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Editoriale

Juve: attenti a quelli della “crisi” (e ai nemici in casa). Inter: Icardi e gli strani pensieri. Milan: il dubbio Montella e “la bella reazione”. Riflessione semiseria sul calcio italiano

21.11.2017 06:47 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 40761 volte
© foto di Alessio Alaimo

“Gli aspetti formali, tendenti alla verifica dello status quo, ci portano a considerare i rappresentanti delle Leghe, per quanto la situazione sia decisamente inaccettabile. E sì: bisogna riformare il calcio guardando al tutto!”.

(Quelli che comandano, che hanno il culo sulla poltrona, ci dicono queste cose qua. Le ho ascoltate con attenzione per una settimana intera. Vi prego, fateci caso anche voi: è tutto straordinario).

“Serve un plenipotenziario che ristrutturi e guardi al futuro, partendo dalle strutture e dal tutt’uno. E sì, il calcio va assolutamente riformato: andando e non aspettando”.

(C’è un uso spropositato del gerundio nelle chiacchiere dei dirigenti, dei capi del calcio. Io non so se anche voi avete avuto la stessa impressione, ma somiglia molto a una colossale presa per il culo. E chiedo scusa per il “presa”).

“Servono volti nuovi, credibili, il tentativo deve essere perpetuato nella logica del rinnovamento, atto a riformare e riconoscere il quid che ci ha portato a ragionare sull’insieme”.

(Te lo dicono col volto contrito, a volte alzano anche il dito per dar forza alle loro tesi, sono serissimi, ma poi – è così, fidatevi – fanno prevalere la logica della melanzana alla parmigiana, della pausa pranzo, del “andiamo a magnà, ché tanto la palla rotola lo stesso”. Io vi prego di non pensare che qui si voglia banalizzare, ma l’Italia pallonara somiglia moltissimo a questa cosa qua, ai film dei Vanzina, di Castellano e Pipolo. E, veramente, noi ci proviamo a dare fiducia, ma è passata una settimana da avanspettacolo e non riusciamo ad allontanare il solito pensiero: “Finirà tutto come al solito, a tarallucci e vino della casa”).

“Ora ragioneremo, decideremo come ripartire, affronteremo il discorso della Lega di Serie A, in accordo con la B e con i diritti tv di Gravina e Abodi. Più un pizzico di Christillin con contorno di Uva”.

(E tu vorresti dirgli: “Ma che cazzo state dicendo? Ma davvero fate? Ma pensate che ci sia un solo cristiano che non capisca quale sia la vostra priorità, ovvero la poltronissima? Perché non levate il sedere dal vostro posto di potere, perché non provate a mettervi in gioco? Volete lasciare la possibilità ad altri di provarci? Tanto mal che vada finiranno a fare quello che fate voi”. Glielo vorresti dire, ma quelli sono già attavolati con la lasagna fumante. E allora finisci addirittura a elaborare curiosi pensieri del genere “beh, Tavecchio si è levato dalle balle solo perché non aveva più appigli, ma almeno alla fine ha tolto il disturbo”. E gli altri? Tutti lì a raccontar bugie, come fanno i bambini pescati con le mani nella marmellata).

Poltronato/1: “Ventura l’ha scelto Tavecchio”.

Poltronato/2: “Ventura l’ha scelto Lippi”.

Poltronato/3: “Ventura l’ha scelto Lotito”.

Poltronato/4: “Ventura è stata una scelta corale”.

Poltronato/5: “Ventura ha ucciso Laura Palmer”.

(Ma dove siamo, a un puntatone de “I Soliti Ignoti”? Ma volete dire le cose come stanno, e cioè che siete tutti colpevoli? Ma come si può pensare di “ripartire” e “riformare” se questi ‘contano balle sulla qualunque? Svegliateci per favore, perché somiglia sempre di più a “L’Allenatore nel Pallone”, solo che qui non c’è un bel nulla da ridere. Qui verrà fuori che Ventura è come Scajola ed è diventato ct a sua insaputa. Ma la vogliamo smettere di “fare gli italiani?”. Fare gli italiani è bello, ma non se l’industria che ti dà da mangiare è appesa a un filo di ragnatela).

“Tra oggi e domani commissarieremo il commissario al commissariato. E lo faremo in osservanza e nel rispetto delle istituzioni e del tutto, inteso nella forma latina. A tal proposito ringraziamo Paolini e il suo amico biondo per la presenza e il supporto”.

(Ieri davanti alla sede della Figc - tra interviste, addii, dimissioni e altri straordinari momenti – a un bel punto sono comparsi Paolini e quell’altro amico suo che campano di inquadrature. Questi due sono stati la ciliegina sulla torta dello schifo e del latte alle ginocchia, sono la prova lampante che possiamo raccontarcela finché vogliamo, che “ora risolveremo il problema e troveremo le soluzioni”, ma a conti fatti dopo dieci anni non siamo neppure riusciti a levarci dai coglioni questi due minchioni. “Però vogliamo rifare il calcio e se ci avanzano due spicci magari ci buttiamo dentro anche il Ponte sullo Stretto”. Ma che roba è, Oreste Lionello in una scenetta del Bagaglino? Una barzellettona di Martufello? Ma davvero “non avete capito che abbiamo capito”?).

“Ora faremo”.

(“Ora faremo” è bellissimo: il “presente futuribile”, il “voi intanto ci lasciate la poltronissima, poi vedremo di trovare soluzioni in un futuro interstellare, ipotetico e nebuloso. Un futuro in cui non ci sarà più Tavecchio, ma magari al suo posto arriverà Tavecchissimo, l’alter ego che tenta la riforma ma soprattutto garantisce “antipasto, primo, secondo con contorno, dolce, caffè e ammazzacaffè” da mettere in carico alla Federazione, ovvero a noi).

“Ora sceglieremo”.

(Perché il dato di fatto è che la poltronissima Figc ora è vuota e “quelli” non sanno chi metterci. E non sanno chi metterci un po’ perché sono impegnati a controllare che nessuno sfili la loro, di poltrona, e un po’ perché “i papabili”, quelli che davvero potrebbero svecchiare e modificare, spaventano per il loro “essere diversi”, dove diversi significa “trasparenti”. La trasparenza fa paura, la voglia di fare, di smuovere il “mostro del non cambiamento” disturba, mette a rischio la lasagna).

“Però ora è tornata la serie A che ci distrae. Hai visto Icardi? È forte”

(E allora sì, distraiamoci. Partendo dall’Inter. E da Icardi che “è forte”. Ma tu pensa. Sembra grottesco ma è così: c’è ancora chi ha dei dubbi, chi ha avuto bisogno della partita con l’Atalanta per riconoscere che i 94 gol in serie A a 24 anni e 9 mesi forse non sono un caso, soprattutto che l’Inter ha tutte le sembianze di una squadra vera, costruita per raggiungere il suo obiettivo. C’è voluta la partita con l’Atalanta, anzi, il primo gol, perché fino a quel punto c’era ancora chi mugugnava, chi non si fidava. L’Inter è Icardi, ma anche tutti gli altri, l’Inter ha ancora tanti difetti, ma i difetti li nascondi con l’unità d’intenti, la “fame”, la forza di credere a Spalletti, al suo “noi siamo l’Inter”. E fino a un paio di mesi fa gli davi del pazzo, ma ora ci credi davvero. La strada è lunga, ma sembra davvero asfaltata con cura).

“Allegri non capisce una bega”

(Siamo alle solite. All’Allegri incapace, alla Juve allo sbaraglio, al veleno di quelli che tengono la testa sotto terra e vengono fuori appena le cose non girano. La Juve ha qualche problema? Sì, ce l’ha. La Juve è nelle mani di un folle incapace? Giammai. Allegri sa quello che vuole, ma ora tocca ai suoi, agli ultimi arrivati, a quelli che pensano che la Juve sia un punto di arrivo e non hanno capito che, invece, proprio la maglia bianconera ti obbliga a dimostrare di non essere “solo” un gran giocatore ma “un giocatore da Juve”. Mancano proprio questi qui, gli ultimi arrivati, Allegri sa che il futuro passa dal loro “scatto mentale” e – forse – anche da quello tattico, da mettere in atto a qualificazione Champions conquistata. La Juve è in buone mani? Sì, assolutamente, chi non si fida ha solo un annoso e stucchevole “fastidio personale”).

“Il cinese del Milan è senza miniera, il Milan è povero, Montella alla frutta”

(È sempre curioso osservare come ogni fatto sia ad uso e consumo di chi lo legge. Se uno è intimamente convinto che il Milan sia finito nelle mani di un truffatore, sfrutterà ogni appiglio per avvalorare la sua tesi; in caso contrario cercherà sempre di minimizzare. La “questione Li” non passa dagli estremi (o tragedia o mondo fatato), non è limpida ma neppure tremendamente torbida. Chi ancora oggi pensa che Li sia “colui che caccia il grano” non può fare altro che immaginare un futuro drammatico, chi viceversa crede che alle spalle del patron rossonero ci siano “capitali terzi” vivrà il tutto con la giusta apprensione (“chi sono?”, “cosa vogliono davvero?”) ma senza la costante sensazione di “morte imminente” che molti vogliono far passare. Capiamoci bene: il Milan al momento ha certamente questioni spinose e apertissime (il rifinanziamento, la decisone dell’Uefa sul voluntary agreement), ma anche i mezzi per risolverli. Tutte le faccende avrebbero assai meno risalto se i rossoneri non dovessero fare i conti con l’altro problema, quello del campo. Montella sembra aver contratto il “morbo Mazzarri”, la malattia di chi vede solo quel che vuole vedere. “Abbiamo preso gol nel nostro momento migliore", "È stata una partita in bilico fino alla fine", "Ripartiamo dalla prestazione", sono tutte frasi assolutamente condivisibili, ma anche drammaticamente inutili. Anzi, controproducenti. Il Milan non può diventare la squadra dell’“hanno perso, però che bella reazione, bravi” perché queste “chiacchiere di consolazione” sono da sempre riservate a quelli che non fanno paura a nessuno).

Con la promessa che da settimana prossima si torna a far sul serio sulla via del “guai a prenderci sul serio”, vi lascio a un pezzo che ho scritto per Esquire il giorno del derby di Roma e dedicato a uno dei pochissimi che negli ultimi dieci giorni hanno meritato un applauso. O quantomeno il mio.

(Twitter: @FBiasin @ilsnsodelgol).

Si è fatto crescere la barba quando farsi crescere la barba non ti rendeva un hipster, ma uno stronzo che aveva qualcosa da nascondere.

È stato il non-capitano che per tanti anni gli hanno detto “sei Capitan Futuro” e sembrava una presa in giro, del genere “fai il bravo, tra un po’ tocca a te”. Ma poi non capitava mai.

Ha vissuto una settimana da panchinaro, soffocato dal giubbottone, nello stadio più grande, durante la partita più infame ed importante. E non era uno spettatore che può tifare o insultare alla bisogna, ma neppure il giocatore che prova a dare il suo contributo. Si è ritrovato nel limbo della panchina, con la sua barba, i suoi pensieri e l’incazzatura malcelata di chi da sempre soffre e somatizza

Ha detto “non dobbiamo pareggià, dobbiamo vincere” e sperava che restasse una confidenza privata. Ingenuo. Lo hanno visto tutti, in mondovisione, e tutti gli hanno detto “c’ha ragggione!” con quattro “g” e il punto esclamativo.

A sconfitta incassata non ha cercato alibi, non ha detto “faremo, vedremo”, non si è messo a piangere, non si è messo a ridere e sa perfettamente che quelli che oggi gli dicono “bravo, sei un esempio”, ieri gli dicevano “pezzo di merda abbassa i gomiti!” e prima o poi gli diranno “sei finito, ritirati”.

Ha un passato da innamorato-distrutto dall’amore, un passato di racconti metropolitani sporchi di sangue e pistole, di lui si è detto “naviga in mezzo a brutte storie”, e anche “deve lasciare Roma e la Roma”. Forse ci ha anche pensato, ma alla fine ha preferito farsi crescere una barba rossa come il colore delle guance quando si imbarazza perché gli dicono “quanto sei forte”.

È un timido, un cattivo buono, leggenda narra che dopo Italia-Svezia sia salito sul pullman dei nostri avversari per dire “congratulazioni” e “scusate per i fischi al vostro inno. Scusate davvero”. Nulla di epico, per carità, ma neppure nulla di scontato.

Ha finito con la Nazionale, sa perfettamente che il futuro sarà meno intenso del passato, resterà incollato al ricordo di un Mondiale – quello del 2006 – vissuto da 23enne incosciente: e prima si fa cacciare per un gomito altissimo e stupidissimo, e dopo si fa perdonare per un rigore importantissimo calciato con la freddezza del Freddo.

C’è sempre stato, ci ha messo la faccia, ha il volto scavato dei calciatori “antichi” e combatte ancora: all'Olimpico, con uno squarcio azzurro sul petto, si gioca il primo derby da “capitano a tutti gli effetti”.

Si chiama Daniele De Rossi, probabilmente ha più difetti che pregi e a sei giorni da un dolore fetente ritroverà il suo posto in mezzo al campo. E proverà a fare il suo dovere con la consapevolezza di poter fallire ancora. E ancora. E ancora.

Uomini così non ne fanno più, figuratevi calciatori.


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