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Milan, l'usurpatore dello status quo. Kondogbia: raccontiamola giusta. Sarri: un allenamento a Ischia

27.08.2017 09:00 di Mauro Suma   articolo letto 39829 volte

Una cosa è giusto sia chiara ai detrattori, ai dubbiatori e ai perplessatori sul Milan. Sorrisini e frasette pelose non colpiscono solo e non tanto la società. Ma soprattutto la tifoseria, mai così a guardia del forte come oggi. I centomila di San Siro delle due partite contro Craiova e Shkendija sono idealmente legati ai cancelli di Casa Milan e Milanello, in difesa totale di qualsiasi attacco portato al Club. E dietro di loro ben altri strati di migliaia e migliaia di tifosi che non vedevano l'ora di tornare a identificarsi con i vertici del Milan. Non suoni ingeneroso il concetto nei confronti di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani che, negli ultimi anni duri in cui bisognava "contemperare" e "ponderare", ritenevano che per i tifosi milanisti tutto fosse sopportabile dopo 25 anni di gloria e di investimenti. Invece nel calcio di oggi in cui una notizia di dieci minuti prima è ormai vecchia, non conta più lo ieri. Figurarsi l'altro ieri. Conta solo il domani mattina. Non ci riferiamo solo alla mattina nella quale il sole sorge e il milanista sa che troverà sulla gazzella un'interista che parla male di lui, ma più in generale al mattino dopo del calcio, la prospettiva irrinunciabile del progetto e del futuro. Prima di arrivarci, i tifosi rossoneri hanno fatto una scoperta. Pensavano che Silvio Berlusconi riverberasse sul Milan un pregiudizio di carattere politico. E che senza Berlusconi, il Milan e i milanisti fossero liberi di essere giudicati come gli altri. La folgorazione è invece che la grande redazione trasversale delle testate italiane non aveva digerito pronti via Berlusconi fin dal 1986 e ha passato 30 anni a coltivare quella prima sensazione negativa, tollerando i momenti in cui il presidente si scrostava di dosso le invidie vincendo e infierendo invece sulle sconfitte o sulle dichiarazioni poco felici. Sta accadendo esattamente la stessa cosa oggi. Avevano deciso che i Cinesi non esistevano e che il Closing fosse una operazione come minimo di facciata, al massimo, ammesso e non concesso, di corto respiro. E dal momento che i fatti stanno andando proprio nella direzione opposta, sulla strada del progetto e del rilancio, riecco la non accettazione, la creazione di una realtà parallela alla quale prima o poi il Milan che rialza la testa (ma come si permette?) si piegherà. C'era uno status quo nel calcio italiano, costruito su Juventus, Roma e Napoli. Con l'Inter unica "autorizzata" ad entrare nel board di classifica. Il Milan era stato giudicato e sentenziato, tenuto fuori e ai margini. "Gli amici del fondo Elliott a Londra", "Le coperture finanziarie" e "La scommessa" rispondono a questo sbigottimento, al fuori programma rossonero. Esattamente come gli "elicotteri che serviranno per scappare dopo le sconfitte". I milanisti ci sono già passati e sanno come si fa ad uscirne. Una sola domanda ai bene informati, a quelli che ne sanno del Milan più del Milan: ma se su Donnarumma aveva vinto Raiola, come mai il buon Mino mastica ancora amaro come si è capito dalle sue dichiarazioni su Niang?

Su certi profili twitter fioriscono le foto di Marco Fassone che firma nell'estate del 2015 il nuovo contratto con Geoffrey Kondogbia. Anche qui sorrisini, battutine sulle cose formali e ricami sul nuovo ad rossonero. All'epoca, le notizie e i dispacci sull'arrivo di Kondogbia erano precedute dalle telefonate dalla volta celeste di Roberto Mancini che, appena chiamava lui dalla sua santa sim, frotte di giocatori accorrevano ad Appiano Gentile. Due anni dopo ecco la rilettura. Visto che Fassone è andato al Milan, mettiamoglielo in conto. Onestà e buona memoria, please. Venerdì 19 Giugno, nel suo blitz a Monte Carlo, iniziato nel primissimo pomeriggio e provato a tenere segreto per evitare che lo sapessero proprio all'Inter, Adriano Galliani era in netto vantaggio sui nerazzurri. Era partito subito dopo pranzo e aveva già appuntamento a casa Kondogbia. Quando, poco dopo le 17.00, la notizia trapela, chi si imbufalisce è Roberto Mancini. Arrivato a mettere in gioco il suo mandato (esattamente come ha poi fatto fino in fondo un anno dopo), se non fosse arrivato Kondogbia. E' in quel momento che Fassone, e Ausilio, ripetiamo e Ausilio, partono insieme per il Principato e vincono il derby di mercato proprio quando il Milan appariva in netto vantaggio. Kondogbia dunque arriva per la forte volontà di Mancini e nonostante la relazione tecnica contraria di Massimiliano Mirabelli. Poi dopo Marco Fassone, e Piero Ausilio, ripetiamo e Piero Ausilio, sono quelli che mettono in pratica una operazione molto difficile e raggiungono il giocatore. Qualsiasi scenario che contempli solo Marco Fassone nella vicenda Kondogbia fa parte delle "cose deformate" che non saranno le prime e non saranno le ultime, ma rispetto alle quali le "cose formali" diventate un must per i milanisti hanno ben altro fondamento.

Ischia piange le sue 2 vittime e ha il cuore in pena per il raggio di 2 chilometri di Casamicciola alta colpito duramente dal sisma. Ma Ischia ha il dovere di andare avanti. E sta andando avanti. Il 99,9 per cento degli alberghi non ha smesso per un attimo di erogare servizi e prestazioni. Le persone vanno in spiaggia e l'isola è bella e verde come sempre. Non è cinismo, ma la realtà. A meno che le anime delle della solidarietà post-terremoto abbiano deciso di trasformarsi in branchi desiderosi di parlare solo di panico, abusivismo, confusione e altro. Ischia, anche quest'anno, ha messo a segno il 25 per cento del Pil dell'intero comparto turistico campano e il 33 per cento di tutta la provincia napoletana. E' un isola non assistita e non sopportata. Non ha bisogno di aiuto e se la caverà da sola. Ma almeno non mettiamone in ginocchio l'occupazione, disegnando scenari da antro della sibilla che non esistono. Tutti gli sfollati di Casamicciola alta hanno trovato un tetto messo a disposizione, in assoluta autosufficienza da parte dell'isola, da parenti e amici. L'ospedale Rizzoli di Lacco Ameno è tornato in funzione sei ore dopo la scossa che, storicamente, quando si abbatte su Casamicciola ha un impatto che va al di là della magnitudo. Sarri e il Napoli volevano giocare a Nizza con il lutto al braccio. L'Uefa non lo ha consentito. Faccia il Napoli qualcosa di meglio e qualcosa di più: visto che l'ordine pubblico lo consente e dal momento che lo stadio Mazzella si trova in una zona di Ischia per nulla raggiunta dalla scossa sussultoria del 21 Agosto, vada, nel periodo tranquillo della sosta per le Nazionali, a fare un allenamento ad Ischia. Uno solo. Per scacciare corvi e cassandre e per dare davvero il via al nuovo inizio di un meraviglioso pezzo d'Italia. A Ischia, il cuore del Napoli batte forte. Quanti traghetti partiranno anche nella prossima stagione per andare al San Paolo a sostenere la squadra partenopea. Ne faccia uno Sarri con i non nazionali. Ne vale davvero la pena.


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