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Editoriale

La passione del tifoso ha un limite di sopportazione. Basta con gli scandali, il calcio non può essere di pochi...

Nato a Magenta il 28/4/1974, giornalista professionista dal 2001. Vanta collaborazioni con diverse testate web e cartacee, oltre ad esperienze da telecronista. Opinionista Campionato dei Campioni. Direttore del mensile cartaceo CALCIO2000
14.10.2015 00:00 di Fabrizio Ponciroli   articolo letto 21184 volte
© foto di Federico De Luca

Ho deciso di fare un'eccezione... L'Italia ha già fatto il suo, Conte ci ha portato agli Europei, quindi c'è modo e tempo per parlare d'altro... Provo, ormai da diverso tempo, una spiacevole sensazione. Ho l'impressione che il mio giocattolo preferito, il pallone da calcio per intenderci, abbia imboccato una via pericolose, di quelle che faresti evitare anche al tuo peggior nemico... Per ora è solo un sospetto ma, si sa, è un attimo a ritrovarsi in guai seri, soprattutto quando parliamo del gioco più diffuso al mondo, nonché quello che muove più quattrini... Spesso ho la fortuna di confrontarmi con tifosi con 10 o 20 primavere più di me sulle spalle... Raccontano il calcio in maniera diversa, più appassionata, per certi versi più reale. "Mi ricordo della traversa di Rivera, l'ho aspettato fuori dallo stadio per dirgli di tirare meglio la prossima volta...", "Mamma quanto era forte Jair, lo vedevi subito se era in giornata... Se aveva freddo, allora era finita". Il loro era un calcio semplice, popolare, di tutti... Oggi non è più così, sia per il tifoso, così come per gli addetti ai lavori. Tutto è ovattato, tremendamente lucido ma incredibilmente falsato. Una volta il contatto con i giocatori era immediato, naturale. Ora l'accesso ai club è di pochi, pochissimi, ossia di chi ha certi diritti (pagati a prezzo carissimo). Le notizie sono filtrate. Si raccontano tante verità a sostegno di questa "chiusura verso l'esterno": siamo in troppi (giornalisti), è un modo per "gestire meglio la professionalità dei giocatori", non si può accontentare tutti. Non è così... Il calcio è diventato uno sport visto da centinaia di milioni di persone ma gestito da sempre meno persone, il cui pass è garantito solo da investimenti di milioni di euro... Forse è meglio così... Indubbiamente l'offerta è meravigliosa. Puoi sapere o vedere ogni singolo calciatore, anche della più sperduta squadra dell'Irlanda del Nord... Eppure non sembra più esserci spazio per la fantasia, dentro e fuori dal campo. Quando i giocatori arrivano allo stadio, pare di assistere ad un'adunata di militari. Cuffie, smarthphone, iPad, nessun sorriso, nessun contatto... Eppure, al pubblico, i "fuori legge" piacevano e piacciono ancora. Mourinho è l'esempio lampante. Lui è fuori dal coro e, per questo, è lo Special One (anche per le vittorie, ovviamente). Grande comunicatore, vero, ma anche uno che non riesce a "farsi inquadrare", nonostante sia anch'egli parte di questo mondo ovattato. Uno come Oronzo Pugliese, allenatore anni '60 famoso soprattutto per le imprese con il suo Foggia, oggi sarebbe un personaggio dalla presa mediatica inimmaginabile. Il Mago di Turi (vi consiglio un giro sulla rete per saperne di più) non era pazzo, era solo sé stesso, quello che, oggi, è difficile essere nel dorato mondo del pallone che conosciamo o, forse, che pensiamo di conoscere. Non so voi ma io mi sono "rotto le palle" (detto alla Gallinari) di svegliarmi la mattina e ritrovarmi per colazione l'ennesimo scandalo legato al calcio. Blatter, Platini, Messi, Lotito, Galliani... Ogni giorno un rappresentante, più o meno illustre, finisce sotto i riflettori ma per motivi che, con il calcio che si pratica su un campo verde, non c'entrano nulla... E se fosse perché non c'è più accesso al calcio come un tempo? E' più facile mettersi d'accordo in pochi che trovare un'intesa se tutti sanno, no? Mi chiedo: fino a quando il tifoso sarà in grado di tollerare tutto questo? Lo stadio, quello che rappresenta, a conti fatti, il teatro del calcio è sempre più deserto. Certo, c'è la splendida offerta televisiva, i costi alti dei biglietti, le troppe partite in settimana, gli impianti fatiscenti, i pochi campioni rispetto al passato, tutte motivazioni che hanno cittadinanza eppure mi pare che c'entri anche con la passione... Che ce ne sia meno? O, meglio, che si sia adeguata ai tempi? In fin dei conti siamo tutti un po' dopati. Forse si è persa quell'innocenza che oggi ritrovi solo nei racconti di chi ha visto un altro calcio, quello che non era in mano a pochi...


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