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SONDAGGIO
Mercato stellare per il Milan: i rossoneri sono da Scudetto?
  Sì, a patto che arrivi un grande attaccante
  No, la Juventus resta sempre più forte
  No, ha davanti comunque sempre Roma e Napoli
  Sì, già così è da Scudetto

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Editoriale

Juve: attenti alle sorprese, anche pericolose! Milan: ecco i soldi per il Gallo. Inter: 3 novità e altrettante "pillole di fiducia". Napoli: la giusta scelta (ma c'è un pericoloso neo...)

18.07.2017 08:11 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 107357 volte
© foto di Alessio Alaimo

PREAMBOLO
Ciao. Questo dovrebbe essere il 450esimo editoriale da me scritto su Tmw. Ho fatto dei calcoli di massima.

Iniziai nel 2008, avevo ancora i capelli, ho saltato quasi mai. Anzi no, una volta fui costretto alla resa a causa di un attacco di acetone perforante. Scaliamo pure a 449.

Riflettevo su una cosa: ma quante puttanate avrò mai scritto? Tantissime, un’infinità. E dove vanno a finire tutte queste parole inutili? Esisterà una grande fogna virtuale che le raccoglie tutte? Son domande.

Comunque non è vero che avevo i capelli. E anche la storia dell’acetone è una balla, avevo judo.

E non è vero neppure che sono arrivato a 450. Ho tirato a indovinare.

Sono preso da attacco di nichilismo. Ma non so cosa voglia dire.

Ciao.

EDITORIALE

Ho paura.

Di Twitter.

Cioè, ve lo giuro. Ho paura. Forse capita anche a voi, forse invece ve ne fregate, ma io ho paura.

Sarà che su Twitter non puoi fare le modifiche e quindi se sbagli a pubblicare sono cazzi acidi. Sarà che un tempo codesto social pareva un salotto virtuale assai carino, di quelli dove leggi le notizie in anteprima e dici la tua. Ma oggi no: soprattutto durante il calciomercato è diventato l’inferno. Piovono i vaffanculo, gli insulti, le minacce. Tutti attendono “l’inciampo altrui” per dirgli “coglione!”, per fargli notare che ha fatto una figura di merda.

“Hai fatto una figura di merda, lo sai coglione?”.

“Molto gentile messere, me lo segno”.

Il problema comunque non è Twitter, è il mercato.

Se scrivi una notizia “positiva”, puoi stare sereno. “Inter, c’è uno spiraglio per Di Maria!”. Fa niente se è vero oppure no, molti apprezzeranno (“Grande!!!”, “Il Toppleier!!!”, “#minchiadimaria”, “metto il cuoricino fratello!”).

I problemi arrivano quando la verità combacia con una notizia sgradita. “Pare che non ci sia la possibilità di arrivare a James Rodriguez perché guadagna 231232 fantastilioni”. Lì sei fottuto: “Stronzo!”, “Menagramo!”, “#figliodimaiala”, “Bustacchi di bombatomicadimercato.it dice che si fa. Sfigato”.

Il mercato è diventato più importante del calcio: questa cosa è angosciante. Cioè, alle masse interessa solo “comprare”: un terzino, un tornante, il nipote di un portiere d’albergo, chiunque. L’importante è che si compri.

“L’Inter ha preso Tabuzzi! Ha speso anche dei milioni!”.

“Quanti?”.

“35”.

“Allora è buono! Dai cazzo!”.

Oppure:

“Il Milan ha preso Budoni!”.

“E chi è?”.

“Un portiere. Farà il quinto”.

“Cazzo! Compriamo tutto! Bene!”.

Una bestiale bulimia che acceca e distoglie l’attenzione sulle cose che dovrebbero contare di più. Nessuno si chiede: “Come schiererà i suoi Montella con tutto sto popò di giocatori?” o “Spalletti dove farà giocare Joao Mario? E Eder?”. Frega una ceppa, perché ormai il calcio giocato è quella cosa fastidiosa tra una sessione di mercato e l’altra.

Possiamo noi combattere contro cotanta voglia altrui di “compravendita”? Assolutamente no, non sappiamo niente di niente, siamo bravi a predicare e stop. Ma al posto nostro lo farà quel secchione di Claudio Savelli (@pensavopiovesse) in calce a questo pezzo.

Savelli ne sa, doveva fare il tecnico pallonaro, invece ha scelto di fare il giornalista. Savelli a volte parla con De Zerbi. Gli rompe le balle. Lo ama proprio, dice che è il più bravo di tutti. Credo sia vero.

QUI MILAN

Eccoci. Mentre sto scrivendo, il Milan non ha ancora comprato nessuno. Ma terminerò tra dieci minuti, quindi “non è detto”.

Questa battuta non fa ridere nessuno, ma ha un suo senso.

Se un paio di mesi fa Fassone avesse detto: “Riflettiamo su uno tra Aubameyang, Belotti e Morata” sarebbe partita una colossale pernacchia virtuale. Oggi non vola una mosca. Chiamiamolo “effetto-Bonucci”, ovvero l’acquisto più incredibile (almeno quanto a modalità) da tanto tempo a questa parte.

Quello che sta accadendo va oltre ogni genere di previsione, ma non è né più né meno rispetto a quello che i dirigenti rossoneri hanno sempre raccontato nei tempi difficili del pre-closing.

Stanno semplicemente mantenendo una promessa e, anzi, sono riusciti ad andare oltre.

Molti si chiedono: come farà il Milan a prendere anche l’attaccante? Ce lo siamo chiesti anche noi e abbiamo fatto qualche telefonata.

Il prestito “salva-closing” di Elliott è servito a impostare il mercato e a mettere a posto la situazione con Fininvest e le banche. Cose risapute. La stessa Elliott - che ha “diritto di controllo” su spese e investimenti - pare che di recente abbia dato l’ok ai dirigenti del Diavolo per reperire e immettere sul mercato altri 50 milioni di euro, ovvero la somma necessaria per arrivare all’attaccante (alla quale si possono sommare i quattrini incassati dalle cessioni).

Settimana scorsa vi raccontavamo del tentativo che il Milan avrebbe portato entro fine mese per arrivare a Belotti. Ebbene, manteniamo il punto. Fassone e Mirabelli prendono tempo e sono fiduciosi di poter arrivare a un accordo con Cairo sulla base di 60 milioni più contropartite (Niang, Paletta). Morata è un’alternativa assai costosa, Kalinic quella più credibile. La certezza è che il Diavolo al momento non ha fretta.

E il resto? Ci limitiamo a un pensierino finale.

Questa è un’Ansa del 3 novembre 2013:

“Barbara Berlusconi ha chiesto al presidente Silvio Berlusconi un deciso cambio di rotta nella gestione della società. I motivi sarebbero stati individuati nella mancata programmazione, nell’assenza di osservatori che trovino i migliori talenti prima che diventino top player e in una campagna acquisti e cessioni estiva sbagliata e che non ha tenuto conto delle indicazioni della proprietà convinta che negli ultimi mercati il Milan abbia speso molto e male”.

La conseguenza di codesta velina furono la nascita dell’ibrido dirigenziale a “due-teste” con successivi 3 anni e mezzo persi a far la guerra non agli avversari sui campi da gioco, ma negli uffici.

Le parole di Mirabelli di ieri (“i giocatori bisogna conoscerli”) e i fatti a cui stiamo assistendo, dicono che la Berlusconi avrà commesso errori a sua volta, ma aveva ragione da vendere.

QUI INTER

Prima le cose importanti, ovvero la "ciccia" di mercato.
La trattativa per Dalbert è virtualmente chiusa per 20 milioni, si sta lavorando con il Nizza per formalizzarla nei prossimi giorni anziché ad agosto come richiesto dai francesi (che vorrebbe il terzino per il terzo turno preliminare di Champions). Per Keita Balde si lavora con la Lazio sulla base di 22 milioni più 3 di bonus, ma Lotito proverà nei prossimi giorni ad offrire per l'ultima volta il rinnovo di contratto al giocatore: i nerazzurri sono assai fiduciosi. L'ultima idea riguarda Vecino: piace a Spalletti e la dirigenza nerazzurra sta addirittura pensando di pagare la clausola rescissoria da 24 milioni (in due rate) per prelevarlo dalla Fiorentina.
Nella serata di ieri, infine, è andato in scena un incontro tra Spalletti, Ausilio e Sabatini: il tecnico avrebbe fatto il punto sulla situazione prima della partenza per la tournée in Cina.

Fine del minestrone. Il resto è semplicemente un punto di vista: una breve considerazione vecchia di qualche giorno che, forse, puo aiutare a digerire i giorni difficili “dell’attesa”.

Veloce memorandum dedicato a chi “fa tutto schifo”.
Dire che Zhang “non vuole fare” è una cazzata bestiale, Zhang al limite “non può fare” quel che gli pare.
1) L’accordo con l’Uefa impone la chiusura del bilancio a ZERO anche nel 2018.
2) Questo NON SIGNIFICA che non si possa fare mercato, si farà e sarà “ricco”, ma con tutte le cautele del caso (un occhio agli ingaggi spropositati, alle cessioni ecc ecc).
3) L’Inter NON HA bisogno di comprare 10 giocatori. Questo non è il mio minchionesco pensiero, ma quello di Spalletti, che in accordo con il club pretende pochi innesti purché, OVVIAMENTE, siano di qualità.
4) Il Milan fa quel che gli pare e compra a raffica perché: A) Dispone di capitali. B) NON è ancora sotto il controllo dell’Uefa (ad ottobre 2017 discuterà la situazione, ad aprile 2018 chiuderà il suo accordo). C) Ha (aveva) necessità di ricostruire la sua rosa PROFONDAMENTE e con rapidità.
Fine.
Gli entusiasmi e le depressioni di luglio lasciano il tempo che trovano, lo dice la storia.
E comunque siate positivi anche solo per un motivo: “essere negativi” nella gran parte dei casi della vita non serve a un cazzo.

QUI JUVE

Al di là dei retroscena e dei discorsi economici, la Juve cedendo Bonucci ha lanciato un segnale importante soprattutto a se stessa e ai suoi giocatori. Ha sottolineato che nessun bianconero conta di più della società. Che i giocatori passano, pure i dirigenti, ma la Juve rimane. Che chi non vuole più essere parte di questa squadra è libero di andare e che esiste sempre un modo per sostituirlo. Che ogni estate è stato lasciato un promemoria - via Pirlo e Tevez, via Vidal, via Pogba, via Bonucci - e che noi ogni volta abbiamo disquisito se la Juve fosse migliorata o meno. Poi il campionato iniziava e finiva con la Signora in vetta. Ha infine dimostrato che nonostante uno spogliatoio con qualche crepa aperta almeno dallo scorso febbraio (quando Bonucci litigò con Allegri), è riuscita a vincere due titoli, perdendo il terzo in finale. Evidentemente, oltre alla qualità dei giocatori, va sottolineata quella di chi gestisce il club ogni giorno e non solo durante il mercato (Agnelli, Marotta, Paratici, Nedved). A tal proposito, prima di avere dubbi sulla bontà degli affari di giornata – Szczesny e, in particolare, De Sciglio, per 12 milioni ciascuno - e quelli in dirittura d'arrivo – Bernardeschi - bisogna quantomeno concedere il beneficio del dubbio.

Poi, certo, c'è chi suona l'allarme: se il Barcellona dovesse perdere Neymar (il Psg vuole pagare la clausola da 222 milioni!) potrebbe tentare di "consolarsi" con Dybala. Paura? Beh, di sicuro l'argentino la clausola non ce l'ha...

QUI NAPOLI

È tutto molto veloce, ultimamente, quando si parla di Napoli. C’è chi dice “che cazzo di mercato fa il Napoli, che roba è?”. Personalmente credo sia un piccolo capolavoro.

È vero che c'è da risolvere ancora il problema Reina (occhio al City...), ma per il resto tutto sembra ben cristallizzato.

Se il mercato rossonero regala legittimi “picchi di godimento” ai suoi tifosi, l’”anti-mercato” partenopeo è un semi-inedito da analizzare con attenzione. Stessi giocatori, maggiore consapevolezza e conoscenza reciproca: a volte per vincere non serve comprare e vendere, basta guardarsi negli occhi e dire “tutti d’accordo?”.

Come promesso vi lascio allo sproloquio di Savelli. Parla di allenatori. Trattasi di cose che non c’entrano una beatissima con il mercato e sono solo “calcio”.

Buttate tre minuti, io dico che ne vale la pena (@FBiasin @ilsensodelgol Mail: ilsensodelgol@gmail.com).

In questi giorni dovremmo pensare agli allenatori, i dirimpettai del mercato. Loro, avvolti nel cono d'ombra proiettato dalla giostra quotidiana delle trattative, pensano a come si possano mettere insieme tutti questi nuovi giocatori, richiesti o meno, graditi e non, forti o scarsi. I mister, dislocati tra le montagne o in Oriente, impegnati a incastrare allenamenti tra le esigenze economiche dei club, sono la bilancia del mercato, che non conta nulla senza qualcuno che ne governi poi i frutti con logica. La stagione del calcio è già iniziata, per loro, sui campi, a razionalizzare la nube di giocatori in arrivo sì, o forse no.

E dunque, se pensiamo all'Inter, ad esempio, pensiamo soprattutto a Luciano Spalletti. Al suo sforzo sincero di guadagnarsi la fiducia dei tifosi e nel frattempo di trasmettere loro la sua professionalità. Spalletti si espone, spiega, rassicura gli interisti ma nel frattempo insinua il dubbio che il mercato possa deluderli, ed è, questa incongruenza, la sua chiave. Luciano sta trasformando le eventuali difficoltà dell'Inter sul mercato nel principale motivo di simbiosi tra lui e l'ambiente. Lo fa perché ha studiato l'Inter e ha capito di dover evadere dalla dimensione dell'allenatore: qui, chi ha avuto successo è stato il pioniere di una rivoluzione faticosa nata dalle difficoltà, delle sconfitte, delle delusioni. Ben venga il mercato con i grandi giocatori, deve aver pensato (e preteso) Luciano, ma qualora non dovessero arrivare è bene trasformarlo subito in una premessa “utile” all'avventura, anziché dannosa.

Se pensiamo alla Juve, invece, pensiamo a Massimiliano Allegri. Che si è guadagnato finalmente la Juventus, una sorta di privilegio ultimo che ha raggiunto con il rinnovo del contratto. Per tre anni l'ha allenata, ma era come se fosse in debito con chi lo aveva scelto consegnandogli una squadra già vincente, che lo avrebbe in maniera fin troppo scontata portato al trionfo. Dopo tre scudetti, tre Coppa Italia e due finali di Champions si è infine invertita la gerarchia: se prima era Allegri ad aver bisogno della Juve è ora la Juve stessa ad aver bisogno di Max. Per questo allenatore, entrato in punta di piedi nel mondo bianconero quasi fosse un intruso, è una grande vittoria. La più grande. Ora è però chiamato alla sfida più difficile, cioè quella di diventare un allenatore a lunga scadenza, non è banale pensare di poter essere il perno della Juve. È, per Allegri, una sfida affascinante e difficilissima, ma siccome è un romantico di natura, ne godrà e ne uscirà rafforzato, comunque vada.

Se pensiamo al Milan, pensiamo a Vincenzo Montella. A colui che ha saputo aspettare. Che ha sacrificato per una stagione intera la sua deliziosa idea di calcio perché i giocatori a sua disposizione non ne erano all'altezza. È stato saggio, Vincenzo, e grazie al suo atto di umiltà ora può godere dell'arrivo di tanti, ottimi calciatori. Chissà se qualche mese fa si aspettava un mercato di questa portata. Il suo segreto è stato cogliere il periodo di transizione societaria del Milan come un'occasione per completare se stesso, dovendo costruire una squadra “necessaria” ha approfondito aspetti che prima solo lo sfioravano (la fase difensiva). E si è in una certa misura compiuto, arrivando ad essere un allenatore pronto per stabilirsi ai massimi livelli a soli 43 anni. La sua grande sfida è questo Milan tutto nuovo, da assemblare in fretta e rendere all'altezza dell'ambizione di chi lo sta costruendo.

Il Napoli, invece, è aggrappato a Sarri. Ne dipende, ma ha scelto volutamente questa condizione. Le ambizioni da scudetto di questa squadra sono giustificate da un mercato introverso, geloso, che ha blindato i migliori giocatori e, di conseguenza, li ha legati in un destino comune. Si è così saldato il legame tra la squadra e i suoi tifosi e tra i tifosi e l'allenatore. Perché mantenere in rosa tutti i calciatori, preferendo loro a potenziali volti nuovi, significa soprattutto affidarsi pienamente a Sarri e al suo lavoro. Vuol dire credere ciecamente che l'ultimo passo verso lo scudetto va compiuto tramite la fatica quotidiana di questo allenatore. È un segnale meraviglioso, quello lanciato da De Laurentiis: si sta valorizzando fino all'estremo la maestria artigiana di Sarri. Dovrà quindi essere quest'ultimo il top-player del Napoli.

Quindi la Roma, quindi Eusebio Di Francesco. Attorno a lui si percepisce un fastidioso alone di solidarietà penosa, “povero Di Francesco arrivato nella Roma quando cedono i grandi giocatori”, come se il mister fosse la vittima scelta dalla società carnefice, l'allenatore promosso dalla provincia che non avrebbe osato contraddire le manovre del club. Invece Eusebio, fino a prova contraria, rappresenta una scelta logica perché porta competenza e ambizione al servizio di un gruppo rinnovato. Ha una voglia di vincere pari a quella della Roma, è un treno che viaggia alla stessa velocità. C'è quindi aderenza ad un progetto di ripartenza. Di Francesco è in sostanza l'uomo migliore per iniziare un viaggio nuovo e complesso, dove è necessario potersi fidare di qualcuno.

E infine bisognerebbe pensare a Stefano Pioli e a Simone Inzaghi, chiamati a gestire gli umori ruvidi di Fiorentina e Lazio. Banalmente, dovranno essere rapidi e astuti, per dare logica a due progetti ancora incomprensibili, consapevoli, loro, di essere i simboli tra gli allenatori nell'ombra del mercato. Un meraviglioso lavoro infernale ben retribuito.


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