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Editoriale

Milan: 10 procuratori diversi. Allegri: la versione di Pirlo. Inter: finalmente il Bayern. Napoli: il tarlo del portiere

29.07.2017 07:29 di Mauro Suma   articolo letto 47774 volte

Il Milan ha preso 10 giocatori sul mercato. Da 10 procuratori diversi fra loro. Ogni tentativo di costruire in qualsiasi modo assi o legami preferenziali fra il Milan e un agente nello specifico, oltre a non aver alcun tipo di seguito fra i tifosi, cozza contro i fatti. Che sono qualcosa con cui misurarsi sempre, anche in un mondo molto creativo e approssimativo come quello del calcio parlato e commentato italiano. Fra i 10 giocatori presi dal Milan, i tre che stanno facendo meglio sono quelli della primissima infornata, Musacchio, Kessie e Ricardo Rodriguez, quelli che sono stati più tempo a Milanello (da fine Giugno) e quelli che avevamo indicato come acquisti di sostanza, di polpa, anche se sottovalutati da molti. Il tempo quindi non è una variabile o un pretesto. E' il minimo necessario per capire, integrarsi, assimilare. Vale naturalmente anche per Andrè Silva, aggregatosi al gruppo soltanto in Cina dopo la Confederations Cup terminata il 2 Luglio e dopo le vacanze. Il portoghese ha due soli allenamenti nelle gambe a Milanello e non ha ancora fatto la preparazione. E non c'entra nulla che sia di Jorge Mendes, uno dei 10 procuratori diversi fra loro di cui sopra, agente importante e prestigioso con cui peraltro, lo ricordiamo, aveva un ottimo rapporto anche la precedente dirigenza sportiva rossonera, quella guidata da Adriano Galliani che a sua volta, da presidente di Mediaset Premium, ha avuto un cordiale e sorridente colloquio con Marco Fassone a margine dei calendari. A conferma del fatto che il Milan, il vero Milan e i veri Milanisti non hanno bisogno di nuove, inutili e inesistenti biforcazioni. In quei minuti Massimiliano Mirabelli era in Romania, sul pezzo, alla vigilia della gara vittoriosa sostenuta dal Milan contro il Craiova. Romania raggiunta da una squadra appena sbarcata a Malpensa, di rientro dalla Cina. A proposito della sostanza anche in questo caso di cui sopra, molto del Milan che sta nascendo assomiglia proprio a Mirabelli. Che ha una logica calcistica basata su due capisaldi: da responsabile dell'area tecnica e da direttore sportivo ha la responsabilità di tradurre in investimenti importanti il progetto tecnico dell'allenatore. Responsabilità quindi tecnica, ma anche societaria ed economica. E questa responsabilità la declina andando sempre e comunque negli stadi, sul campo, per rendersi conto di persona del rendimento dei giocatori su cui puntare. E anche per non farsi trovare impreparato alla chiamata di qualsiasi agente o di qualsiasi addetto ai lavori: le caratteristiche tecniche di qualsiasi calciatore le vuole avere in testa lui in prima persona, senza farsele decantare e raccontare da nessuno. Il mercato del Milan è in mani concrete e responsabili. Che sanno quello che fanno dal punto di vista sportivo e sono lucide e senza colpi di testa su quello economico. Con buona pace di tutti.

Lo strano caso di Andrea Pirlo. A Repubblica in questi giorni ha dichiarato: "Non so cosa sia successo tra Bonucci e Allegri, ma di sicuro io me ne sono andato dal Milan perché ero a fine contratto e volevo un’avventura nuova. Allegri non c’entrava niente, non ho cambiato per colpa sua. Sarei potuto rimanere anche al Milan. Ma sentivo di aver finito un ciclo". Alla buon'ora. Cinque anni dopo, il campione di Flero ha detto la verità. Scelta sua, da non addebitare quindi al Milan dell'epoca o ad Allegri. Perchè scriviamo alla buon'ora? Perchè 3 anni fa, nel Luglio 2014, al momento dell'arrivo di Allegri alla Juventus, tornava di attualità una intervista di Pirlo del Maggio 2012 in cui sosteneva cose diverse: "Allegri voleva piazzare davanti alla difesa Ambrosini o Van Bommel e io avrei dovuto cambiare ruolo. Allora ho detto no grazie perchè il Milan aveva deciso che non servivo più e nel mio ruolo Allegri preferiva altri giocatori". Quindi Allegri ha avuto un ruolo o non l'ha avuto? Ha deciso Pirlo o ha deciso il Milan? Perchè i giocatori rilasciano le interviste in base all'umore del momento e anche, forse o senza forse, per strumentalizzare i tifosi?

Dall'inizio della nuova stagione sportiva, il Milan non ha detto una parola sull'Inter. Un sussurro, un riferimento, nulla. In cambio ha ricevuto, nell'ordine: Sabatini ("Il mercato del Milan non è un nostro modello"), Ausilio ("Non bisogna buttare troppi soldi sul mercato, per frenesia), Spalletti ("Ancelotti in Bayern-Milan si è ricordato del suo passato rossonero"), Borja Valero ("Il Milan nel 2013 mi ha portato via la Champions in modo strano") e Williamson ("Milan in ritardo sui lavori di San Siro"). Fino all'ancora presidente Thohir che ha fissato bontà sua la linea di demarcazione nel fatto che "Il Milan deve fare le Coppe e l'Inter no". Tutto fra virgolette. Che mancano invece ai firmatari delle proteste presso l'Uefa sul calciomercato milanista, arrivate da destinazione ufficialmente ignota. Tornando all'Inter, siamo in grado di capire che rispetto a cotanto mercato del Milan, la rivale cittadina che promette un grande mese di Luglio sul mercato e poi per i suoi legittimi motivi non lo fa, rimane stretta nelle domande, nei riferimenti e nelle recriminazioni dei propri tifosi a quanto accade dall'altra parte della città. Ma la frequenza di dichiarazioni balza comunque all'occhio. La scorsa settimana praticamente una al giorno. La speranza è che la vittoria sul Bayern abbia rasserenato l'ambiente nerazzurro e che il Milan possa continuare per la propria strada senza essere chiamato in causa minuto per minuto.

Il Napoli, con diversi interpreti, assomiglia in tutto e per tutto al Milan di Sacchi. Anche quel grande Milan aveva una grande carica innovativa, un progetto tecnico ambizioso che ripeteva ad ogni partita, anche contro Ascoli e Cremonese, con il rischio di andare all'assalto di gare che, se semplicemente gestite, avrebbero garantito al Club rossonero magari uno Scudetto in più. Proprio come il Napoli di Sarri che a causa dell'1-1 con il Palermo ha perso la qualificazione diretta alla Champions League. La stessa analogia riguarda i portieri. Ne ha cambiati tanti Arrigo, anche se Giovanni Galli resta il punto di riferimento di quegli anni. Eppure il portiere veniva più sottovalutato e discusso che altro, nella concezione sacchiana. Proprio come accade a Reina in questi anni di Sarri. E i tifosi partenopei, dopo il finale di stagione dello spagnolo, temono di scarificare qualche punto sull'altare di questo tema, come accadde con Benitez e con Rafael nella stagione 2014-2015. I giocatori del Napoli, che rispettano Sarri e stimano Sarri, hanno fatto il patto per lo Scudetto. Ed è una cosa molto bella. Ma siamo sicuri che un calcio in buona fede ma estremo, con altissimi picchi di qualità ma molto integralista, possa tenere il mare per 38 lunghe, contorte e insidiose giornate di Campionato?


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