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Editoriale

Juve: il messaggio di Allegri e la firma “segreta”. Inter: una Kara spallata agli autolesionisti (e le voci dalla Cina...). Milan: il fallimento di chi tifa fallimento. Napoli: che musica l'orchestra Sarri, ma occhio al bivio.

13.02.2018 08:26 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 47203 volte
© foto di Alessio Alaimo

Ciao, sono reduce da Sanremo. Non c’ero mai stato. A Sanremo c’è l’Altra Sanremo. L’Altra Sanremo non si vede in televisione, altrimenti tutti direbbero “minchia! Altro che Sanremo!”. L’Altra Sanremo è un delirio di cene alle 2 del mattino, feste alle 3 e “festini” fino all’alba.

C’è la stanza “segreta” nei sotterranei dell’Ariston dove alcuni dj assai famosi diffondono musica un filo diversa da quella degli Avion Travel: vanno avanti fino alle 6, ma per essere ammesso nelle “segrete” devi come minimo essere figlio di un qualche ministro o sottosegretario. Ho provato ad entrare (Io: “Posso entrare?”. Buttafuori: “Sei figlio di un ministro? Di un cardinale?”. Io: “Ma i cardinali hanno figli?”. Buttafuori: “Nessuno ha detto che sarebbe stato facile entrare”).

C’è la corsa all’accredito per le feste degli sponsor. La caratteristica delle feste degli sponsor è che hanno “l’open bar” (bevi finché vuoi e fino a quando te lo dice la tua coscienza). Ho provato ad entrare (Io: “Posso entrare?”. Buttafuori: “Hai l’accredito?”. Io: “Mmmmm, Lista Baglioni?”. Buttafuori: “No”. Io: “Lista Vessicchio?”. Buttafuori: “No”. Io: “Lista Poppoppoppo’?”. Buttafuori: “Entra”).

C’è la sfida alla prenotazione al ristorante giusto “in piazzetta”. L’obiettivo ovviamente non è mangiare, ma conquistare il tavolo in vetrina con la gente che passa e dice “chi cazzo è quello?”, “boh, però è in vetrina”. Ho provato ad entrare (Io: “Avete un tavolo?”. Ristoratore: “A che nome ha prenotato?”. Io: “Mmmmmm Baglioni?”. Ristoratore: “Non risulta nessun Baglioni. Chi sei?”. Io: “Mmmmm un cugino di Diodato”. Ristoratore ad alta voce: “Un tavolo in zona cesso per il cugino di Diodato!”. Buttalo via…).

Ci sono i sosia dei cantanti, un grande classico. In particolare il finto Pavarotti. Si aggira attorno all’Ariston da circa 321 anni. Lui ti guarda. Tu lo guardi. Lui ti guarda. Tu lo guardi. Lui ti dice: “Sono Pavarotti”. E tu: “Minchione, il Maestro ci ha lasciato nel 2007, ti consiglio di riciclarti come Cannavacciulo, può funzionare”. E lui, improvvisando con un acuto: “Manca di saaaaaaaaleeeeee!”. Praticamente l’ibrido Pavaracciuolo).

Ci sono quelli che con la scusa del Festival (“lo adoro!”) lasciano la moglie a casa, vengono a Sanremo e poi passano una settimana al Casinò a sputtanarsi la pensione. Li riconosci perché quando si sono giocati anche la mutanda ti guardano e recitano la parte: “Sa com’è, già che son qui per il Festival, ho fatto una capatina…”. Tu, infame: “Ah sì? Per lei chi vince?”. E loro, ignari: “Potrebbe essere finalmente l’anno di Cutugno”.

Ma poi il Festival è finito. E siamo tornati a parlare di calcio.

(Di Inter, per dire).

Ci sono stati i fischi per Brozovic, perché ha la faccia come il mulo e l’atteggiamento scostante, poi i mormorii per Perisic che non segna più come all’inizio, quelli per Gagliardini perché entra lui e a momenti il Bologna pareggia, quelli per Miranda “che è bollito”, per Borja Valero “che è stracotto”, per Eder che è una pippa! (anzi no, dopo gli ultimi 2 gol non lo dice più nessuno), per Spalletti che sbaglia la formazione, per Sabatini e Ausilio che hanno “affittato” a zero “uno rotto” (Rafinha) e “uno sconosciuto” (Lisandro Lopez), per la giacca di Icardi e “un’altra stagione andata a puttane!”. Totale: momentaneo 3° posto che invita i disfattisti a conservare la rabbia per i futuri fallimenti, anche solo perché incazzarsi ora non ha davvero senso e sa molto di autolesionismo.

Molto meglio riflettere su un’Inter che ha ancora tanti problemi, è vero, ma anche qualcosa (qualcuno) a cui appigliarsi. Rafinha, Karamoh e Cancelo sono i volti nuovi di questa seconda parte di stagione. Hanno piedi buoni e, a differenza di altri, nessuna paura di “rischiare”. All’Inter restano 14 partite, ci sono i reduci da infortuni “con il fiato corto” e c’è il giovane che però rischia di “esagerare”. Fa nulla: la volata è partita, è giusto che scenda in campo chi ha voglia di scommettere su se stesso.

Ps. Ci spiegano che la Cina blocca le uscite per le spese relative al calcio e, quindi, niente mercato anche nel 2018. La questione è differente: se anche in Cina dicessero "fate il cazzo che vi pare" poco cambierebbe. L'Inter (come tutte le altre) può spendere a seconda della "sua salute". E, quella, con Pechino non c'entra nulla.

(Di Napoli, per dire)

Il secondo tempo del Napoli dell’altro giorno è stato banalizzato da molti con la frase “La Lazio si è auto-condannata”. E potremmo anche pensarla così se non fosse che, da ormai un anno e mezzo, gli azzurri mantengono praticamente sempre lo stesso standard di gioco. Un livello decisamente non banale, tra l’altro, e che oggi si somma a una resistenza psicologica fondamentale. Il Napoli vince senza problemi quando va in vantaggio e, al contrario, si incazza se finisce sotto. Con quella di sabato sono ben sette le rimonte degli uomini di Sarri, chiamati ora a prendere una decisione: “Quanto ce ne frega dell’Europa League?”. La risposta, a guardar bene, sta nel fatto stesso che si debba porre una simile domanda: poco niente. È bello da dire? No, non lo è. È “giusto”? Per combattere contro questa Juve e non avere rimpianti sì, lo è (poi attenzione: il rischio che questo Napoli passi il turno “a sua insaputa” è elevatissimo).

(Di Juve, per dire).

La Juve no, non rinuncia a nulla. Non lo fa per mentalità e dopo anni di risultati se lo può anche permettere. Ma, attenzione: stasera i bianconeri sfidano una squadra decisamente non banale, magari meno blasonata di altre, ma per questo ancora più insidiosa. Nessun tesserato di Allegri prenderà la sfida al Tottenham sottogamba, ma il tecnico continua a insistere sulla questione “stiamo attenti” perché ben conosce i suoi polli: in caso di passaggio del turno, tutti daranno la cosa per scontata, viceversa si apriranno processi devastanti (e decisamente pretestuosi) attorno al tecnico “incapace di vincere la Champions”. Quello di Allegri è un “avviso ai naviganti”, ma lo stesso Max sa perfettamente di essere “condannato all’Euro successo”.

Ps. Gli “amici degli amici degli amici” riferiscono che Buffon abbia già firmato il suo contratto annuale. Siccome si tratta di “amici degli amici degli amici” prendetela per quello che è, un’indiscrezione, sappiate solo che si tratta degli stessi “amici degli amici degli amici” che il 22 luglio 2016 mi dissero “Marotta è a Madrid per chiudere con Higuain”. E così fu.

(Di Milan, per dire)

Lo so che lo scriviamo tutte le settimane, ma ci teniamo assai: ci dite perché nessuno parla più del “truffatore” Li? Ma non stava andando tutto a puttane? Non era questione di giorni? E la Procura? Non c’era il procedimento aperto? E, invece, tutto finito. Stop. Non se ne parla più. Guarda caso il “silenzio” sul presidente del Milan combacia con la sfilza di risultati positivi griffati Gattuso. Ormai è tutto talmente prevedibile che ci mettiamo la firma: al primo inciampo dei rossoneri le voci di “morte nera e imminente” torneranno secondo l’assunto “fango chiama fango che a sua volta chiama clic” che poi vale anche all’opposto (“miele chiama miele che a sua volta chiama clic”). La breve e francamente inutile lezioncina di comunicazione sapete a cosa serve? A niente, ma certifica il buon momento del Diavolo. Gattuso lavora bene, in silenzio, e toglie ossigeno a chi ogni giorno vuole trovare una questione, un problema, qualcosa da dire.

Fine. Vi racconto l’incontro con “la vecchia” (Twitter: @FBiasin).

Mercoledì notte eravamo al bar. In due. Nella hall di un albergo di Sanremo. Erano già le quattro del mattino. “Ci facciamo un amaro della staffa?”. Ce lo facciamo. Io e l’amico mio ci sediamo sulle poltroncine come dei finti ricchi. Al nostro fianco arriva una coppia curiosa. Lui sulla quarantina abbondante, lei simile alla vecchia del Titanic. La guardiamo. È la signora de Lo Stato Sociale. Ordina un cappuccio. Attacchiamo bottone. Ci racconta di lei e del marito, del fatto che abbia deciso di iniziare a ballare dopo la morte “di lui”. A 69 anni. Parla un inglese stretto. Capiamo quasi un cazzo. Ci racconta di quanto le piace Sanremo, del fatto che non c’era mai stata. Le diciamo “Signò, sono le 4.30, tra una manciata di ore lei deve svolazzare sul palco”. Se ne fotte, beve il cappuccio. Racconta. E il suo ballerino, Nico, le tiene la mano. Questo è il finale più inutile di Tmw mai scritto, ma è solo per dire che a un certo punto è andata a dormire. Erano le 4.45. E noi siamo usciti. E fuori c’era il finto Pavarotti che cantava “Passame er sale”. Praticamente l’ibrido Pavarossa. Straordinario.


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