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Editoriale

Spalletti e Allegri: è la gestione dell'esonero a fare la differenza. Sarri verso la Juve? Mourinho sarebbe stato massacrato

Nato a Napoli il 10/03/88, laureato in Filosofia e Politica presso l'Università Orientale di Napoli. Lavora per Tuttomercatoweb.com dal 2008, è il vice direttore dal 2012
26.05.2019 10:02 di Raimondo De Magistris  Twitter:    articolo letto 65711 volte
© foto di TUTTOmercatoWEB.com

Novanta minuti e poi tutti in vacanza. Dopo le gare inutili, stasera spazio agli ultimi verdetti. A chi si gioca tanto o poco. A chi parte da una situazione di vantaggio e a chi parte da una situazione disperata. Quest'ultimo non è il caso dell'Inter, che a San Siro contro l'Empoli dovrà solo fare il suo: vincere. Non la più semplice delle storie, ma nemmeno una impresa per la squadra nerazzurra, che per il secondo anno consecutivo si ritrova a giocarsi la qualificazione alla successiva Champions all'ultima giornata.
Quest'anno è sulla carta più semplice rispetto a un anno fa, quando l'Inter fu chiamata a battere la Lazio all'Olimpico. Ma rispetto a un anno fa, non si sono visti grossi passi in avanti: né in termini di risultati, né in termini di punti (-3 rispetto dopo 37 giornate). Nonostante una ottima campagna acquisti estivi e l'etichetta di anti Juve che, con motivazioni fondate, fu affibbiata alla squadra nerazzurra a fine agosto.
Anche da questi dati, da queste considerazioni, nasce la decisione dell'Inter a stagione in corso di cambiare allenatore, di cogliere l'opportunità Antonio Conte e di liquidare Luciano Spalletti a fine campionato. Decisione legittima, ma poi c'è tutto il resto. E quel 'tutto il resto' fa la differenza per non perdere di vista il presente.

Da dicembre in poi si è parlato molto di un Giuseppe Marotta che, una volta negli uffici di Corso Vittorio Emanuele a Milano, avrebbe cambiato la rotta di casa Inter con una gestione inappuntabile. Con la gestione modello Juventus. In realtà, anche la gestione dell'esonero dei rispettivi allenatori ha rimarcato ancora una volta la differenza strutturale tra i due club.
La Juventus subito dopo l'eliminazione dalla Champions League ha confermato Massimiliano Allegri per la stagione 2019/20. L'ha fatto per bocca del suo Presidente Andrea Agnelli e non l'ha fatto perché ci credeva davvero: ma per prendere tempo, per evitare lo scatenarsi di una lunga ed estenuante caccia al successore che avrebbe minato alle basi la serenità del gruppo da lì in avanti. L'ha fatto anche per lavorare sottotraccia, per trattare concretamente con i possibili successori senza le luci della ribalta e della stampa. Poi alla fine, a campionato conquistato e senza più obiettivi da perseguire, ha dato il benservito ad Allegri: ciclo finito, conferenza stampa congiunta, lacrime e saluti.
L'Inter invece s'è mossa in modo opposto, nonostante avesse di più da giocarsi rispetto alla Juventus perché lo Scudetto era già in ghiaccio (a differenza della qualificazione in Champions). E avesse un grande vantaggio, cioè idee chiare sul successore: Antonio Conte. Da più di un mese Luciano Spalletti è stato messo alla berlina: tutti sanno che non sarà lui il nuovo tecnico dell'Inter, ma tutto resta tra l'ufficioso e l'ufficiale. Nello spazio che meglio si confà al caos. Un susseguirsi di spifferi che ha messo il tecnico di Certaldo nelle condizioni peggiori per lavorare in questo ultimo mese e mezzo, al termine di una stagione degna dei migliori stress test.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: negli ultimi cinque turni l'Atalanta ha conquistato sette punti in più rispetto all'Inter, il Milan quattro, la Roma tre. E di questa situazione Luciano Spalletti è l'ultimo dei colpevoli. Perché deve essere stato particolarmente difficile essere Luciano Spalletti nell'ultimo mese e mezzo.

Maurizio Sarri è in questo momento il favorito per la panchina della Juventus. Più semplice arrivare a lui rispetto a Mauricio Pochettino e ad oggi - anche in virtù della volontà di Abramovich di cambiare dopo la finale di Baku - le possibilità che torni in Italia sono elevate, con la Juventus in prima fila.
Detta così, e letta così, sembra tutto normale. Poi però anche in questo caso c'è tutto il resto, e quel 'tutto il resto' in questo caso fa (dovrebbe fare...) la differenza. Maurizio Sarri per tre stagioni è stato l'allenatore del Napoli, l'antagonista della Juventus. E a Napoli non è stato un allenatore normale, è stato l'allenatore che s'è costruito la sua immagine e il suo fascino su un personaggio lontano anni luce dal 'Calcio del Palazzo'. S'è scritto tanto su questo aspetto e nei tre anni partenopei è stato amato anche/soprattutto per questo. E' l'allenatore del dito medio prima di Juventus-Napoli, è l'allenatore che ha attaccato la Juventus per come s'è comportata nella trattativa Higuain. E' l'allenatore che ha parlato di disaffezione verso il calcio per come la Juventus ha vinto lo Scudetto 2017/18. E l'allenatore che etichettò la sconfitta di Firenze come conseguenza di quanto successo in Inter-Juventus, il famoso Scudetto perso in albergo.
Sarri è diventato il Sarri che tutti conosciamo perché è un personaggio identitario, divisivo, da questo punto di vista paragonabile a José Mourinho. Che se avesse accettato di allenare la Juventus sarebbe stato semplicemente massacrato: perché certe parole hanno un peso, come certe azioni. E dovrebbero averlo per sempre.
Invece, nel caso di Sarri, tutto questo sta scivolando nell'oblio come se nulla fosse successo. Sta scivolando via sotto l'ormai sacro motto del 'Sono tutti professionisti'. Che può anche essere condivisibile, a patto però di chiarirlo anche quando sei dall'altro lato della barricata come fece Conte alla Juventus. Senza cambiare idea da un giorno all'altro, senza calpestare i sentimenti della gente.


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