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Editoriale

Siamo (quasi) tutti figli di Lotito: ecco perché. Ma il Napoli è figlio di nessuno. Milan, luce Menez e quelle scuse a Honda

Alfredo Pedullà è nato a Messina il 15 aprile 1964. Lavora a Sportitalia, giornalista per passione e convinzione. Il più bel premio ricevuto è l'affetto della gente
15.09.2014 00:00 di Alfredo Pedullà  Twitter:    articolo letto 43498 volte
© foto di Federico De Luca

Siamo il Paese dei Lotito. Dove la cosa più importante, anche mediaticamente, è denunciare per quale motivo fosse lì il presidente della Lazio prestato a... Tavecchio per la campagna elettorale. Lì a bordo campo, in tuta a Bari prima di Italia-Olanda, prezzemolino. Invece siamo tutti Lotito: predichiamo bene e razzoliamo male, da sempre. E nessuno interviene. Il discorso tocca tutti gli aspetti, tutti i settori, cerco di sintetizzare.
Ci sono giornalisti che adesso invocano la svolta nel calcio, la valorizzazione dei giovani, avanti con queste frasi fatte da una vita e che non hanno un significato. Si infervorano se arriva uno straniero, bisognerebbe averli soltanto italiani. E predicano un calcio migliore. Sono gli stessi, assolutamente gli stessi, che per una vita intera hanno avallato qualsiasi decisione di Macalli, che dirige la Lega Pro dal 1915-18. A ogni intervento di Macalli c'erano Nick e i suoi gemelli che dicevano: "Giusto, presidente". Facciamo la C in verticale. "Perfetto, pres". Mettiamo i limiti d'età? "Sacrosanto, pres". Facciamo i turni per andare alla toilette? Non l'ha detto, Macalli, ma se l'avesse detto, Nick e i suoi gemelli avrebbero sentenziato "perfetto, pres". Quindi, inutile meravigliarsi, i figli di Lotito imperversano da anni. Non sono tanti, ma si moltiplicano. Hanno lo stesso modo di fare, di agire e di pensare. E un seguito di cronisti compiacenti. Quando poi ti chiedono "ma come mai i quotidiani vendono di meno?", non bisogna laurearsi a Cambridge per dare una risposta aderente alla realtà. E non diciamo che è colpa soltanto di internet perché sarebbe una spiegazione senza il cento per cento di verità.
Siamo (quasi) tutti figli di Lotito. Il sistema è questo, inutile fare troppi giri. Ho letto sulla "Gazzetta" di sabato una considerazione su Bigon che non verrebbe esaltato per come meriterebbe. In che senso? Cosa non gli abbiamo detto che avremmo dovuto? Dovremmo fargli i complimenti per l'eliminazione in Champions League? Dice il saggio: ma Bigon è un esecutore di ordini, se De Laurentiis aveva deciso di tenere chiusa la cassaforte, mica avrebbe potuto fargliela aprire con la forza. Certo, ma adesso non facciamo che Bigon debba diventare il santo tra i direttori sportivi. Tra un po' magari, se questo è il codazzo mediatico, i tifosi del Napoli dovrebbero chiedere scusa a Bigon se il Napoli è finito fuori dalla Champions. Trattasi di mentalità, siamo (quasi) tutti figli di Lotito, ormai radicata e consolidata. Chi chiede che venga esaltato (per cosa?) Bigon è lo stesso che in dieci anni di gestione De Laurentiis non si è permesso di fare la minima obiezione sulle strategie societarie. Perché siccome tengo famiglia, meglio allinearmi con spremute di ruffianeria acuta. Hai visto mai? A parte il fatto che ci sono direttori sportivi, bisognerebbe dirlo a Bigon, che lavorano da anni senza un grande budget a disposizione. E magari tra questi ce n'è uno (si chiama Ausilio) in sella all'Inter e non al Borgorosso Football Club. Ecco, se siamo (quasi) tutti figli di Lotito, il Napoli di oggi è figlio di nessuno, come il mitico Polifemo. La casa brucia, la squadra arranca, il mercato è stato un fallimento strategico, De Laurentiis che ha quasi trascorso più giorni a CastelVolturno nell'ultima settimana che nell'ultimo anno. E poi ci dicono che bisogna rivalutare il lavoro di Bigon. Ma quale, di cosa stiamo parlando, ci siamo resi conto o no che il Napoli è una cosa troppo più importante di uno scendiletto per mezza notizia in più o in meno?
Siamo (quasi) tutti figli di Lotito. C'è un direttore sportivo che, un giorno prima del fallimento di un club, ha deciso di accettare la proposta proveniente dalla Puglia. Chi è stato lo sponsor? Ma no, dai, meritocrazia. Ce ne sono alcuni, impettiti, che non hanno mezza voce in capitolo su qualsiasi operazione e ragionano come se fossero i protagonisti. Invece, i rispettivi presidenti neanche li avvertono quando chiudono un affare, ci sarebbe da dimettersi piuttosto che aspettare il bonifico di fine mese. A Bologna un ex agente fa il direttore. Da qualche parte ci sono ex direttori che fanno gli agenti. In mezzo ci sono i direttori che fanno gli agenti contemporaneamente e gli agenti che fanno i direttori sdoppiandosi. Se non ci avessero rotto il calcio, qualcuno sarebbe intervenuto per porsi una domanda: possibile che hanno messo su un teatrino così poco edificante e sulle cose da risolvere in fretta tutti se ne guardano bene e se ne lavano le mani?
Siamo (quasi) tutti figli di Lotito. Anzi no, pardon. Lotito sa fare calcio, è presenzialista, entrerebbe anche nella pubblicità di Del Piero per travestirsi da... uccellino, ma non ci piove sul fatto che abbia buone intuizioni e un concetto del bilancio molto chiaro e concreto. Non sono sicuramente figli di Lotito a Catania: se avessero il cinque per cento delle qualità e delle caratteristiche, non avrebbero confermato Pellegrino per poi sostituirlo dopo tre giornate. Atteggiamento da dilettanti allo sbaraglio, programmazione zero. Fino a poco tempo fa Pulvirenti aveva la "balia" Lo Monaco che decideva anche il numero degli steward e dei tramezzini da consumare. Da quando la "balia" non c'è più, Pulvirenti si è affidato all'ex agente diventato direttore-vice presidente-amministratore, alias Pablo Cosentino. Un signore di bella presenza che anche quando sbaglia (sbaglia? Magari sbagliasse soltanto...) la colpa è sempre degli altri. La gestione della vicenda Pellegrino resta la sintesi dell'anti-tutto.
Ma in questo calcio c'è spazio per tutti. E domani non dimenticate di fare i complimenti a Bigon. Per cosa, non si capisce. E se voi lo avrete capito, sicuramente prima di me, fatemi un fischio. Obrigado.

Ps Un bel Milan, quello di Parma, fino a quando non è rimasto in inferiorità numerica. Con qualcosa da rivedere in difesa, ma il primo tempo rossonero assolutamente figlio, nipote e cugino di Pippo Inzaghi. Freschezza, volontà, geometrie pure, possesso e concretezza. E bravo a soffrire per difendere in dieci il prezioso risultato, colpendo ancora con De Jong. Jack (Bonaventura) meritava un battesimo così, la prima pepita rossonera. Abate al cross che sembrava Dani Alves. Il signor Menez che sprigionava il talento infinito riconosciuto da tutti. Con un gol di tacco, dopo fantastico assolo, da tramandare ai posteri, successivo a una presunta simulazione (non c'era stato contatto con Felipe, poi espulso). E poi... E poi ricordo certi editoriali prevenuti, tremendi, poco competenti nei riguardi di Keisuke Honda. Il succo: un pacco, un flop, una "pippa", soltanto un'operazione commerciale, rimandatelo in Giappone. Era appena arrivato, comunque senza esborso per il cartellino. E lorsignori dagli editoriali facili avevano sentenziato; già, perché chi si sveglia la mattina scrive un corsivo, senza un perché, e magari dovrebbe farlo sul muro adiacente al palazzo dove vive. Honda non è Maradona e neanche Pelé, ma neanche la "super pippa" che avevano raccontato. Ah, Keisuke, ti farei scrivere un editoriale...


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