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Chi deve rinforzarsi di più a gennaio?
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La Giovane Italia
Editoriale

Juve: il giorno di Golovin e la mossa “in serbo”. Milan: le scelte di Fassone per l’udienza a Nyon e la mossa (in attacco) di Mirabelli. Inter: ecco i tempi di Nainggolan (per Icardi si va in “zona clausola”). E su Roma-Pastore…

19.06.2018 08:20 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 53692 volte
© foto di Alessio Alaimo

Son stato in Russia tre giorni. A Mosca. La prima cosa che ho capito appena sbarcato a Mosca è che dell’Italia del calcio se ne fottono. Pensavamo che senza di noi non ce l’avrebbero fatta e invece no, ce la fanno eccome. A Mosca era pieno di Fifa, l’organismo maximo del calcio Mondiale: c’erano tifosi di ogni continente, razza e religione, in particolare i sudamericani. Anche a loro degli italiani non fregava nulla. A un certo punto un russo si è accorto che ero in giro senza vessilli e mi fa: “Tu di dove essere?”. E io: “Italiano”. Un tempo il russo ti avrebbe risposto “Ah, Baggio! Schillaci! La Dolce Vita!”, oppure “Pizza, Mafia, mandolino, mamma!”, questo invece mi ha detto “Ventura ahahahahah!”. Ho abbozzato. Poi mi ha detto “Brunetta dei Ricchi e Poveri!” ma non ho voluto dargli soddisfazione e gli ho risposto “cosa?”. Pensavo fosse un luogo comune, ma in effetti a Mosca era tutto un proliferare di Pupo, Toto Cutugno, Ricchi e Poveri.

Tra l’altro in giro era pieno di peruviani. Ovunque. Tantissimi. Allora ne ho fermato uno: “Cazzo fate tutti qui? Siete matti?”. Mi ha detto una cosa tipo: “Bello di zio, noi non siamo al Mondiale dal 1982, non ce lo saremmo perso per niente al mondo”. Ho provato molta invidia. Tutti i tifosi si volevano molto bene tra di loro: si abbracciavano, facevano i cori. Solo i messicani facevano un po’ i ganassa e suonavano le chitarrine in gruppi piuttosto isolati. Facevano il semicerchio nelle piazze e giù a suonare. A uno gliel’ho chiesto: “Ma perché fate il semicerchio?”. Mi ha detto: “Italiano? No Alpitour? Ahi ahi ahi”. Sì, insomma, appena scoprivano “l’italianità” ti prendevano per il culo. Tutti. Anche quelli di Panama che, voglio dire, hai i tuoi problemi anche tu. Gli svedesi invece ti dicevano “scusa Italia”, ma lo vedevi che ridevano sotto i baffi. Hanno fatto bene, del resto è solo colpa nostra.

Comunque è stato bello a Mosca. C’era la vodka. Ho provato il caviale. Il caviale è una roba che fa tanta scena ma è come un paté d’olive, solo che costa 3000 euro al chilo. La mia guida mi ha portato ad assaggiarlo. Gli ho detto: “Buono, ma preferisco il paté d’olive che vendono al mercato di Papiniano”. Mi ha detto una cosa in russo che non ho capito bene, ma che traduco sulla fiducia in “non capisci un cazzo e non sei neanche qualificato ai Mondiali. Torna al mercato di Papiniano pezzente”. Fuori dal posto del caviale era pieno di Fifa, e infatti c’erano tifosi di tutto il mondo attorno alle vetrine. Alla Fifa piace il caviale.

Il giorno dopo siamo andati a vedere Russia-Arabia. La cosa bella di Russia-Arabia è stata Robbie Williams. La cosa brutta di Russia-Arabia è stata Russia-Arabia. Nell’Arabia io e te cinque minuti possiamo giocarli, fidati. La differenza tra “io e te” e i giocatori arabi è che loro anche se perdono se ne fottono perché sono molto ricchi. Li ho osservati dopo il 5-0, se la ridevano bei sereni, come se avessero appuntamenti serali con la Fifa. E in effetti Infantino durante la partita parlava fitto col Principe arabo. Chissà cosa si sono detti.

E niente, lo so che non è molto, ma questo è tutto.

Nei tre giorni a Mosca non ho sentito parlare di mercato e in effetti sarebbe stato curioso sentire uno di Panama che dice a un altro “Ma secondo te Anibal Godoy va a giocare in Nicaragua o resta al Tupile? Ho sentito di un interessamento del La Chorrera”. No, il mercato agli stranieri interessa poco, ma a noi sì, anche perché c’è rimasto solo quello, o quasi.

Nella mattinata di ieri deflagra la bomba: “Suning vende l’Inter”. L’Inter, contattata, si fa una risata, ma ormai la granata è lanciata e se non smentisci “allora confermi!” e se invece smentisci “la smentita vale come una conferma!”. Non ci sono più regole nel mondo dell’informazione: io dico la mia, tu la rilanci o la contesti, in un modo o nell’altro occupiamo spazio e tempo e abbiamo fatto la giornata. Domani troveremo altro da dire e se poi per caso l’azzecchiamo beh, allora ci è andata benissimo. No, Suning non ha intenzione di vendere e, al limite, l’unica certezza è che ha le mani “più legate rispetto a quel che vorrebbe”, in relazione al suo ruolo nel governo cinese. “Ruolo nel governo” significa attenzione alle spese, specie quelle su estero e relative al calcio. Ma questo non sposta di una virgola la volontà di Zhang di portare avanti il suo progetto, fatto di “un passo per volta”, anche se molti vorrebbero il “tutto e subito”.

Il mercato? Da oggi al 30 giugno gli sforzi saranno rivolti alla solita “questione Uefa”, ovvero i famosi 40 milioni (che per qualcuno sono 30 e per altri 343432423) di plusvalenze da mettere insieme e bla bla bla. Per Nainggolan la trattativa è viva ma ancora lunga: il giocatore ha scelto e vuole l’Inter, ma i club devono ancora trovare un accordo economico. Per lo stesso motivo (priorità all’Uefa) da qui al 30 non è previsto un incontro tra club ed entourage di Icardi per trattare il famoso “rinnovo”; a questo punto si entrerà nelle famose due settimane di “finestra” in cui è esercitabile la clausola da 110 milioni. Molti si agiteranno e diranno cose come “oddio, sta per finire il mondo!!!”: preparatevi.

Ma oggi è il giorno del Milan, o meglio quello della famosa udienza davanti alla Camera giudicante dell’Uefa, chiamata a decidere le sanzioni per il club in merito al mancato accordo tra le parti (settlement agreement). A Nyon sono presenti l’ad Marco Fassone, la Cfo Valentina Montanari, l’avvocato Roberto Cappelli, l’avvocato Umberto Lago (tra i fondatori del Financial Fair Play), l’avvocato Andrea Aiello, il responsabile della comunicazione Fabio Guadagnini. Il Milan non parlerà della questione “socio di minoranza” e i giudici potrebbero annunciare il verdetto nel giro di 48-72 ore. Come noto si teme la famosa esclusione dalle coppe: nel caso il club valuterebbe le motivazioni per capire se è percorribile il ricorso al Tas di Losanna.

In parallelo Mirabelli e Gattuso lavorano per dare solidità alla squadra. Vi diciamo quel che sappiamo (è giusto precisarlo, perché ultimamente va molto di moda dire anche quel che non si sa): il Milan vuole rinforzare la sua rosa con pochi, esperti, innesti. Il portiere l’ha preso, il guaio è che ora ne ha uno di troppo. Il nodo è proprio Donnarumma: la cessione alle cifre che pretende la dirigenza del Diavolo (50-60 milioni) è complicata, Raiola non si fa strategicamente sentire e senza il grano di Gigione è difficile impostare qualunque trattativa.

Prendete l’attaccante: Mirabelli ha la disponibilità di Morata. Badate bene, questo non significa “Morata giocherà nel Milan”, ma “Morata è disposto ad ascoltare il Milan” (in ogni caso non è poco). Il Milan, però, al momento non può fare nulla: non conosce il suo destino europeo e deve muovere almeno una pedina in uscita (il “solito” Donnarumma o chi per lui). Mirabelli ha preso tempo con lo spagnolo, ma non potrà “resistere” ancora per molto.

Il resto tocca a Gattuso: il tecnico sa perfettamente di avere a disposizione una squadra di giocatori giovani e volonterosi, ma allo stesso tempo è consapevole che tre tasselli sono necessari per garantire una media punti come quella che ha saputo mettere insieme da quando si è seduto in panchina. La società glieli ha garantiti, ma ora la priorità è rivolta alla famosa “sentenza”.

E la Juve? Incontra il Cska per Golovin e alza la sua offerta: l’ottimismo abbonda. “Curiosamente” più complicata la faccenda Milinkovic-Savic: l’affondo con la Lazio verrà portato più avanti, Lotito aumenta la valutazione del suo giocatore di 5 milioni al giorno, ma siamo a giugno ed è il classico “gioco delle parti”. Il dato di fatto è che i bianconeri sanno di avere le risorse per tentare il “colpo grosso”, soprattutto se il Barcellona avanzerà un’offerta ufficiale per Pjanic. Tempo al tempo, insomma.

Postilla sulla Roma e Pastore: il giocatore interessa, ma al momento non ci sono contatti significativi con l’agente dell’argentino.

Chiudiamo con Messi, passato in una settimana dall’essere “il più forte di sempre” a “bah, sopravvalutato…”. A volte siamo meravigliosi (Twitter: @FBiasin).

Da Esquire:

Stanno rompendo l’anima a Messi.

A Messi.

Non a, che ne so, a Tagliafico o Meza, a Messi.

Gli stanno dicendo “eh, Messi Messi, sopravvalutato Messi”, ma anche “Messi? Come si fa a paragonarlo a Ronaldo? Dai…”.

Stanno rompendo l’anima a Messi, lo stanno facendo tutti: tifosi, commentatori, amici e nemici. E un po’ come la folla che di fronte alla domanda pilatesca (“volete libero Gesù o Barabba?”) condanna l’Illuminato perché… Già, perché?

Stanno massacrando Messi: titolisti, giornalisti, tuttologisti. Gli stanno spiegando come deve giocare (“deve evitare di venire troppo indietro!”, “deve appoggiarsi di più!”, deve!, deve!, deve!). Cioè, avete capito: stanno dicendo a Messi cosa deve fare col pallone tra i piedi, che è come andare da Piero Angela e dirgli “ti spiego io gli Achei”. A Piero Angela. Gli Achei. E a Messi. Il calcio.

E veniamo al punto. Leo Messi ha sbagliato una partita. Una partita importante, ma pur sempre di 90 minuti si tratta. Due gare di fila non le sbaglia dal 1987, anno di nascita. L’altro giorno aveva lo sguardo incazzato, Messi, e probabilmente sta soffrendo davvero: sente il peso dell’Argentina “che deve vincere il Mondiale”, quello dei compagni che non sono propriamente Iniesta e Suarez, quello di un ct che fa la formazione tirando i dadi, quello di Maradona che, oh, gli vogliamo tutti bene, ma quanto a “pesantezza” è peggio di una suocera sotto acido. “E ve lo dico io come si deve fare (…) E Messi deve stare tranquillo (…) E nel 1986 vincemmo così (…) E il popolo argentino si aspetta questo e quello” e tutta un’altra serie di rotture di maroni che vorresti dirgli “fai il bravo Diego, non vedi che così peggiori le cose?”. Ma non si può, molto meglio prendersela con Messi. Cioè, Messi, il vincitore di 343243 Liga, 478324 Champions, mezza tonnellata di Palloni d’Oro e altre quintalate di titoli assortiti.

Gli dicono che non regge il confronto con Ronaldo. Con Ronaldo. E voi capite che uno non può credere a una cosa del genere, perché i due fenomeni si sfidano in Spagna dal 2009, e una volta vince uno, una volta vince l’altro, ma di sicuro non si soffrono, al limite si sfidano ed esaltano a vicenda.

E allora, forse, la verità è che ci piace puntare il dritto contro di lui perché fa “scena” molto più di Sampaoli, della federazione argentina, dei suoi compagni di Nazionale. Per dire, il ct: sceglie di puntare su moduli avveniristici che onestamente non sappiamo neppure spiegarvi e li lascia interpretare a giocatori che, sì, beh, saranno anche bravi, ma non al punto da costringere alla panchina Higuain e Dybala o all’isolamento Icardi. Che poi il problema dell’Albiceleste non è certo l’attacco, semmai la difesa, o magari pure il centrocampo, ma non certo Messi, uno dei tre giocatori più importanti della storia del calcio e forse il più importante in assoluto (ha ancora qualche anno per dimostrarlo a differenza degli altri, “suocera” compresa).

“Eh, ma non ha vinto il Mondiale” e “Ronaldo è un’altra cosa” e “in fondo lontano da Barcellona non lo abbiamo mai visto…” e tutta un’altra serie di considerazioni da 5 Ave Maria e 7 Padre Nostro che sarebbe il caso di registrare in attesa di vedere “cosa accadrà”. L’Argentina di Messi giovedì affronta la Croazia e certo non sarà semplice. Messi dovrà giocoforza fare “Messi” e questo è ovvio. Tutti hanno il diritto di dire tutto è anche questo è stra-legittimo, ma attenti a non esagerare, a dare “consigli di vita” o a rompere l’anima a uno dei pochi esseri umani che da un decennio non “gioca a calcio” ma “è il calcio”: sai mai che alla fine, lui che per i più ora è “capra!”, finisca per far fare a tutti quanti la figura dei caproni.


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