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Editoriale

L'anno zero del calcio mondiale. Il risveglio dal sogno Leicester, la lezione di Rooney, i milioni del PSG e le grandi d'Italia in cerca degli ultimi botti

Nato a Firenze il 05/05/1985, è caporedattore di Tuttomercatoweb.com. Già firma de Il Messaggero e de La Nazione, è stato speaker e conduttore per Radio Sportiva, oltre che editorialista di Firenzeviola.it e voce di TMW Radio.
13.08.2017 09:54 di Marco Conterio  Twitter:    articolo letto 66806 volte
© foto di Image Sport

Il Leicester City di Claudio Ranieri aveva risvegliato, in tutti noi, una parola antica. Fanciullesca. Favola. Aveva riportato alla mente i racconti di un calcio che fu, le pagine polverose del pallone delle leggende, di quanto la televisione era un miraggio, o di quanto Davide aveva ancora ragione di pensare che Golia non fosse impossibile da battere. E' stato un sogno, quello delle Foxes, ma il risveglio ci ha fatto scoprire che quella volpe lì ha raggiunto l'uva una volta. Una, soltanto, stella cometa in un cielo dove conosci già le costellazioni, dove sai che il Carro dei vincitori è sempre quello e che cambia solo a seconda della prospettiva da cui lo guardi.

Ieri c'è stato un altro bagliore di luce d'Inghilterra. Wayne Rooney da Liverpool ha deciso di riscoprire il tepore di casa. Lui che ha vinto tanto, tutto in terra d'Albione. Lui che è stato scaricato da Josè Mourinho ma che non ha scelto altri lidi dorati se non l'Eldorado che l'ha lanciato. E' tornato nella sponda blu della sua città, culla di gioventù, dove anche lui aveva scoperto la parola favola. Ieri ha segnato, in una pazza giornata d'Inghilterra, che ci insegna che i milioni spesso non bastano, seppur alla fine la cruda realtà è che vincono contro sognatori solitari. Rooney ha i contorni del figliol prodigo, milionario, campionissimo, ma in un'estate che ha fatto piombare l'Europa in un mercato da capogiro, è un segnale di controtendenza e di resistenza.

Questo mercato, e per questo mercato, il calcio e i tifosi stanno perdendo il barlume. Ci si preoccupa più dei bilanci degli amministratori che delle giocate dei campioni. L'offerta è più importante del risultato, la plusvalenza del doppio passo. Il Paris Saint-Germain è la copertina di un calcio nuovo, diverso. Un tempo era il Real Madrid ma del Real Madrid non ci siamo mai stupiti così tanto perché i Blancos erano la squadra del franchismo, quella che strappò con la forza Di Stefano al Barcellona. Il calcio, nelle tattiche e nelle idee, ha sempre raccontato una nazione e la sua vita. L'Olanda innovò con il genio di Michels perché era la terra più fertile per coltivare il calcio totale, spensierato, in una terra dove il sessantotto e l'amore libero erano già realtà. Per questo le olandesi, da lì, vinsero anche in Europa, perché con le idee erano arrivate dove le altre non erano ancora.

L'Italia ha vissuto di un calcio partigiano, che l'ha contraddistinta dal dopo guerra in poi. Il calcio difensivista e non è un caso se solo le idee di un grande allenatore dalla mentalità internazionale come Sacchi l'hanno poi portata a diventare potenza da Champions con un Milan nuovo e innovatore. Il calcio, come detto, ha sempre raccontato il suo paese ma il Paris Saint-Germain, no. Il Barcellona è la libertà olandese unita alla voglia di separatismo catalano, per questo un calcio di libero pensiero contro quello milionario del Real.

Il Paris ha la Torre Eiffel sul simbolo ma è la squadra di un sobborgo, all'ultima fermata della metro. La sua storia non racconta quella del calcio francese, fatto di geni e di sregolatezze, della commistione tra il fisico dei giocatori delle colonie, il loro talento e la concretezza dei transalpini d'origine e d'antenati. Il PSG è la storia del Qatar, paese che a suon di petroldollari sta comprando il mondo e non soltanto il calcio. E' la storia di un paese che è ora stretto di una morsa nella Penisola Arabica e che con gli investimenti in Occidente mostra una faccia e un volto diverso. Neymar, Mbappè, Fabinho, gli altri arrivati e quelli che partiranno, sono solo figli dell'ambizione degli sceicchi. Sono i prodotti di un anno zero del pallone, che va ben oltre le spese di quelli inglesi perché lì l'investimento d'Oriente era fatto anche in un paese che ha il livello di competitività e introiti, di stadi e di seguito, senza eguali al mondo.

Così il calcio di oggi ha venduto l'anima. Sì, arriveranno ancora fior di campioni e pure in Italia. Non complicato, come ha fatto il Milan: iniezione di denaro dalla Cina e via, a comprar calciatori. Chi ci ha provato prima si è scottato con l'assurda legge del Fair Play Finanziario, aggirabile e negoziabile. Però è un pallone senz'anima, in quello che è il mercato viceversa più imprevedibile e incomprensibile d'ogni tempo. Non si comprano i campioni per i tifosi e pure la Champions non è più obiettivo per il mero prestigio. Tutto per i conti, solo per gli introiti. Per questo un sogno come quello del Leicester, per questo Rooney che torna a casa e che segna subito, sono fotografie che sono toccasana per il cuore.

Visto che però indossiamo le scarpe del mondo d'oggi, e in quello camminiamo, raccontiamo pure quel che sta accadendo. E che accadrà. Il Milan prenderà Kalinic mentre studia sempre anche come prendere pure uno tra Belotti e Aubameyang. Le società sono vittime dei propri calciatori e non più viceversa: all'Inter è il turno di Kondogbia e farebbe bene il club a usare il pugno duro, pur consapevole d'andare contro a forti minusvalenze. Perisic rimarrà, Sabatini ha faticato a rincorrere i sogni ma ha regalato a Spalletti forse la cosa migliore. Solide realtà, volute e condivise. La Juventus insegue da tempo una chimera chiamata centrocampista e il tempo spiega che è sempre più difficile migliorare la rosa numero uno in Italia ma che è anche assurdo che da un anno il mediano non arrivi a Torino. Sarà Matuidi, o N'Zonzi, ma non le prime scelte della dirigenza. La Roma insegue Mahrez, ma quello visto con l'Arsenal e l'ultima stagione forse non vale quei soldi che aveva fatto sperare alle casse del Leicester nell'anno del sogno. Già. Perché alla fine finisce tutto lì. Anche quando parli di favole. Ti svegli sempre.


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