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Editoriale

Quando scade una tragedia?

06.03.2018 13:48 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 31910 volte
© foto di Alessio Alaimo

È tutto abbastanza complicato.
A volte (sempre?) qui si cazzeggia. Perché il calcio non è una cosa seria. O meglio, è seria se non la si prende troppo sul serio (almeno per chi scrive). Ma qui si parla di vita. E allora è doveroso fare un passo indietro.
Ieri mattina ero in diretta a dire la mia su questioni importantissime e originali tipo “il derby è davvero una partita da tripla?”. Alle 11.45 circa arriva la notizia. Ci domandiamo, tutti quanti: “Ma sarà vero? È possibile? Sarà la tipica balla da social!”. E invece no. E ci resti male. E il dolore – non bisogna nascondersi – si mescola alla “moderna” necessità di esserci. “Astori è morto, DEVI dire la tua”. Come se una frase potesse cambiare il destino di questo ragazzo, come se servisse a qualcosa. E allora partecipi al dramma: “Rip”, “Ciao Davide”, “Io conoscevo uno che lo conosceva”, “era un bravo ragazzo”, “fermate il campionato!”, “povera sua figlia”, “non è giusto”. Le ho/le abbiamo dette e scritte tutte. Perché è normale, perché funziona così. Abbiamo fatto della retorica, abbiamo detto cose vere e sentite, ci siamo accomodati al tavolo della tragedia e l’abbiamo “aggredita”, “sfruttata”, “spolpata” perché ci ha colpito, certo, ma anche perché non potevamo farne a meno. Poi l’abbiamo digerita. In fretta. C’è da parlare di elezioni, c’è il calcio “rimandato” che ora “torna” e affolla i calendari, c’è la necessità di raccattare clic e, quindi, “che tragedia Davide” ma anche “benvenuti signori alla Maratona Mentana!”.
Da buon esponente del sensazionalismo “usa e getta” (me ne vergogno, ma è così) ieri sera mi sono ritrovato a riflettere (parola grossa): quand’è il momento in cui una tragedia può essere retrocessa da “fatto di cui tutti parlano” a “ricordo” fino a “Astori chi? Ah sì, lo sfortunatissimo capitano della Fiorentina…”? Fino a qualche anno fa era tutto dilatato, c’era il tempo di capire, analizzare, vinceva l’esigenza di “dire la cosa giusta” piuttosto che quella di “fottere gli altri sul tempo”, ci si portava dietro il dolore e decideva “lui” quando andare via. Oggi no. Oggi tutto scade più in fretta di uno yogurt nel reparto caldaie. Anche la morte di un capitano di 31 anni. E si cambia discorso. Badate bene, non siamo qui a fare le verginelle, sappiamo come funziona ed è normale che sia così: i tempi sono cambiati, bisogna andare avanti e nessuno aspetta nessuno a prescindere dalla “grandezza del dolore”. È normale, certo, almeno per le masse di commentatori, esperti, amici degli amici degli amici, appassionati del dolore (possibilmente “altrui”).
Poi ci sono quelli, pochi, a cui non basterà un turno di campionato rimandato per assorbire il colpo. Ci sono i famigliari, i compagni della Fiorentina, quelli che sono cresciuti con lui, gli amici veri, gente che non è apparsa e ha scelto di stare in silenzio perché non stava male come me e te, ma stava (e sta) male davvero.
Davide Astori è morto, io non lo conoscevo. Chi è cresciuto e ha vissuto una parte del cammino con lui ne ha parlato come di una persona straordinaria. A guardare tutte le foto che girano in queste ore, a sentire le sue parole, ti viene proprio da credere che questa volta, sul serio, se ne sia andato “un bravo ragazzo”. Da oggi (ma forse già da ieri) la nostra “partecipazione al dolore” scemerà per lasciar spazio ad altre “priorità”: gli ottavi di ritorno di Champions League, il campionato che torna, Il Var che funziona e non funziona, lo scudetto in bilico, le polemiche, il “non siamo ai Mondiali!”, la scelta del ct, il presidente federale “che ancora non c’è”, i diritti tv, i “cinesi maledetti!”, il fair-play finanziario, i bilanci, il calciomercato dei sogni e “lo prendiamo Messaldo? Eh? Lo prendiamo?”.
Ciao Davide e ciao a tutti quelli che - a differenza di molti di noi - non riusciranno a far scomparire il dolore con la stessa facilità con cui #Astori è scomparso dalla classifica dei trend topic su twitter.
Ps. Credo che questa sia la cosa più “seria” che io abbia mai scritto. Per questo metterà insieme la miseria di 3 clic. Viviamo in un’epoca “strana” (Twitter: @FBiasin).


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