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La Giovane Italia
Editoriale

Juve e Douglas: il suo errore e quello "degli altri". Inter: ecco chi ha fretta di seppellire i nerazzurri. Milan: la ricetta di Gattuso (in barba alle "ombre"). Ridateci il Var, per carità. E su Barella...

18.09.2018 08:06 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 41640 volte
© foto di Alessio Alaimo

L’ombra di Conte. L’ombra di Conte è devastante. È su tutti. Su Spalletti. Su Gattuso. Su Di Francesco. Ma anche su di te. Al lavoro sei stato rimbrottato? C’è l’ombra di Conte. La tua ragazza ultimamente ti tratta male? Pensaci, potrebbe essere l’ombra di Conte. Sei pallido? Per forza, c’è l’ombra di Conte.

L’ombra di Conte viene buona sempre e ce la porteremo avanti fino a quando Conte tornerà ad allenare. E se accadesse fra un anno? Vivremo un anno all’ombra di Conte. Qualcuno ha detto che persino Mancini vive all’ombra di Conte, altri dicono che se Spalletti oggi dovesse uscir scornato dal match contro il Tottenham finirebbe nelle tenebre (dell’ombra di Conte, ovvio). Fa niente se gli hanno rinnovato il contratto ieri l’altro, fa niente se in 20 anni di carriera ha praticamente sempre (o quasi) ottenuto i suoi obiettivi stagionali, fa niente se siamo a settembre: per molti l’ex tecnico “artefice del ritorno in Champions” si è trasformato in tre mesi in un incapace, divorato dalle incertezze e terrorizzato dall’ombra di Conte.

L’Inter è un disastro? Sì, lo è. Lo è se rapportata al suo potenziale, che era e resta grande. C’è un chiaro problema caratteriale, forse anche di condizione atletica, c’è un problema di (im)maturità evidente che è lo stesso di gennaio scorso. Questo significa che è tutto da buttare? Forse lo è per chi non riesce a vivere senza la caciara, non certo per chi, ora, è chiamato a trovare soluzioni. L’Inter non è una squadra allo sbando, è una squadra che ha bisogno di svegliarsi, magari a partire da stasera. Il paradosso è che dopo 4 partite giocate “da favorita” e con pochi piedi buoni (Rafinha, dove sei?), l’Inter possa trovare maggiori soluzioni con un’avversaria che invece proverà ad aggredire i nerazzurri. Si vedrà. In ogni caso, a prescindere, bentornata tra “le grandi”, Inter.

L’ombra di Conte rompe le balle a tutti, figuriamoci a Gattuso. Siccome Gattuso ha due chili di pelo sullo stomaco se ne fotte e ben fa. Il Milan sceso in campo a Cagliari sembrava tutto tranne che gattusiano, segno che anche i rossoneri sono ancora (im)maturi. È lo scotto da pagare per un club reduce da un quinquennio passato a vivacchiare e che ha ricominciato a “costruire” solo da un anno a questa parte. Il lavoro di Gattuso resta notevole, lo si è visto anche nel secondo tempo del match giocato domenica, ma questo non placherà i “puristi”, quelli che sognano il Milan degli olandesi e non si accorgono che il quarto posto quest’anno non passerà dai “fronzoli”, semmai dai calci in culo.

Vi lasciamo con una velocissima considerazione su Barella, la risposta a chi sostiene la tesi “in Italia ci sono troppi stranieri”. Barella è italiano, fortissimo, e infatti giocherebbe anche se fosse circondato da 324324243 stranieri. La domanda è: l’anno prossimo sarà ancora una possibile preda per i club italiani o è già troppo tardi? E se è già troppo tardi, perché nessuno se l’è accaparrato quest’estate? E perché Mancini non gli infila una maglia azzurra da titolare? Rischia di bruciarsi? Uno con quella faccia lì? Suvvia…

Sullo sputazzo di Douglas Costa il discorso è molto semplice: ha sbagliato, pagherà, ma non esageriamo con la morale retorica del “che vergogna immensa!!!” che lascia il tempo che trova. Il discorso, semmai, è un altro: perché l’arbitro (del quale non ricordo il nome, né mi interessa saperlo) ha aspettato che si arrivasse a quel punto prima di tirar fuori il cartellino? Così facendo ha generato un quadruplo danno: a se stesso (ha fatto la figura di quello che “non se la sente”), alla Juve (ha regalato appigli a quelli che pensano “gli arbitri non se la sentono”), al giocatore (se lo avesse cacciato per tempo gli avrebbe evitato una figura pessima) e ovviamente a Di Francesco (si sarebbe risparmiato “la doccia”). Un arbitro di serie A, per definizione, deve avere maggior lucidità, altrimenti ci mandiamo Paperoga che è lo stesso.

Ah, ecco, ci eravamo dimenticati del Var. Il Var è morto. Forse verrà sostituito da Conte. Boh, ne parliamo qui sotto. Ciao. (Twitter: @Fbiasin).

La straordinaria e inconcepibile capacità di farci del male è prerogativa di questo nostro Bel(lissimo) paese. Se per sbaglio una cosa funziona o “sembra funzionare” tendiamo inesorabilmente a soffocarla, quasi vivessimo un complesso di Edipo distorto e pallonaro. Nel caso specifico parliamo di Var, acronimo di una roba complicatissima che noi tradurremo con il termine di uso comune “moviolone in campo”.

Il moviolone in campo ce lo siamo presi l’anno passato, siamo stati i primi. Merito del fu presidente Tavecchio, che di fronte alla possibilità di sperimentare disse: “Eccomi qui, lo porto in Italia perché sarò anche un disastro in comunicazione, ma di sicuro non sono l’ultimo degli scemi”. Così fece: noi, i tedeschi e i portoghesi siamo stati pionieri e abbiamo vissuto un anno, anche tribolato, fatto di rigori dati e poi tolti, di esclamazioni come “l’arbitro va al monitor!”, di momenti scoraggianti che “non si capisce un cazzo!”, di “quanto tempo perso” e tutta un’altra serie di lamentele “tipiche” che, però, non hanno infine distolto l’attenzione da un dato di fatto: il Var (o moviolone in campo) ha fatto benissimo al calcio (su 100 decisioni prese, 90 circa sono state azzeccate, e sono 90 decisioni che l’anno precedente sarebbero state “non azzeccate” e, insomma, trattasi del cosiddetto “grasso che cola”).

Ebbene, al termine della stagione anche i più scettici si sono convinti: il Var funziona. Gli arbitri lo hanno gestito “a modo loro” (tanto all’inizio, un po’ meno alla fine) ma anche loro hanno più o meno digerito il nuovo sistema. Siam tutti talmente soddisfatti che pensiamo cose tipo: “Che bello, siamo fuori dal Medioevo pallonaro!”. Noi italiani esclusi dal Mondiale, in particolare, ce la tiriamo molto: “Non ci siamo qualificati, ma quanto a Var possiamo dar lezione al mondo intero”. In effetti in terra russa i nostri rappresentanti spopolano e anche la rassegna trae gran giovamento da tutto l’ambaradan.

Per questioni di “apprendimento rapido” da parte degli arbitri si decide di utilizzare una tipologia di Var ridotta che definiremo “Var light”. Il Var light interviene solo in casi estremi, ridà un pizzico di quell’autonomia perduta al fischietto in campo, ma comunque ha una sua logica. E infatti al Mondiale va (quasi) tutto bene.

I capi del calcio, una manica di esperti con barbe lunghissime dispersi tra la Scozia, il Galles, l’Inghilterra e l’Irlanda (i componenti della cosiddetta IFAB, l'International Football Association Board) decidono che il Var light sarà utilizzato da tutti quanti, anche dall’Italia che invece si era abituata al Var in dosi massicce.

La cosa teoricamente non dovrebbe causare grossi problemi (al Mondiale ha funzionato bene!), solo che – torniamo all’inizio – qui siamo in Italia e in Italia ogni cambiamento diventa occasione per far sì che il furbetto di turno tragga il suo giovamento. Nel caso specifico (ormai siamo alla quarta giornata archiviata) ci siamo semplicemente accorti che la corporazione arbitrale italiana ha colto la palla al balzo per rimpossessarsi della sua ancestrale autonomia e trasformare il Var-light in un più definitivo “addio Var”.

In queste prime giornate di campionato ti dicono “tranquilli, c’è il silent check!” o “tranquilli, stanno controllando tutto” o “tranquilli, qui il Var non è intervenuto perché è giusto così”, ma la sensazione (che in certi casi sfiora la prova) è che gli arbitri abbiano deciso di dichiarare guerra alla macchina, una sorta di ribellione umanoide per difendere la propria autonomia e dare una mazzata a un modello che ci ha visto pionieri e, ora, ci ha trasformato in “assassini del sistema”.

Dopo l’anno passato a fungere da cavie, potevamo fare due cose: 1) Migliorare i difetti del Var (ce n’erano eccome) e cavalcare il fatto di essere stati i primi a testare la procedura. 2) Far finta di nulla e restituire il Var al negozio con la formula del soddisfatti o rimborsati.

Abbiamo deciso per l’opzione 2 e anche se tutti quanti vi diranno “Non è vero, non è così, è solo che il Var ora è diverso”, il dato di fatto è che oggi i giuocatori commettono falli da espulsione e nessuno dice nulla, altri toccano il pallone con la mano in area e “va bene così”, altri ancora si ritrovano ad utilizzare la tecnologia ma solo se sono proprio obbligati dall’evidenza (“dottò, il ragazzo avrebbe sputazzato in faccia al suo avversario, che facciamo? Andiamo di Var?”. “Eh, se proprio dobbiamo…”) e così via.

E niente, siamo straordinari: l’anno passato ci lamentavamo perché si perdevano persino due o tre minuti per prendere una decisione corretta, ora invece siamo tornati a non perdere più neppure un secondo (e infatti i recuperi non sono più di 6 o 7 minuti, ma di 3 o 4) per registrare però decisioni da avanspettacolo e in nome di una meravigliosa e di nuovo intoccabile “autonomia arbitrale”. Triplice fischio.


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