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La Giovane Italia
Editoriale

Juve: 90 minuti semi-perfetti e un dato di fatto “pericoloso”. Inter: il mercato estivo, le prime critiche e la richiesta di Conte. Milan: Spalletti è il prescelto, Pioli l’alternativa (in grande ascesa), Giampaolo è già il passato

08.10.2019 15:32 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 42804 volte
© foto di Alessio Alaimo

Ciao. C’è la sosta: un grande classico ottombrino. Due belle settimane di rotture di balle e questa volta con una maglia verde in più, quella della Nazionale. Sapete cosa cambia la presenza della maglia verde rispetto alla noia mortale del “pausone”? Niente. Ma per annoiarci c’è gran tempo e ora tengono banco le faccende legate all’ultimo turno di campionato. Partiamo dal Milan? Perché no.

Il Diavolo “riflette sul futuro del tecnico Giampaolo”. Domenica ci hanno detto così e, infine, abbiamo capito che era un modo educato per dire “Giampà, tanti cari saluti”. Poche ore dopo i rossoneri sono usciti allo scoperto, non formalmente ma poco ci manca. Il prescelto del club per salire a bordo della nave è nientemeno che Luciano Spalletti, fino a quattro mesi fa condottiero interista. Boban e Maldini (con l’avallo dell’ad Gazidis e, ovviamente, del “padrone” Elliott) hanno deciso così: Giampaolo avrà pur battuto il Genoa ma è invitato a farsi da parte per tutta una serie di motivi piuttosto noti (il gioco inesistente, le incertezze, i nuovi tesserati che stanno più fuori che dentro al campo, la mancanza di fiducia a più livelli, in particolare quella di Boban… e di suo figlio).

La decisione è presa e a questo punto è inutile star lì a ragionare sull’utilità di un cambio dopo solo sette giornate e sul fatto che Giampaolo non è sbarcato a Milanello per tocco divino, ma perché è stato scelto dalla stessa dirigenza (Maldini soprattutto) che ora lo ha silurato. Ma, si diceva, guardare al passato ha poco senso: il Milan si è buttato sulla “garanzia di Certaldo” (12 volte su 13 ha centrato la qualificazione Champions e ha riportato l’Inter nell’Europa che conta dopo 6 anni), il tecnico che andava convinto e, a quanto pare, alla fine ha detto “sì”. Se tutto andrà come si augurano gli interessati firmerà un biennale con opzione per il terzo, incasserà più o meno la stessa cifra che prendeva all’Inter e rinuncerà a parte dei dieci milioni di ingaggio dovuti dal contratto con scadenza 2021 firmato con il suo ex club.
Ma attenzione, non è così semplice. L'Inter è disponibile a trattare, ma alle sue condizioni: se Spalletti vuole essere liberato deve rinunciare a più di un anno di contratto, altrimenti non se ne fa niente. E allora il Milan porta avanti il suo piano B, Stefano Pioli, altro ex nerazzurro libero di accasarsi con chi vuole: l'incontro tra le parti è imminente.

Fin qui la fredda cronaca, procediamo con elementari ragionamenti. Il Milan decide di ripartire un’altra volta daccapo, lo fa per puntare al quarto posto - quello che vale i quattrini della Champions - ci prova con un allenatore (Spalletti o Pioli) che sarà chiamato a dar credito al diktat societario, quello dei giovani da far crescere in ottica plusvalenze. Non sarà semplice, del resto tre club sono decisamente più attrezzati degli altri (Juve, Inter, Napoli), l’Atalanta sembra non avere alcuna intenzione di rallentare la corsa iniziata ormai 2 stagioni fa, mentre le romane, pur con tutti i loro difetti, hanno organici competitivi tanto quanto quello dei rossoneri.
Al prescelto verrà chiesto di costruire un impianto che sia il più “solido” (ci vuole poco) e riconoscibile possibile, che abbia un’identità tattica (finora non si è vista) e dei punti fermi, anche a costo di dover far fuori qualche nome importante.
Tra i tifosi c’è chi tira un sospiro di sollievo (“Con Giampaolo la strada era segnata…”) e chi storce il naso osservando il non-lavoro di una dirigenza strapagata e colpevole almeno quanto l’ormai ex capo-panchina.

Ma sono anche i giorni del post Inter-Juve, la super partita che ha detto parecchie cose, soprattutto quanto a “sentenze in casa nerazzurra”, un grande classico intramontabile.

 

 

La tendenza alla drammatizzazione dei fatti è affare tipico italiano. Il melodramma, poi, si amplifica in presenza di una delle più grandi piaghe mai esistite da quando il pallone rotola: esatto, la solita pausa per la Nazionale. Queste le variabili messe sul piatto da noi pensatori nelle ultime 12 ore. L’Inter ha perso perché: 1) Ha la rosa corta. 2) Senza Sensi non è Inter. 3) Lukaku non gira. 4) Si è fatto sentire l’impegno di Champions. 5) Altro.

Ora, sono tutte questioni vere, ci mancherebbe. Ma è anche tutto parecchio relativo. L’Inter ha perso per un semplice motivo, banale quanto volete ma decisivo: è meno forte della Juve, più indietro di parecchi anni nel processo di crescita che ha portato i bianconeri a disporre di una rosa composta da soli campioni, che tra l’altro guadagnano uno sproposito (e un motivo ci sarà).

L’Inter ha perso perché ha giocato una partita imperfetta e, forse, non sarebbe bastata neppure la partita perfetta. Lo ha detto bene Conte qualche giorno fa: “Per competere con la Juve è necessario che combacino due fattori: noi non dobbiamo sbagliare niente, la Juve deve incepparsi in qualche modo. Se loro viaggiano secondo il loro potenziale non ci sono speranze”. E il dato di fatto è che non solo Conte ha detto una cosa sacrosanta, ma soprattutto che domenica, a San Siro, è capitato l’esatto opposto: i nerazzurri sono stati imperfetti, i bianconeri precisi come livelle da cantiere.

Diciamola tutta, dopo le prime sei giornate un po’ tutti cavalcavamo un pensiero: “La squadra di Sarri ha praticamente sempre vinto, ma lo ha fatto in qualche modo, senza brillare veramente. Contro l’Inter rischia”. E invece no, contro l’Inter la Juve ha fatto la Juve, come se le partite con le piccole fossero solo un disturbo da scansare con il minimo sforzo, al contrario dei match più complicati dove è normale metterci davvero la testa. Ronaldo, per dire, è stato impressionante. Lo è quasi sempre, ma a San Siro il suo essere “superiore” si è manifestato alla massima potenza. E se il portoghese gira, se Pjanic gira, se gli ex esuberi Dybala e Higuain girano beh, allora c’è davvero poco da fare.

L’Inter ha perso e abbondano musi lunghi e voci petulanti: tra i sostenitori che immaginavano un risultato diverso (legittimo), tra i commentatori che (gran furbastri) fino a ieri l’altro osannavano (“Conte è immenso, la società sa quello che fa!”) e ora rivoltano la frittata (“Conte può molto, ma non tutto. E la rosa è difettata, dovevano comprare di più l’estate passata”).

Succede sempre così, è normale, ma la verità è che non ci sono misteri o troppe analisi logiche da mettere sul piatto: la squadra di Milano procede (bene) nel suo processo di crescita, nel tentativo di accorciare le distanze con chi da anni le sta davanti (il Napoli, per dire, e in quel caso sembra tutto meno complicato), lo ha fatto fino al match con i bianconeri e lo farà ancora. Oh, in fondo la classifica parla chiaro.

Dall’altra parte bisogna rendersi conto - e capire, e accettare - che i miracoli sportivi, per definizione, sono merce rara. L’Inter in definitiva ha un solo, enorme obbligo morale: mettercela sempre tutta. È l’unico modo per evitare eventuali “rimpianti di maggio”. Così farà: Conte e i suoi proveranno fino in fondo a dare fastidio ai rivali di sempre, nella consapevolezza che la discriminante tra “il vincere” o “l’averci solamente provato” non dipenderà soltanto da lei.

C’è la pausa per la Nazionale, forse ve l’avevamo già detto: entriamo in letargo, che è meglio.


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