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La Giovane Italia
Editoriale

Mirabelli dilettante? Parliamone. Maldini più chiaro e schietto di Totti e Buffon. Roma: Dzeko o Ninja, l'importante è cedere

27.01.2018 00:00 di Mauro Suma   articolo letto 22454 volte

Non è la prima volta che accade e non sarà l'ultima. Quando in qualsiasi sistema complessivo di regole, di economie e di rapporti ci sono usi e consumi consolidati, chi arriva e, per quanto lo riguarda direttamente, spariglia, prima viene guardato con sospetto. Poi si cerca di indurlo a più miti consigli. E se non si regola, lo si deride. Massimiliano Mirabelli non ha bisogno nè di avvocati difensori nè di crociate. Ma solo che si parli di lui, anche criticandolo se alcune scelte squisitamente di campo fino ad oggi non convincono, per quello che fa. Senza retropensieri e frecciatine però su quello che non fa,magari secondo le classiche abitudini di riferimento. E' probabilmente arrivato il momento allora di essere un po' più dettagliati sul suo modo di lavorare, così l'idea che ci si pùò fare del suo lavoro possa essere se non univoca quanto meno completa. Con il direttore sportivo rossonero, le commissioni ai procuratori non superano il cinque per cento, senza surplus e senza alternative o scorciatoie. Le sue trattative non prevedono scivoli o compensazioni economiche ai giocatori in uscita. E se ai tifosi e al grande pubblico poco interessano le questioni Club-agenti o le cessioni, che comunque sui bilanci e quindi sulle risorse disponibili per il calciomercato un loro effetto ce l'hanno, parliamo dei giocatori in organico. Anche perchè abbiamo letto da qualche parte sui social che, in fondo, su un giocatore come Gustavo Gomez, si poteva anche essere più flessibili. La convinzione di Casa Milan invece è che, anche se gli atleti non giocano con regolarità, non si svendono mai. Non rientrano nelle strategie? Ma nel calcio può cambiare tutto da una partita all'altra per le coincidenze più disparate, non sono mai situazioni definitive, rispetto alle quali il club di appartenenza non deve contare il minutaggio ma difendere il valore assoluto del proprio giocatore. Perchè anche il suo scarso utilizzo può diventare una molla di riscatto in caso di trasferimento, quindi un potenziale vantaggio per il club che lo acquisisce e questa possibilità va comunque valorizzata. I giocatori non si portano via a suon di offerte al ribasso perchè tanto...Sono tesi e principi poco consueti nella pratica quotidiana del mercato? Ci sta. C'è qualche mal di pancia? Ci sta. Ma allora intendiamoci, far girare la voce del Mirabelli dilettante non è una critica o una opinione, ma un messaggio E su questo chi vuol prendere le distanze o chi vuole rimanere della propria convinzione è liberissimo di fare sia l'una che l'altra cosa, ma avendo almeno qualche "elemento" in più.

Ultimamente quando parla Gianluigi Buffon, bisogna più sapere leggere fra le righe che altro. La questione del suo futuro sta diventando una lenta e graduale strategia di riposizionamento, che non sempre i tifosi colgono e che fa restare, come giusto, i tifosi dalla parte del campionissimo agli ultimi della sua carriera, piuttosto che dalla parte della società. Era accaduto, anche se in termini più chiari e diretti, anche fra Francesco Totti e la Roma. Buffon, Totti, fuoriclasse epocali che diventano sul finire della carriera quasi dei segretari del vecchio pentapartito. Intuiscono che la fine carriera si sta avvicinando e sussurrano, alludono, trovano nei tifosi una formidabile sponda. Ognuno fa, dice e pensa quel che meglio crede, per cui non sta a nessuno entrare nel merito. Ma qualche differenza la si può notare. Con Paolo Maldini ad esempio. Si è ritirato, punto. Senza code, senza rendite di posizione, senza se e senza ma. E già che ci siamo, anche senza vellicare il consenso popolare. Paolo ha cercato, negli ultimi anni della sua carriera, solo di tirar fuori il massimo da quello che restava delle sue ginocchia. Senza politichese e senza allocuzioni ministeriali. E di questo gli va e gli andrà sempre dato atto. Anche rispetto ad altri esempi e ad altri toni.

La sensazione, e non solo quella, è che non ci sia alcun fondamento tecnico rispetto alla cessione di Dzeko. Non si cede un titolarissimo a gennaio, metà stagione, con la Champions della stagione in corso e la Champions prossima ventura tutte aperte. La stessa cosa riguarda Nainggolan. E se nè l'uno nè l'altro sono ancora partiti, è probabilmente anche dovuto al fatto che la "disponibilità" romanista alla cessione di uno piuttosto che l'altro, abbia indotto nei potenziali acquirenti, inglesi o cinesi che siano, la sensazione che la Roma dovesse venderne uno a tutti i costi. E che quindi si potessero allungare i tempi per lavorare sul prezzo. Non facciamo i moralisti sui conti che prima i poi sono un appuntamento fisso e scomodo per tutti nel calcio italiano, nessuno escluso, anzi solo la Juventus esclusa in questo ciclo che sta peraltro durando da molti anni. Ma il tanto scassato e vituperato Milan, quello di cui il presidente Pallotta parlò ampiamente nel corso dello scorso mese di Luglio, qualche soldo per il mercato di gennaio lo ha messo a disposizione dell'allenatore. Che poi ha detto no grazie, preferisco andare avanti con i miei, tenerli e andare avanti con i discorsi che sto facendo con il gruppo attuale. Per sopravvenute e comprensibilissime esigenze invece la Roma deve togliersi un pezzo di cuore. O magari l'altro. L'importante è che arrivino i soldi giusti. E i discorsi estivi restano all'orizzonte. Ma molto all'orizzonte.


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