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Editoriale

Juve: Agnelli, Marotta e altre (strane) sorprese. Inter: Spalletti ha un problema (finalmente). Milan: quante chiacchiere su Gattuso. E su Chiesa e Var...

02.10.2018 00:00 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 33491 volte
© foto di Alessio Alaimo

Mi hanno invitato ad un convegno sul Var. Ve lo giuro. Un centro culturale. Roba da matti. Mi hanno detto “verrebbe a fare il relatore?”. Mi hanno dato del “lei”. A me. Mi hanno detto “Relatore”. Non me l’aveva mai detto nessuno. Ho risposto: “C’è il buffet?”. Mi hanno detto “Sì”. Ho accettato. Mi danno anche 4 crediti formativi che, credetemi, sono oro colato.

I crediti formativi sono una cosa importante. L’ordine dei giornalisti li pretende. Vuole giustamente che tu segua determinati corsi, appuntamenti, happening e ritrovoni vari per poter dire alla fine dell’anno: “Ho seguito i corsi, ecco qui i miei 20 crediti formativi: ora sono aggiornato”. Ci sono dei giornalisti molto scaltri (non io, sia chiaro) che vanno a questi corsi, happening e ritrovoni vari e fanno come certi malandrini universitari che mettono la firma sul foglio all’ingresso e poi fuggono al bar a bere il Campari. Io non lo faccio, ripeto, ma alcuni sì, ve lo giuro. Pensa te questi. Altri prendono i crediti online. Online ci sono dei questionari a risposta multipla del genere che devi stare lì a romperti le balle per lungo tempo e a furia di sbagliare alla fine sai tutte le risposte a memoria. Dovete sapere che alcuni maledetti assoldano nipoti al prezzo di 5 euro all’ora e li mettono lì al posto loro a compilare il questionario. Io non lo faccio, sia chiaro, ma qualcuno sì. Che brutta gente. Ehm.

E quindi tutti parlano di Var, tutti tranne il Var, perché è una macchina. Se il Var potesse parlare direbbe: “Ma siete scemi voialtri? L’anno scorso funzionavo così bene e ora non vedete neppure Chiesa che si butta. Io l’ho visto, bastava chiederlo a me porca malora”. Nessuno chiede più niente al Var, lo trattano come il parente scemo alla festa di Natale, quello che gli tirano i mandarini e la frutta secca pur di farlo stare zitto. C’è chi si trincera dietro alla leggenda metropolitana “hanno cambiato il protocollo”, la qual cosa è vera, ma poi senti il presidente dei fischietti Nicchi che dice “no, non è vero” e allora non capisci: ma ci sono o ci fanno? Boh, forse il problema è che ci sono troppe regole, basterebbe semplificare: fallo di mano in area? Rigore sempre. Simulazione? Cartellino giallo. L’arbitro prende una cantonata? Interviene quello nel gabbiotto e gli dice “non mi interessa se comandi tu, Chiesa si è buttato e quindi niente rigore”. Semplice no? Eh, magari…

Ecco, Chiesa. Lo hanno massacrato. Gli hanno dato del simulatore irrecuperabile. Le solite esagerazioni. Chiesa, come si suol dire, “ci ha provato”. Lo hanno fatto 344234 giocatori prima di lui e lo faranno 43432 dopo di lui. Non è bello, è sbagliato, non si fa… Ma da lì a trattarlo come se fosse Totò Riina ce ne passa. Il problema non è l’attaccante “che ci prova” (a meno che non diventi un vizio), semmai gli arbitri che non vedono nonostante le immagini, quello sì che è grave.

Mi si consenta di tornare sulla questione Gattuso, ormai grande classico settimanale. Siccome ne parlo sempre, ben sapete che sono per il detto “fatti gli affari tuoi che campo cent'anni”. E invece con Gattuso (e non solo con lui) non vale. Siamo arrivati al punto di non ritorno: ormai non si cambia idea una volta al mese, neppure una volta alla settimana, bensì due volte alla settimana (c'era il turno infrasettimanale). Se Gattuso era scemo dopo Empoli ("il Milan a Gattuso no, per Dio!"), dopo Sassuolo è tornato Guardiola ("il Milan con Gattuso ha avuto una grande crescita!"). La cosa paradossale è che questi giudizi escono dalle bocche delle stesse persone, le quali confidano nel fatto che nei cosiddetti “tempi moderni” ci si dimentica anche di quello che è stato detto un secondo prima. Di cosa stavamo parlando? Ah ecco, di Gattuso.
Gattuso è meglio di chi lo giudica perché a differenza di costoro segue un percorso preciso e studiato. Non sa se è quello giusto (come potrebbe, lo dirà il tempo) ma va dritto per la sua strada. Si chiama “coerenza”, quella di chi per 20 anni è stato abituato ad essere giudicato per i piedi e ha stravinto con i fatti.

Il resto si vedrà, in fondo è tangibile il malessere di chi ama “l’ombra di Conte”. Gli amanti de “l’ombra di Conte” vivono giorni terribili: il Milan ha vinto, l’Inter ha vinto, la Roma ha vinto e loro non sanno a chi appioppare l’ombra di Conte. Al Chievo o al Frosinone? Non esageriamo. Costoro (i fanatici de “l’ombra di Conte”) stanno soffrendo e, quindi, potete starne certi: al primo inciampo di uno qualunque tra i tecnici delle big, torneranno a farsi sentire.

Magari già a partire da oggi. Oggi gioca la Roma. Di Francesco una settimana fa era nella merda totale, gli avevano già scavato la fossa, si pensava al successore, si diceva “non è adatto”, “è colpa sua” e “non capisce niente”, era in definitiva già stato accompagnato all’uscita del centro sportivo di Trigoria. Invece è ancora sulla panchina giallorossa, di nuovo catalogato come condottiero ideale. In tutto questo trambusto, Di Francesco è l’unico a non aver perso il controllo: non lo ha fatto nella partita delicata (ma oggettivamente facile) contro il Frosinone e men che meno nel derby. Ma non deve essere stato semplice. Ha preso delle decisioni che gli devono essere costate assai: per dire, ha rinunciato al possesso palla per un gioco più «pragmatico», ha messo in campo i muscoli a discapito delle idee, ha capito che non era il momento dei fronzoli ma quello della concretezza e, alla fine, ha vinto.

«Modificare la propria forma mentale»: è la prerogativa che distingue gli arroganti senza speranza dalle persone intelligenti. Di Francesco lo è. Come Spalletti, che ha sfruttato la partita con il Cagliari per dare minuti alle riserve. Così ha responsabilizzato tutti, rilanciato giocatori che molti tifosi reputavano inutili come Borja Valero e Dalbert (tra i migliori al Meazza) e ha spolverato Lautaro Martinez appena lo ha avuto a disposizione. Tutto è andato per il meglio, tranne per il fatto che Lautaro abbia segnato (qui sarcasmo). Sì, perché a quanto pare c'è chi è riuscito a trasformare un gol in un problema: «Hai visto Lautaro? Che gol, meglio di Icardi». «Sì ma Icardi ne ha fatti più di 100, meglio lui». «Sì ma il Toro fa i movimenti per la squadra, meglio lui». «Sì ma Icardi dentro l’area non ha rivali, meglio lui». «Oh, smettila, meglio Lautaro». «Smrettila tu, meglio Icardi». «Sei un interista occasionale, ridicolo. Il bene per l’Inter è Lautaro». «Senza Icardi domani non guarderesti Psv-Inter, ricordatelo ridicolo». «Icardi non gioca per la squadra!». «Ma se ha toccato le stesso numero di palloni di Lautaro! Guarda i numeri prima di parlare!». «Zitto scemo!». «Ma zitto tu, somaro!». E così via. Tutte questioni inutili: Lautaro è una risorsa, al fianco di Icardi o al suo posto. E di certo Spalletti è molto felice di avere siffatto “problema”.

 

Fine. Anzi, manca la vicenda-Marotta. Ve ne parla Claudio Savelli, che su Twitter si chiama @pensavopiovesse ma non vuole spiegare per quale motivo.

La faccenda-Marotta sintetizza la diversità tra la Juventus e le altre società. Non è per forza una diversità in senso positivo, semplicemente lo è. Gioca d’anticipo, la Juve. Si muove in levare mentre gli altri la inseguono in battere. Ha un ritmo diverso, a volte risulta stridente, eppure finora è stato vincente. Nella sostanza cambia se stessa prima che diventi necessario il cambiamento. A tutti i livelli: societario e sportivo. Sul piano societario Agnelli ha accompagnato alla porta Marotta, il “manager dell’anno”, colui che ha contribuito in prima linea a rendere la Juventus ciò che è oggi. Perché? Perché da tempo pensa alla prossima Juve. Ha agito contro la logica del presente per anticipare la società bianconera del futuro. Ha agito da presidente, anteponendo la linea aziendale ai sentimenti e alla riconoscenza verso una persona importante. Di certo è una scommessa, e in quanto tale per definizione è rischiosa, ma è in questo modo che la Juventus si mantiene in vita: cambiando uomini genera all’interno scosse elettriche, tiene tutti sull’attenti, elimina le abitudini anche se vincenti perché portano ad adagiarsi, a rallentare, quindi potenzialmente a perdere. Agnelli non rinuncia ad un dirigente in seconda linea ma al primo, a Marotta – per inciso, tra i migliori nel suo ruolo anche per il modo di andarsene, senza sbattere la porta ma rispettando la decisione piovuta dall’alto -  proprio per lasciare un vuoto più grande possibile nel cuore della Juventus. Così implicitamente lancia la sfida a chi subentrerà nel suo ufficio, lo avvisa: dovrai essere meglio di lui, se vorrai lavorare qui. Sarà Paratici il primo nella successione, con deleghe differenti e più ristrette, che verranno allargate solo in caso di risultati positivi: gavetta anche per chi la gavetta l’avrebbe già terminata. La Juve è così: cinica, addirittura spietata, all’apparenza scriteriata. Ma è l’unico modo che ha per migliorarsi, laddove non sembrano necessari i miglioramenti. Agnelli l’ha capito e sta diventando il presidente più coraggioso della dinastia. E funziona perché la gestione della squadra di Allegri è perfettamente in linea. Ne riflette i principi. Max ogni anno prende la squadra e prima di aggiungerle certezze, gli toglie quelle che aveva acquisito. La smonta prima di rimontarla diversa, così le pone sempre un obiettivo da raggiungere, che non sono i trofei, ma l’essere un gruppo in grado di migliorare, di rinnovarsi. Allegri mette in dubbio la squadra dall’interno prima che qualcuno lo faccia dall’esterno. Così, appunto, la tiene in vita. Può permettersi di farlo perché viene sempre da almeno un titolo vinto, ma non è scontato che lo faccia: ci vuole coraggio. È sempre un azzardo. O la va o la spacca. Finora è andata.


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