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Editoriale

La lezione del Costa Rica e lo spirito dellaColombia. All'Italia serve una rivoluzione

Nato a Sassocorvaro il 31 maggio 1939, allievo di Gianni Brera, Severo Boschi, Aldo Bardelli ed Enzo Biagi. Collabora con la Rai come opinionista/editorialista sportivo.
29.06.2014 00:00 di Italo Cucci   articolo letto 27788 volte
© foto di Federico De Luca

Non esserci più è quasi una consolazione. L'Uruguay ci ha allontanato - prima di seguirci - da un Mondiale che avevamo conquistato con valori lontani da quelli che di ora in ora vediamo in campo. Valori non tecnici o tattici coi quali siamo abituati a competere. Valori umani smarriti lungo il cammino dell'illusione. La prima lezione - diretta - ce l'ha data il Costarica: combattenti di razza, loro, noi soldatelli viziati che ci siamo dati la coperta di Balotelli per sentirci più sicuri eppoi l'abbiamo scaricato quando ci siamo accorti che il più spaventato era lui. Questo mondiale sta offrendo squarci di eroismo pedatorio e se Prandelli - certo in buonafede - se ne usci dicendo "partita epica" dopo la vittoria sull'Inghilterra, Brasile-Cile e Colombia-Uruguay dovremmo infilarli nei libri di storia di questo sport che ha colto pienamente il messaggio del tempo: per giocare ad alti livelli, oggi, occorrono muscoli e menti salde, resistenza fisica e cuori forti; e anche una forte dose di patriottismo, quello che il nostro Ct chiese agli italiani spettatori e avrebbe dovuto invece pretendere dai suoi immaginari guerrieri, resi di scorza tenera dalla dolce vita del calcio business ormai imperante in Italia. Colombia-Uruguay pareva una derby nostrano, tanti erano i calciatori militanti o ex del nostro campionato, molli e narcisi a casa nostra, combattenti di razza appena indossano la maglia nazionale che per loro è come una bandiera, mentre la nostra sembra una camicia di Nesso. I cileni sono fratelli di quei minatori scampati a una tragedia perché hanno saputo coraggiosamente sfidare la morte; i colombiani danno vita insieme a un'esibizione di classe e di forza: Cuadrado e Zuniga, tanto per dire, ci hanno mostrato virtù a dir poco inedite, e Cavani - prendo lui per tutti gli uruguagi - ha potuto sbatterci in faccia una scomoda verità: "Abbiamo perso, ma a fine partita ci siamo guardati in faccia senza vergogna, orgogliosi di aver dato tutto quello che avevamo". E alla faccia degli appassionati di bassa macelleria ha aggiunto, senza paura: "Suarez ha sbagliato, ha avuto una punizione troppo pesante ma ha sbagliato". Le ultime parole degli azzurri - che spero di non sentire mai più, così come mai le avevo sentite prima - sono state quelle di Buffon e De Rossi, un'invettiva biliosa contro i Giovanotti e le Figurine; non solo Balotelli, col quale potevano chiudere i conti come facevano, nello spogliatoio dell'Inter, Ibra e Materazzi, mollando sergozzoni: ce l'avevano - tanto per dire - anche contro Darmian e Verratti, i migliori di questa povera Nazionale scoglionata. Bell'esempio, dai Veterani: non potremo certo ricostruire quest'Italietta spaventata partendo da loro, combattenti di scarso spessore personale - non tecnico - sconfitti da ragazzi con un cuore grande così. Gente che ha fatto fuori in un amen l'adorato Ct. Sarà difficile trovare chi possa riproporci i ritratti del coraggio raccolti nel museo delle glorie tradite: uno Zoff, un Rossi, un Tardelli, un Conti, un Cannavaro, un Gattuso e un Materazzi - e dico dei più generosi, per il 2006, non dei più bravi - ci hanno fatto vincere due Mondiali; e tuttavia sarà questa la ricerca da fare, partendo proprio dal piccolo Verratti che s'è infilato fortunosamente nella spedizione azzurra, e da Pepito Rossi, la cui pena fisica era stata sconfitta da un cuore grande. Mi torna in mente il Totò di "Siamo uomini o caporali"; o l'Albertone di "Tutti a casa": le partite di calcio perdute somigliano, soprattutto all'ora dei conti, alle guerre perdute: spesso protagonista è la vigliaccheria, qui limitiamoci a parlare di paura; spesso a pagare il conto sono i soldati, i generali se la cavano. Dobbiamo invertire la rotta, e non bastano i pannicelli caldi. Ci vuole una rivoluzione: come nel'66, dopo la Corea, o nel '74, dopo la Polonia. Allora ci pensarono il mite Valcareggi e il Dottor Bernardini, ma con loro c'era Artemio Franchi. Datemi un dirigente capace - vien da dire - e vi solleverò il mondo. No, quelli che abbiamo sott'occhio non disturbateli: stanno contando i soldi. Sta a vedere che ci toccherà aspettare un Uomo della Provvidenza.


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