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Editoriale

Marco, Piermario, Gabriele e Davide... Morire senza un perché!

05.03.2018 00:00 di Michele Criscitiello  Twitter:    articolo letto 16142 volte
© foto di Federico De Luca

Non c'è una spiegazione. Non puoi darti una risposta se non conosci la domanda. Non puoi andartene se tua figlia ha due anni e ha iniziato a parlare da poco. Se al mattino Vittoria si sveglia e non ti trova per la colazione o non può dire buonanotte al suo papà. Quando piange le basterebbe un bacio per tornare a letto tranquilla. Siamo credenti ma non possiamo credere che tutto questo sia possibile. L'hotel di Udine che ospitava la Fiorentina, negli ultimi 5-6 anni, ha ospitato tutte le squadre che affrontavano l'Udinese al Friuli. I calciatori erano di casa lì. Vedere uscire una bara da quell'albergo è stata una scena straziante, così come l'arrivo dei genitori e della compagna Francesca. Davide Astori ha sempre fatto parlare bene di sé nel mondo del calcio. In queste ore ogni riga scritta è superflua. Nessuno può dire qualcosa in più o qualcosa di nuovo. Le uniche testimonianze che contano sono quelle dei compagni o di chi lo conosceva per davvero. Il resto è inchiostro sprecato. Come sono sprecate queste poche righe perché o ci diamo una spiegazione a queste tragedie oppure non abbiamo neanche la forza e la possibilità di prendercela con qualcuno. Puoi urlare ma nessuno ti sente. Piermario Morosini ci lasciò su un campo di calcio e quelle immagini non le cancelleremo mai dalla nostra testa. Marco Simoncelli morì mentre stava coronando il suo sogno e le lacrime dei suoi fans e familiari bagnano ancora il volto di ognuno di loro. Gabriele Sandri era un tifoso scambiato per assassino da un vero assassino e la sua unica colpa era quella di amare la sua squadra. Lo sport perde tanti angeli che se ne vanno via troppo presto ma soprattutto senza un perché. Non si può morire così giovani con tante pagine ancora da scrivere. Non si può salutare una figlia, come si fa tutti i giorni senza poterla abbracciare più forte di un qualsiasi giorno della settimana, e non tornare più a casa. Non si può morire a 31 anni in un letto di albergo, solo in una stanza prima di una partita di calcio. Non c'è e non ci sarà mai una spiegazione per tutto questo dolore. Non posso portare testimonianze dirette perché conoscevo Astori come calciatore e professionista. L'unica immagine ravvicinata mi riporta a qualche anno fa, in qualche serata milanese. Ragazzo a posto, faceva il calciatore ma non era uno di quei montati fanatici. Educato e cortese. Salutava con garbo anche senza essere un amico. Non riuscirei ad aggiungere nulla perché risulterei inutile e banale. Sicuramente, come tutto il mondo del calcio e non solo, mi sento di abbracciare genitori, compagna e figlia. Perché un dolore così ti rompe lo stomaco e ti fa venire solo voglia di rivedere le immagini in campo di Astori. Un gol al Verona oppure uno con il Cagliari sul neutro di Trieste. Un difensore che, a volte, faceva anche gol. La vita non ha avuto rispetto per tutti questi ragazzi che portiamo nel cuore e che non vogliamo dimenticare solo perché gli anni passano come treni sulle rotaie.


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