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Editoriale

Juve: la lezione di Bernardeschi da non dimenticare (e la scelta su Dybala...). Inter: Spalletti, la squalifica e "l'insostituibile". Roma: il vero problema di Di Francesco è "oltre" Trigoria. Milan: i gufi (miopi) attorno a Gattuso. Viva il Var: se

25.09.2018 07:41 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 44809 volte
© foto di Alessio Alaimo

Hanno squalificato Spalletti perché ha detto “gol”. Lo ha detto alla telecamera, anzi no, al quarto uomo, anzi no, non si è capito. L’unica cosa chiara è che ha detto “goooool”. E lo ha detto in modo provocatorio, probabilmente con troppe “o”. Goooooooooooooooooooool. Troppo lungo, troppo esagerato. Bisogna controllarsi, che diamine, in fondo questa è la “seria” serie A! Viene in mente Mazzone che in Brescia-Atalanta corre sotto la curva dei tifosi bergamaschi dopo il 3-3 firmato da Baggio. Prese 5 turni di squalifica, ma lì almeno volarono dei “Mortacci vostri” e altre meraviglie assortite. Spalletti invece ha detto solo “Gooooool” senza neppure un “arbitro cacca” o “quarto uomo, mezzo gnomo” (era molto basso): si può fare certamente di meglio.

L’Inter in un modo o nell’altro ha vinto. Lo ha fatto mettendo in campo una voglia bestiale, suffragata (termine arcaico) da una condizione fisica certamente crescente. Non basta dire “che bella Inter”, ma è sufficiente per dire “questo gruppo ha ritrovato le palle” (espressione non arcaica).

Molti traducono il tutto con il sottile giro di parole “botta di culo”, ma solo chi non ha visto la partita può pensare una cosa del genere. L’Inter a Genova ha vinto con merito, anche e soprattutto grazie all’ex “nemico del popolo”, che poi è Brozovic. Buttiamo là un po’ di numeri: il centrocampista platinato è stato il più bravo tra i 28 giocatori impiegati a Marassi per: palloni giocati (90), passaggi riusciti (70), km “in run” (7,7) e secondo per km totali (12,225, primo Vecino con 12,299). Se si pensa che l’11 febbraio scorso costui mandava affanzum tutta San Siro, possiamo affermare senza timore di essere smentiti che il ragazzo abbia raggiunto “vette di conversione” fino ad oggi sfiorate solo da Paolo Brosio (il giornalista che un tempo venerava Emilio Fede e poi ha preferito Medjugorje: bel salto).

E molti dicono: “Sì ma il Var e gli arbitri rischiavano di rovinare tutto”. E invece no. Il Var a Genova ha funzionato assai bene e, in generale, questa settimana ha funzionato bene un po’ ovunque (parecchi dubbi sul pallone “probabilmente” uscito in Sassuolo-Empoli, ma nessuna certezza). Ecco, la faccenda è tutta lì: si chiede a lor signori di andare avanti su questa strada (quella della tecnologia “sempre”, anche a costo di perdere del tempo), piuttosto che su quella del “ce ne fottiamo abbastanza” che ha trionfato nei primi quattro turni (l’amico ed ex arbitro Luca Marelli mi dice: “Guarda che dici cazzate, l’hanno sempre utilizzato alla stessa maniera, nell’ultimo turno semplicemente hanno dovuto prendere decisioni oggettive, era impossibile sbagliare”, ma io non sono d’accordo con lui e soprattutto non voglio dargli soddisfazioni e, quindi, vado avanti per la mia strada assai retorica e strappa-consensi al grido di “evviva il Var utilizzato sempre!”).

E veniamo alla Roma. A Roma c’è la guerra. Oddio, non esageriamo, ma sono tutti parecchio incazzati. Ce l’hanno chi con i giocatori, chi con la proprietà, chi con il tecnico, chi con tutti. Ognuno ha le sue legittime ragioni, anche se poi, oh, bisogna anche dire che troppo spesso apparecchiamo funerali con fretta micidiale e in caso di resurrezione mai diciamo “scusate, ci eravamo sbagliati”. Di Francesco, per dire, ha evidentemente problemi di gestione e fatica a “capire” il suo gruppo di lavoro. Questo significa che sia un minchione incapace? Suvvia, stiamo parlando dello stesso allenatore che a gennaio “deve essere esonerato!” e a maggio “grande Di Francesco, ha fatto un lavoro straordinario”.

Il problema, al limite, è un altro. La Roma è un gran gruppo, potenzialmente fortissimo. Chi scrive lo pensa davvero, ma è quel “potenzialmente” che fa la differenza. Un grande club non può ogni anno ragionare secondo il presupposto del “diventeremo fortissimi”, semmai deve provare ad esserlo. Una squadra arrivata in semifinale di Champions è, tendenzialmente, una squadra da non smembrare. Certo, ci sono le necessità, i problemi di fairplay, questo e quell’altro, ma qui sembra di essere andati “oltre”, sembra che l’obiettivo primario non sia mai “il risultato sul campo” (altrimenti chi comanda non avrebbe provato a cedere Dzeko e Nainggolan lo scorso gennaio”), ma “il risultato in sede” (stadio, plusvalenze, giovani promettenti da comprare anche a caro prezzo con l’obiettivo di farli crescere per poi rivenderli). E cos’è la Roma, un supermercato? E allora sì, Di Francesco ha i suoi bei problemi, ma anche tante attenuanti (“Sì ma a Bologna non servono i Nainggolan per vincere!”. All’Inter, per dire, sono serviti proprio i Nainggolan…).

Altre cose velocissime che voglio dire per poter dire “l’ho detto anch’io”.

1) Gervinho è forte.
2) Bernardeschi è molto forte.
3) Walter Nudo è il favorito del Grande Fratello perché è piacione.
4) Bettarini non è un pirla.
5) Ancelotti ha prima seguito la strada di Sarri ma ora va dritto per la sua.
6) La ragazza diplomata in canto lirico che ha cantato a X Factor è molto forte, anche più di Gervinho.
7) Insigne è maturato.
8) Che bello vedere la generazione dei Chiesa.
9) Crespo non è invecchiato di un giorno.
10) Dudelange bella ma non ci vivrei.

Su Bernardeschi evitiamo di fare gli scemi e buttiamo là questo genere di ragionamento. Un anno fa dicevamo: “Ma perché la Juve spende 40 milioni per Bernardeschi? Non ne ha bisogno, c’è Dybala. Allegri cosa se ne fa?”. Anche quest’estate pensavamo la stessa cosa: “Bernardeschi quando gioca con tutta quella concorrenza?”. Nessuno lo inseriva in alcun “undici ideale”. Ecco, ora abbiamo capito: a Torino tendenzialmente sanno molto bene quello che fanno (e Allegri pure).

Infine il Milan. Siamo tornati nella fase di due settimane fa, quella del “Ma Gattuso è adatto?”. Ovviamente le valutazioni seguono il 2-2 contro l’Atalanta, partita in cui i rossoneri hanno giocato tanto e bene ma alla fine si sono dovuti accontentare del pareggio. Le valutazioni in base “al risultato” sono sempre tendenziose (e in genere assai tristi, consentitecelo): un anno fa il Milan “non giocava”, ora è un gruppo, con tutti i limiti del mondo, per carità, ma prova a costruire e rema dalla stessa parte. Chi pensa che si possa passare da “niente” a “tutto” solo grazie a Higuain (straordinario) e crede che la soluzione sia “cambiare”, scusate, ma non ha capito una mazza: si cambia quando mancano "unità d’intenti e idee", il Milan eccome se ne ha.

Ammazza se pontifico (Twitter: @FBiasin).


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