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Juve: una settimana da terrestri e il rapporto Dybala-Allegri. Inter: le strane voci dallo spogliatoio (ma la soluzione non è l’esonero di Spalletti). Milan: il patto tra Gattuso e la squadra. Festival: anche a Sanremo c'è un CR7

05.02.2019 00:00 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 29881 volte
© foto di Alessio Alaimo

Ciao. Scrivo da Sanremo. C'è il Festivàl con l'accento sulla "a". Per me vince Silvestri ma prendetela con le pinze: l'altroieri mattina dicevo la stessa cosa dell'Inter. Comunque molti ascolteranno la canzone di Achille Lauro: ne sono certo, approfondisco il fondamentale concetto in fondo a questo pezzo.
Comunque, sono arrivato ieri. La caratteristica di Sanremo e dei colleghi esperti di musica è che non parlano di calcio ma hanno più o meno lo stesso stile ("beh, buona prestazione della Berté, alla lunga viene fuori l'esperienza" o "Einar rischia di sentire il peso del palco" o "Nek non ha i 90 minuti" o "Arisa che bomber". Cose così).
Ma è inutile perdere tempo, qui c'è di che discutere, soprattutto c'è la crisi dell'Inter. Io la vedo così:
"Secondo me l'Inter pareggerà con il Sassuolo, perderà contro il Torino con un gol di Izzo e pure contro il Bologna per mano di tale Santander. In generale nel 2019 resterà a quota zero gol fatti in campionato quantomeno fino a febbraio inoltrato".
Ora, dico a te: se ti avessero detto questa cosa a Capodanno in pieno delirio alcolico tu ci avresti creduto? Ecco, neppure noi.
Quello che si è visto domenica a San Siro va parecchio oltre le logiche del calcio e del buon gusto. L’Inter non è certamente la Juve di Ronaldo e neppure il Napoli del bel gioco ma, per l'amor del cielo, dispone di un potenziale decisamente superiore a quello delle già citate Sassuolo, Torino e Bologna.
La squadra che fu di Filippissimo Inzaghi e ora è di Mihajlovic non vinceva da quando tutti noi sapevamo ancora di salsedine (30 settembre), è disarmante quanto a limiti tecnici ma certamente ammirevole per quel che riguarda l’applicazione: esattamente l’opposto degli stoccafissi nerazzurri che "Io la do a te, te la dai a me, nessuno si prende una qualche responsabilità" sprecano energie in un continuo quanto inutile possesso palla. Roba da latte alle ginocchia, insomma.

L’Inter è impaurita, triste, certamente senza idee. Spalletti, in evidente crisi d'identità, ha provato a risollevarla con un Ranocchia in versione "bomber da ultima spiaggia": ma quello che ai tempi di Mourinho era l’azzardo che devastava gli avversari ("oddio, Materazzi a far la punta! La grande Inter suona la carica!") ora è la mossa che in qualche modo galvanizza gli avversari ("questi qui sono alla frutta..."). Mancano molte cose a siffatto gruppo, moltissime, ma soprattutto si registra carenza di consapevolezza, esperienza e amor proprio. L’Inter non rimonta mai, neppure una volta, neppure per sbaglio, neppure con il povero Bologna, segno che all'appalesarsi di un qualsivoglia "problema" (un gol, per dire) invece di reagire se la fa drammaticamente sotto. Qualcuno dirà: "La squadra è poca roba, altro che balle", ma allora non ci si spiega il periodo delle vittorie e persino quello del bel gioco (oh, per pochissimo tempo ma c'è stato anche quello).
Diciamola come la si direbbe al Bar Sport o in osteria: all’Inter manca una tonnellata di carattere, quello che ti fa giocare bene quando sei in forma e le cose funzionano e, viceversa, ti permette di ribaltare la malasorte quando la forma fisica o la sfortuna si accaniscono, epperò in qualche maniera ci devi imparare a convivere.

Qualcuno parla di strategici "cambi in corsa", di Spalletti da mandare a casa perché non capisce nulla. In autunno lo dicevano anche di Gattuso, l’allenatore del Milan. Dicevano che era "inadatto", bravo solo a trasmettere la grinta, anche per lui come per Spalletti si parlava di "ombra di Conte". Beh, sapete cosa ha fatto? Se n’è fregato, ma non a parole, sul serio. Ha continuato a lavorare e a mettere la squadra davanti a tutto, così come i suoi ragazzi (Higuain a parte) hanno messo il Milan prima dei rispettivi interessi personali.
All’Inter questa cosa ancora non c’è: la rosa dei nerazzurri è potenzialmente molto competitiva (manca certamente un centrocampista dai piedi buoni, per carità, e pure qualcosa d'altro), ma i giocatori chi la compongono pensano più al proprio interesse che a quello del gruppo. Glielo leggi negli occhi, trovi conferma nei fatti. E con la testa divisa a metà la cosa più probabile che possa accadere è che tu vada a sbattere contro chiunque, persino contro un cazzuto (onore a lui) Federico Santander: barba selvaggia, sguardo fiero e tanto, tantissimo amor proprio.

Il resto è Juve, con le solite rotture di scatole a Massimiliano Allegri che "deve dimostrare" e "non è un vincente". Ha vinto 4 scudetti e 4 coppe Italia di fila e per qualcuno "non è in grado". Io divento matto. Allegri sa perfettamente che la questione Benatia gli ha creato dei problemi (non ottimale la gestione della "cessione all'ultimo" da parte del club), ma sa anche come risolverli: basta aspettare. Chiellini e Bonucci presto torneranno al loro posto e semmai tocca far ritrovare il sorriso a Dybala, unico vero scontento del gruppo. Anche Mandzukic un paio di anni fa di questi tempi aveva il broncio, Max pur di tenerlo con sé gli trovò una nuova collocazione in campo. La stessa cosa deve fare l'argentino: fidarsi del suo allenatore. E pazienza se continueranno a dire "come gioca male la Juve", la bellezza del gioco la fanno le vittorie. È brutale da dire, ma rimane un dato di fatto.
E W Achille. E W Hamsik: 31 anni, 519 partite e 121 gol col Napoli. Andrà in Cina dovegli daranno 9 milioni netti. Per 3 anni. Che fanno 27. Chi gli vuole bene non può fare altro che abbracciarlo, ringraziarlo e dirgli "vai e incassa". Perché farebbe come lui.

Ora torniamo ad Achille, che batte pure Hamsik a tatuaggi. Ci teniamo molto a leggervi la prima parte del testo di "Rolls Royce", canzone con cui il cantante 28enne denominato Achille Lauro farà il suo esordio al Festivàl (con l’accento sulla “a”) della canzone italiana. Eccoci qui: «Sdraiato a terra come i Doors/ Vestito bene via del Corso/ Perdo la testa come Kevin/ A ventisette come Amy/ Rolls Royce/ Sì come Marilyn Monroe/ Chitarra in perla Billie Joe/ Suono per terra come Hendrix/ Viva Las Vegas come Elvis/ Oh Rolls Royce/ Rolls Royce/ Rolls Royce/ Rolls Royce/ Rolls Royce/ Rolls Royce». E via cantando.
Prima considerazione. L’italiano medio appassionato di Festivàl sentendo chiamare sul palco «Achille Lauro» penserà a un transatlantico o - se fornito di buona cultura generale - a un armatore (noi abbiamo cercato su wikipedia, che non si dica che siamo preparati). Quando di fronte a Bisio non comparirà la prua della nave ma il rapper/trapper già protagonista di "Ulalala", "Thoiry Remix" e "Mamacita" l’italiano medio urlerà di fronte alla tv «dove caSSO è Al Bano? Datemi Al Bano Carrisi o faccio un macello!».
Seconda considerazione. L’italiano medio appassionato di Festivàl, osservando il volto del tatuatissimo frugoletto si farà venire una mezza sincope e sentenzierà cose a caso come “drogato!”, “dove siamo finiti...” o il classico “povera Italia” così, sulla fiducia.
Terza considerazione. L’italiano medio appassionato di Festivàl ascoltando le note della cantilenante "Rolls Royce", dove neanche per sbaglio «cuore» fa rima con «amore», chiederà l’intervento del Moige, della Protezione Civile, dell’Unesco. E a quel punto, forse, interverrà l’ambasciatore Lino Banfi a calmare le acque: “Checchezzo, fidatevi che questo è brevo!”.
E infatti è bravo. Ma non verrà capito. Cioè, i ragazzi lo hanno già capito come nel 1983 avevano già capito Vasco Rossi e la sua "Vita Spericolata", sbattuta però al penultimo posto dal solito italiano medio, appassionato di buoni sentimenti e "Toti Cutugni".
E allora vi invitiamo a non farvi fregare dalle becere apparenze; vi invitiamo a mettere da parte il «lei ha lasciato me, come sono triste» che è un po’ il must del testo musical-festivaliero; vi invitiamo a non aver preconcetti e ad inghiottire quel «ma che caSSo di canzone è mai questa!» che d’istinto uscirà fuori dal vostro capoccione anestetizzato dal buonismo sanremese e, infine, vi invitiamo a credere al fatto che questa canzone potrebbe avere su di voi lo stesso effetto che ha la birra su un bavoso 15enne: al primo sorso gli fa schifo, al secondo pure, al terzo va giù che è un piacere e ne vuole subito un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. E un’altra. Il Festivàl non è pronto per tutto ciò: che meraviglia.


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