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Editoriale

Serie A in caduta libera, al gladiatore Conte sta stretta l'arena in cui eccelle, senza avversari, da tre anni...

Nato a Magenta il 28/4/1974, giornalista professionista dal 2001. Direttore Calcio2000, vanta collaborazione con diverse testate web e cartacee, oltre ad esperienze da telecronista. Opinionista Campionato dei Campioni.
07.05.2014 00:00 di Fabrizio Ponciroli   articolo letto 22382 volte
Serie A in caduta libera, al gladiatore Conte sta stretta l'arena in cui eccelle, senza avversari, da tre anni...

C'era una volta la SERIE A, quella con le lettere tutte maiuscole. I campioni (allora non si usava il termine Top Player) facevano a gara per venire a giocare nel dorato campionato italiano. Certo, c'erano i soldi ma anche un livello calcistico entusiasmante. Il "calcio" ci apparteneva, era un affare di casa nostra. Inutile soffermarsi sui motivi che ci hanno portato, inesorabilmente, a trasformarci da Signori del calcio a provinciali che inseguono i sogni di gloria di un passato ormai lontano. Ciò che resta è il presente, un presente in cui la Serie A è davvero poca cosa. Se la Roma non avesse trovato l'annata giusta, la Juventus avrebbe, letteralmente, passeggiato. Ma anche questo argomento è ormai datato. Ciò che è attuale è il volto di Conte. Il suo l'ha fatto, ancora una volta. Ha portato una squadra importante, per i canoni italiani, al terzo titolo consecutivo. Roba per malati di statistiche. Ma quel volto la dice lunga... Il rabbioso Antonio sta per alzare bandiera bianca. In cuor suo sa che, più di tanto, con la Juventus o, meglio, con una squadra italiana non si può fare. Lui, il Conte, vorrebbe una rosa capace di sedersi al tavolo delle grandi d'Europa senza sfigurare. Avere un bel gruppetto di Top Player tra cui scegliere, non "bastonare" sempre gli stessi (leggi Pirlo e Tevez), sperando che reggano all'infinito. Poi c'è quel Pogba. Uno che sta studiando da artista del calcio ma che, giustamente, sa che il suo futuro sarà altrove (se non quest'estate, la prossima...). E allora? Allora Conte farà l'unica cosa sensata per un allenatore dalle grandi ambizioni: lasciare quello che, una volta, era il Bel Paese e andare laddove esiste ancora un calcio dorato, in cui i Top Plater crescono come funghi porcini nel bosco. Il solo pensiero di allenare una rosa di giocatori, come si suol dire, di "prima fascia" lo elettrizza. Conte si sente un predestinato, una sorta di supereroe che, dopo aver scoperto di averli davvero dei poteri, può fare di tutto, anche scalare quell'Everest che risponde al nome di Champions League. Tenteranno di convincerlo a restare, gli prometteranno rinforzi importanti e un contratto faraonico ma, il buon Antonio, in cuor suo sa quale sia l'unica soluzione plausibile per un gladiatore a cui, ormai, sta stretta l'arena in cui, da tre anni, combatte senza avversari. L'estero non è una possibilità, è l'unica vera opzione. Ecco, di mezzo c'è l'amore per i colori bianconeri. Al cuor non si comanda? Forse, ma l'ambizione, spesso, è più forte del sentimento di riconoscenza. Se Conte non fosse juventino, se ne sarebbe già andato la scorsa estate, difficile che si sacrifichi per un'altra stagione. Il calcio italiano non dà garanzie. La maggior parte degli stadi sono scadenti latrine per ribelli senza identità, le nostre squadre corrono almeno la metà rispetto al resto dell'Europa che conta e, i Top Player, sono merce rarissima e, la maggior parte di loro, sono creazioni giornalistiche inventate per far finta che tutto funziona e che il nostro calcio ha ancora una certa rilevanza. Tutto falso e Conte lo sa bene...


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