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Editoriale

Juve: il segreto delle "non-lacrime" di Allegri. Milan: l'allarme cinese... e occhio a maggio! Inter: è ora di giocare al gioco del silenzio. Napoli: il diritto di Sarri a fare come crede

20.02.2018 07:40 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 44919 volte
© foto di Alessio Alaimo

Ciao. Quando arriva il momento di compilare questo editoriale faccio un giro sui siti per cercare ispirazione ed evitare di scrivere cose come “prima o poi bisogna affrontarle tutte” o “lo scudetto si decide a primavera” o “la politica è tutto un magna-magna”. A volte i siti ti danno una mano, a volte no. Oggi no. E, quindi, volevo dirvi che secondo me la politica è tutta un magna-magna, lo scudetto si deciderà a primavera e in ogni caso prima o poi bisogna affrontarle tutte.

Tra le altre cose, ho letto della pattinatrice francese Gabriella Papadakis che ha fatto molto parlare di sé perché durante la sua esibizione alle Olimpiadi le è uscita per un attimo una zinna dal costumino. La cosa in sé dovrebbe avere la consistenza di un rutto nel Sahara, ma ovunque è stata trattata come un caso incredibile e “Olimpiade hot!” o “Che scandalo in Corea!”. Il tutto per una zinna. C’è chi sulla questione ci ha scritto degli editoriali – io, per esempio – e comunque la politica italiana è tutto un magna-magna.

Questa cosa del mondo indignato per la pattinatrice con la zinna di fuori mi ha fatto pensare a quanto siamo stronzi. Cioè, noi e i nostri figli ci facciamo i pippardoni su youporn, guardiamo l’Isola dei Famosi per vedere le tinozze della Cipriani e poi diciamo “che vergogna la francese a cui è uscita una zinna!”. Insomma, ci prendiamo per il culo da soli ma, ormai, non ce ne rendiamo neppure conto o, comunque, facciamo finta di niente.

Per dire, non so voi, ma io ho visto un video di Salvini Matteo che invita la gente a mettere like su Facebook per vincere il concorso “Vinci Salvini” e bere il caffè con lui. Pensavo fosse l’ennesima invenzione degli Autogol e, invece, era vero. Poi ho visto una replica di Verissimo con tale Gemma che è una signora di una certa età del programma “Uomini e Donne” che racconta tra gli applausi dell’amore che prova per un certo Giorgio, ma nel frattempo se la fa con tale Armando e prova simpatia anche per Piero, Guidobaldo, Carlo Alberto e Daitarn 3, anche se “il cuore batte per Giorgio”. Sullo sfondo le immagini di questo tizio, Giorgio, che fa il gagà con diverse milf e la gente che applaude come se fosse tutto vero. Io mi domando: dove cazzo sono i nipoti di tutti questi signori? Anzi, mi domando: dove sono gli assistenti sociali? Anzi, mi domando: dove sono le bocciofile? Anzi, mi domando: dov’è lo Stato quando serve? Ma la risposta è che la politica è tutta un magna-magna e, quindi, mi taccio.
Riflettevo su questa cosa di Gemma e Giorgio e sulla giornata con Salvini, sul fatto che sembra tutto normale, persino fare un giro su twitter e leggere 43435645454353 cinguettii contro Zanetti perché si è magnato un gelato e siccome l’Inter fa schifo allora “che cazzo ti mangi il gelato? #zanettiout”. Mi sono accorto che tutti hanno soluzioni e sanno tutto e si indignano.
L’“indignazione” un tempo era motivata da qualcosa, oggi è il solo motivo per cui si accede al social network. Se non sei indignato è inutile che accedi al social network, perché dei tuoi pensieri non gliene fregherà niente a nessuno. “Che bella giornata di sole! Buona giornata a tutti!” (zero cuoricini). “Cazzo mangi il gelatino! Fallito! #zanettiout” (3424 cuoricini). “Minchia la testata di Chiellini a Belotti! Maledetto impunito!” (8567 cuoricini). “Oggi ho mangiato la pizza buona con i pomodori pachino e la bufala. Yummm” (zero cuoricini). “Cinesi schifo! Tornate al vostro Paese!” (342323 cuoricini, perché con i cinesi non è razzismo). “La politica è tutta un magna-magna!!!” (infarti di cuoricini). Se ti indigni, vinci. E allora indignamoci. Sempre.

Ci indignamo con l’Inter. Perché è una società allo sbando. Perché è colpa del tecnico. Anzi no, dei giocatori. Anzi no, dei dirigenti. Anzi no, della “talpa”. Anzi no, di chi mangia il gelatino. Oh, ci fosse uno che dice “è colpa mia” o “è colpa dell’Inter”. No, l’Inter viene trattata non come “cosa unica”, semmai come insieme di giocatori e faccendieri che sbagliano ognun per sé. E allora si parla di proprietà “lontana”, che però era lontana anche il giorno del 5-0 al Chievo, con la squadra che in campo aveva la bava alla bocca, l’allenatore che “è il nuovo Mou”, i dirigenti “bravi a scegliere i giocatori giusti senza buttar via soldi, mica come il Milan”, i cinesi “programmatori” e la squadra che “non può nascondersi, per lo scudetto c’è anche lei!”. Ora no, sono tutti stronzi. E chi diceva “l’Inter per lo scudetto c’è” ora dice “l’avevo detto che i cinesi non programmano, che i giocatori sono deboli, che Spalletti è sempre il solito, che Ausilio non ne azzecca una e Sabatini fuma troppo”. Tutti abbiamo sempre ragione: nel bene e nel male. Tutti abbiamo la soluzione. E la soluzione di solito è sempre la solita: “Via tutti questi, dentro tutti quegli altri”. Perché, da che mondo e mondo, “gli altri” sono sempre quelli giusti. Mai che si ragioni sul presente, sul fatto che quelli che erano “da scudetto” e ora “fanno ridere”, devono a tutti i costi trovare un modo per raggiungere il quarto posto, altrimenti sarà fallimento sportivo. No, non interessa a nessuno cercare una soluzione, non ci si domanda perché tre mesi fa “quelli lì” osavano, ci credevano, facevano godere i loro tifosi e ora sembrano degli smidollati. La soluzione, oggi, non si chiama “processo pubblico”, semmai “lavoro e silenzio”. Lo si deve pretendere da tutti: “Lavoro e silenzio”, una pratica fuorimoda che, a volte, è l’unica soluzione.

Ci si indigna anche con il Milan, che viaggia come una lippa in questo 2018, ma ha “il problema cinese”. Il “problema cinese” appena riemerso mi porta a dover fare due considerazioni (tranquilli, sarò breve).
1) La mia teoria su “quando vinci i media non ti rompono i coglioni” ha subito una clamorosa spallata, figlia dell’inchiesta del Corriere. Tutto ciò mi rende molto triste (tenevo molto alla mia teoria).
2) Il “problema cinese” ha infine rotto le balle.

Chi parla del problema cinese ogni volta che salta fuori un nuovo aggiornamento dice “ecco, hai visto? Io l’avevo detto!”. Poi gli chiedi: “Mi spieghi qual è il problema cinese e qual è la tua teoria?”. E a quel punto non entra nel merito. Proviamo a farlo noi per la 3432423esima volta, ben sapendo che non siamo portatori di verità assoluta, ma neppure spargitori di terrore (“Falliranno tutti!”).
Il Milan non è di Mister Li, o meglio, lo è, ma solo in qualità di collettore di capitali altrui. Se i soldi fossero tutti suoi, staremmo parlando di un imprenditore con un patrimonio di circa 650 milioni che decide di investire un miliardo (che non ha) sperando di fare un affare con il calcio.
Se così fosse, non saremmo di fronte né a un farabutto e neppure a un benefattore, saremmo di fronte a un cretino che dopo aver accumulato in tutta la sua vita qualche centinaio di milioni, ha scelto di fare un salto nel vuoto, investendo nel “dorato” mondo del calcio italiano.
Vi sembra tutto ciò possibile? Datevi una risposta in tutta coscienza.
Mi domando e vi domando: è così difficile credere che Li sia un tizio certamente interessato alla speculazione che ha scelto di mettere insieme imprenditori molto più facoltosi di lui per chiudere un affare a suo modo vantaggioso? E, soprattutto, è così difficile credere che i cinesi scelgano di non spiegarci tutto per filo e per segno non perché portatori-insani di misteri indicibili ma, forse, perché a loro di raccontarci le loro cose non gliene fotte una cippa? Possibile che non riusciamo a rassegnarci al fatto che, ahinoi, noialtri italiani non siamo il centro del mondo, ma una briciola di pane sulla tovaglia di Poldo il mangia-panini? Tra tacere la questione cinese per mancanza di informazioni e dire “c’è del marcio” perché “Li non ha i soldi e non ci spiega”, forse, è meglio scegliere la via del silenzio.
Ps/1 Se incrociate uno che vi dice "grande Gattuso, io lo sapevo", vi dice una balla: in nove casi su dieci "non lo sapeva". Era tutto un pissi-pissi su "ma si può mettere Gattuso in panchina? Passi la grinta, ma finirà malissimo...". Ecco, Ringhio si è preso una bella rivincita.
Ps/2. Si lavora per ricapitalizzare il debito con il fondo Elliot. La società è ottimista sulla possibilità di chiudere il capitolo entro maggio e prima di sedersi al tavolo dell'Uefa ad aprile (tema "settlement agreement") con le garanzie necessarie.
Non ci si indigna, invece, osservando la corsa scudetto. La differenza tra Napoli e Juventus (in rigoroso ordine di classifica) non c'è, nel senso che una vince e quell'altra pure. La differenza tra le due regine della serie A è tutta in quel punto che, però, con uno scontro diretto ancora da giocare marca un solco troppo piccolo per essere anche lontanamente definitivo.
La differenza tra le due regine sta nell'atteggiamento del Napoli che fa di tutto per uscire dall'Europa (e potete scommetterci, ci riuscirà) e della Juve che fa tutto il possibile per restarci (ma forse non ci riuscirà).
La differenza è in due tecnici entrambi bravi, ma all'opposto: il primo è sempre incazzato, lo è persino oltre la logica, e forse un po' ci gioca perché se non lo fosse (incazzato) probabilmente non riuscirebbe a rendere (lui) e a far rendere (i suoi giocatori). Il secondo, invece, è "programmato": sa cosa deve fare e come lo deve fare e se per caso inciampa lungo il cammino (vedi euro-pareggio con il Tottenaham) trova sempre il modo di rendere il match successivo un'occasione di riscatto e di "non ci avete fatto niente" (semicit. sanremese).
La differenza tra Napoli e Juventus la vedi nel modo di comunicare: e allora Sarri parla poco ma quasi sempre per "colpire" e invece Allegri parla sempre e quasi mai coinvolge "terzi".
(Riflessione estemporanea. Qui, signori, rischiamo di trovarci di fronte a una seconda in classifica capace di sfiorare quota 100 punti: questo scudetto rischia di far più "male a chi lo perderà" che "bene a chi lo vincerà").
La differenza tra campani e piemontesi, infine, non c'è: sono entrambi famelici Gollum alla ricerca dell'Anello, sono un duetto di Baglioni sulle note di una canzone senza fine. La sensazione, crescente, è che la prima stecca sarà quella decisiva.

Ps. A tal proposito si organizzano fin da oggi preghiere collettive per il "futuro" arbitro di Juventus-Napoli del prossimo 22 aprile: "comunque vada, sarà dismesso" (altra semicit. sanremese).

La chiusura è dedicata a al mio sabato sera: una serata di merda, a guardar bene (Twitter: @FBiasin).

Ciao. Tifo l'Inter. Nel calcio. E Cantù. Nel basket.
(E voi giustamente direte: "E sticazzi?").
Tifo Cantù perché mio fratello era buon amico di Angelo Gilardi, vecchia stella anni '80-'90.
(E voi giustamente direte: "E sticazzi?").
Fatto sta che sono andato a vedere le finali eight di Coppa Italia di basket. E c'era Cantù. Che venerdì ha vinto il suo quarto di finale. Contro Milano, strafavorita.
E un po' ero in ansia perché in contemporanea con la semifinale (avversaria Brescia) c'era Genoa-Inter, e io ci tenevo molto a Genoa-Inter.
PARTITA DOPPIA
Mi presento al "Mandela Forum".
Sono le 20.20. C'è un bel casino.
I giocatori si scaldano sul parquet. Salutano tutti, anche me che sono l'ultimo degli stronzi.
(In contemporanea mi collego tramite iPad con il Ferraris. Nessuno saluta nessuno, ma gli spazi e gli interessi sono diversi e ci può anche stare).
Inizia la partita, Brescia va avanti, Cantù fatica ma resta attaccato al culo della Leonessa: da una parte e dall'altra ci mettono l'anima, le tifoserie sono stra-gasate.
(Guardo l'ipad. Più o meno a Genova non succede un cazzo).
Cantù è in affanno, la rosa che a inizio stagione faticava persino a incassare gli stipendi, è ridotta ai minimi termini: ci sono gli infortunati, ci sono le contingenze. Il coach che un tempo era "vice", ora è titolare, e non si capisce neanche come abbia fatto ma è bravo, ha creato un "gruppo". E Cantù regge. Resta in scia alla favorita Brescia.
(Guardo l'ipad. Più o meno a Genova non succede un cazzo).
Cantù inizia a faticare. L'americano Thomas, stella dei quarti, ha male alla caviglia da oltre 24 ore, zoppica. Il play Smith, funambolo dalla mano calda, si carica di falli. Brescia è forte e a fine primo tempo azzecca un paio di giocate di quelle che ti tirano la mazzata. La Leonessa allunga e pensi "qui finisce male".
(Guardo l'ipad. Handanovic sbaglia. La difesa dell'Inter sbaglia. Ranocchia ha la "iella inside" e la butta dentro alla sua porta: 1-0 per il Genoa).
Secondo tempo.
Cantù lo vedi che è affaticata. Brescia allunga. Va anche a +10. E tu pensi: "È finita dai, non recuperereranno mai".
(Guardo l'ipad. L'Inter non funziona, ma dentro di te ti aggrappi al fantomatico blasone: "In qualche modo pareggeremo, siamo l'Inter porca troia!").
Cantù è dietro. Il tempo stringe. La curva canta, ma è più che altro lo stato mentale di chi vuole bene ai suoi a prescindere. Perché li conosce. E sa che comunque stanno dando il massimo.
(Guardo l'ipad. Pandev, eroe del triplete, approfitta della sonnolenza altrui. Fa 2-0 e non sa neppure perché. I tifosi dell'Inter ce la mettono tutta, ma sanno che devono fare i conti con un gruppo che non è in grado di reagire, vittima delle sue stesse paure. Che ci sono. E vai a sapere perché).
Signori, a Firenze succede questo: Cantù non ha intenzione di levarsi dai coglioni. Sa che quello è il suo destino, ma contro i destino puoi quantomeno lottare. Devi solo volerlo. Il -10 si trasforma in pareggio. Si va al supplementare. E pazienza se uno è zoppo. E pazienza se l'altro è uscito per 5 falli. E pazienza se in campo ci sono le riserve delle riserve. Si combatte. E la curva canta: "La gente come noi non muore mai!".
(Guardo l'ipad. A Genova è già finita. Anzi, non è mai iniziata. I tifosi vorrebbero essere al posto di chi c'è in campo perché loro, quantomeno, si farebbero venire il cimurro prima di alzare bandiera bianca. Sul prato, invece, c'è solo "questo che saluta quell'altro". C'è una squadra, ex-gloriosa, che torna a casa sommersa da fischi tremendamente meritati).
Al "Mandela" di Firenze si combatte. C'è il supplementare. E tu ci credi, ma lo capisci che finirà male, perché le favole te le raccontava nonna qualche anno fa, ma difficilmente si concretizzano nel reale. Brescia allunga, Cantù tenta di resistere con tutto quello che le è rimasto, ovvero molto poco. "L'importante è non tornare a casa con il rimpianto di non aver dato tutto!", urla un dirigente in giacca e cravatta. Serve a poco: vince Brescia. Se lo merita. E va in finale.
(Guardo Twitter. I tifosi nerazzurri sono legittimamente incazzati come bisce. L'Inter della crisi, dei presunti problemi di spogliatoio, dei post sui social network, del tecnico furibondo con i giornalisti e i dirigenti spioni, l'Inter che "è un momento difficile" ha, infine, rotto il cazzo a tutti. Avete i problemi? Risolveteli porca troia, ma risparmiateci questo strazio).
Al "Mandela", Brescia festeggia con il suo pubblico straordinario. Dall'altra parte, lo stesso. Uno a uno i giocatori di Cantù vanno sotto la curva. C'è un tifo dannato. Ogni singolo tifoso sceso a Firenze dalla Brianza sa di non aver perso tempo, perché ha consegnato il suo sabato pre-festivo nelle mani di ragazzi coraggiosi. Gente che è in Italia da meno di sei mesi, girovaghi del basket che, però, hanno scelto di anteporre l'interesse comune a quello personale.
L'anno prossimo, probabilmente, saranno a caccia di un nuovo ingaggio, ognuno in qualche parte nel mondo, ma oggi sono canturini nel dna, hanno i trucioli di qualche mobilificio nel sangue: lo dice il loro volto, lo testimonia il sudore fetente.
Il coach, è l'ultimo ad andare in mezzo alla gente. E la folla lo acclama e canta per lui: "La gente come noi non muore mai!".
Io non so cosa abbiano i giocatori dell'Inter, e a questo punto neanche mi interessa saperlo, ma pretendo che chi rappresenta la mia fede abbia la stessa dignità di un giocatore della Pallacanestro Cantù. Si chiama rispetto e, porca miseria, è una cosa che va ben oltre il concetto di "vittoria" o "sconfitta".


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