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Editoriale

Milan: le cordate non convincono. Juve, Nainggolan il sogno di Allegri. Cremona: Conte figlio di nessuno. Rummenigge: il piano Marshall per Inter e Milan

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
04.04.2015 00:00 di Mauro Suma   articolo letto 25558 volte

Nella catena del dna, devono per forza esserci degli anelli più solidi degli altri. Quelli che, inglobando lesioni e metabolizzando negatività, si sono fatti la scorza più dura. E' lo scorrere della Storia che passa, colpisce, rafforza il ganglo e se ne va. Nel 2006, Calciopoli, è stato così. Grazie all'avvocato Marco De Luca, il Milan non si è fatto schiacciare unico e solo ben al di là delle proprie colpe come nel 1980, e ventisei anni dopo è riemerso dall'infamia, patita sia sul campo che fuori, più forte di prima almeno in Europa. Pare proprio che sia così anche oggi, 2015, Cordatopoli, chiamiamola così nell'accezione più serena e innocente del termine, il "Monopoli" mica era un reato. Negli anni '70 il grave declino del Milan pre-berlusconiano era iniziato proprio così, a colpi di cordate. Da Ambrosio-Rivera-Armani a Duina-Castelfranchi. Mamma mia. Il Milan trovò pace, e gloria, solo quando finì la lunga e tormentata transizione da un imprenditore puro, Albino Buticchi, all'altro, Silvio Berlusconi. Il quale, presidente del Milan più duraturo (29 anni in carica rispetto ai 9 di Rizzoli e Trabattoni) e vincente (non c'è bisogno di entrare nei "dettagli") di sempre, sembra aver sviluppato nel Dna suo e quindi del Milan proprio questa diffidenza nei confronti delle cordate. Le cordate sono parole, accordi, parentesi, ipotesi di buona volontà, prospettive, tentativi. Non sono ancora lo zoccolo duro della grande stabilità di un grandissimo Club calcistico. Silvio Berlusconi lo ha dichiarato il 31 Luglio 2012 a Milan Channel e vale ancora oggi: "Partnership? Magari, porte aperte, a patto che abbiano a cuore il bene del Milan". Avere a cuore, però, intendiamoci, significa essere sì bravi e intraprendenti, ma soprattutto veri, unici, tangibili, solvibili. Servono sostanza e solidità più di giri di valzer e fluidità. Scriviamo questo con tutto il rispetto per i manager che si susseguono sulla scena mediatica, sperimentando l'esposizione spaventosa connaturata al Milan, e che lavorano con Silvio Berlusconi per provare a garantire alla Società il futuro che merita. E per dare le giuste risposte ai tifosi rossoneri. Insomma quello che per il Milan ci vuole davvero, adesso, nel momento della svolta: non è ancora nato, non ha ancora preso corpo. Come vedete in queste poche righe non ci sonò percentuali e nemmeno equazioni algebriche. Di polvere se ne è fatta fin troppa. Il futuro del Milan è cosa seria e non merita di essere ridotta a materia volatile e probabilistica. Il bene del Milan non è un slogan vuoto da maneggiare magari con tono spazientito sui social. Ha un peso, un valore, un prestigio di altissimo livello e più ci si presenta con garanzie concrete fra le mani e più tutto questo potrà davvero essere lucidato. La scintilla non è ancora scoccata, ma il presidente Berlusconi la sta cercando. E non lascerà mai il Club in mezzo ad una strada come è successo in passato al Milan, come è successo ad altri e come potrebbe accadere oggi se si avallassero scelte delle quali fosse proprio il presidente Berlusconi in primis a non essere convinto.

Si sono solo sfiorati, a Cagliari, per pochi mesi. A Gennaio 2010 l'arrivo di Radja Nainggolan, ad Aprile l'esonero di Massimiliano Allegri per mano di Cellino. Ma lo strascico dell'intuizione è rimasto. E il feeling pure. Aveva cercato di portare Radja al Milan, ma la sconfitta nel derby di Dicembre aveva ormai portato il rapporto fra il Milan e Allegri ai titoli di coda. Oggi però Allegri è alla Juventus e Nainggolan in comproprietà fra Roma e Cagliari. Una compartecipazione dura, pesante economicamente, delicata. Se la Roma andrà in Champions League, tutto andrà a favore dei giallorossi. Ma se così non dovesse essere, con una Roma ulteriormente appesantita nei conti, tutto diventerebbe possibile. Anche e soprattutto l'ingresso sulla scena della Juventus, che aveva trattato più volte il giocatore ai tempi di Cellino, e del suo ex tecnico che vorrebbe allenarlo questa volta per un periodo più lungo di tre o quattro mesi.

Cremona è sempre la stessa, nel cuore della pianura padana, non lontana dal Po, con i suoi 150.000 abitanti e con il suo torrone. Il fatto è però che la Cremona di oggi sembra la sorellina spaurita di quella dell'estate 2012. Tre anni fa Cremona era il buco dell'ozono, l'ombelico non del mondo ma dei mondi, il più grande studio televisivo itinerante dopo il big bang. Antonio Conte all'epoca era la Juventus, gli juventini tutti. Con tutta la voglia di rivincita su Calciopoli, che la difesa di Conte comportava. Giù le mani, basta giustizialismo, erano solo alcuni dei feticci del furore difensivista di quell'estate. Esattamente come forcaioli e desiderosi di rivincita per le sconfitte sul campo del Campionato 2011-12 appena concluso, erano gli attacchi degli avversari, noi compresi, all'allora indagato tecnico bianconero. Di questa onda anomala dialettica, tre anni dopo, non è rimasto nulla. Oggi Conte è il Ct della Nazionale, che guiderà l'Italia all'Europeo del 2016, e visto che per la Juventus e gli juventini è l'alfiere di una federazione che a loro non va bene, vada pure a Cremona. Tranquillo, solo, soletto, silenziato. Come è cambiata Cremona.

Karl Heinz Rummenigge. Lo abbiamo apprezzato tante volte, ai Mondiali, ahinoi nei derby, ma non solo sul campo. Anche quando da dirigente suturò la ferita di alcune dichiarazioni rilasciate da Uli Hoeness o per la signorilità con cui agevolò nel Gennaio 2011 il passaggio-Scudetto di Mark Van Bommel dal Bayern Monaco al Milan. Ma ieri lo abbiamo letteralmente adorato. Proprio lui, proprio il grande Kalle, parlava di un Piano Marshall per il Milan e per l'Inter. Di un Europa che ha bisogno di due grandi squadre così. Da uomo di calcio vero, autentico, che ben sa che senza l'avversario muore l'emozione, si azzerano adrenalina e brivido competitivo. Non possiamo accostare ad un dirigente di questo calibro la pochezza degli insetti che avevano taroccato e mistificato quanto, proprio in questa sede cinque anni fa, scrivevamo sulla necessità di rilanciare la Juventus post-Calciopoli dei settimi posti, ma sottolineare le sue tesi sì. Non è che Rummenigge sia diventato interista o milanista, o che noi cinque anni fa fossimo juventini (le tre minacce di querela ricevute durante e dopo Calciopoli e la rassegna stampa nazionale su Milan Channel per le sue lotte sul gol di Muntari sono lì a urlarlo al mondo) e non è facile dare un seguito politico-sportivo all'intervista del presidente dell'ECA apparsa ieri sulla Gazzetta. Ma il messaggio è educativo per i tifosi. E sano per il calcio europeo: il fair play finanziario fa una selezione naturale negativa. Restringe. Settarizza. Proprio in una manifestazione-evento, la Champions League, che ha una sua vocazione ampia, globale. In cui devono esserci tanti, grandi avversari che competono fra loro. Nel rispetto della Storia e all'insegna del futuro.


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