito nella giornata di lunedì, poi è servito qualche giorno per completare la cessione del Ninja all'Inter e tutto è andato a dama.
Una doppia operazione che ha scatenato tante reazioni e giudizi. Approvazione pressoché unanime da parte dei tifosi dell'Inter, giudizi alterni dei sostenitori giallorossi per quanto fatto da Monchi.
Perché non cedere Nainggolan all'estero? Perché non pretendere altre contropartite tecniche? Questi i dubbi più frequenti. Semplice: perché la Roma aveva fretta di chiudere, e aveva già messo in preventivo di reinvestire la somma derivante dalla cessione del belga per l'acquisto di Pastore. E perché l'unica squadra seriamente interessata era l'Inter. Aspettare altre pretendenti, oltre offerte, avrebbe voluto dire protrarre la cessione ancora per settimane e settimane, e far saltare l'arrivo di Pastore.
Monchi non ne aveva nessuna voglia, anche perché il sostituto di Nainggolan l'aveva già portato a Trigoria da qualche giorno: Bryan Cristante. E' il centrocampista classe '95, la migliore mezzala italiana dell'ultima Serie A, il sostituto di Nainggolan. Mentre Pastore avrà il compito - da interno di centrocampo o da trequartista - di dare alla Roma più estro, più creatività.

Chiusura con Marek Hamsik, capitano del Napoli che dopo undici stagioni considerava conclusa la sua avventura all'ombra del Vesuvio. Decisione legittima, anche se sbilanciarsi in maniera così importante con dichiarazioni pubbliche ha prodotto risultati controproducenti annullando di fatto le possibilità di un suo addio. L'errore è stato nel limitare il campo all'Estremo Oriente, a un campionato che negli ultimi due anni ha cambiato il suo modus operandi.
Perché è vero che la Cina era pronta a fare ponti d'oro per portarlo nella Chinese Super League. Ma era pronta e disposta a farli a lui, non al Napoli. Che non a caso anche nell'ultimo fine settimana attraverso le parole del suo presidente Aurelio De Laurentiis è stato molto chiaro: "Voglio 35 milioni, anche se tutti dicono 30. Mi hanno offerto 15 milioni, anzi nemmeno quelli, mi hanno offerto un giocatore che gioca in Cina, che per me ha dimenticato ormai come si gioca in Europa. Il massimo che posso fare è chiedere 30 milioni, e se non me li portano entro lunedì diventano 40".
Il club che ha offerto i 15 milioni di euro è stato il Tianjin Teda, quello che ha offerto un giocatore il Tianjin Quanjian (Axel Witsel), mentre lo Shandong Luneng ha fatto sapere di essere interessato ma non ha fatto troppi passi avanti.
E' tutto un problema di luxury tax, che impone ai club di calcio cinesi per gli investimenti per cartellini di calciatori che militano in altre leghe di versare una somma dello stesso importo economico a un fondo destinato a finanziare la crescita del calcio cinese. E in Cina nessuno ha intenzione di pagare 60 milioni di euro per il cartellino di Hamsik. Anzi, 80 a partire da lunedì: parola di De Laurentiis.


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