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Editoriale

Tevez come Boateng: ma Pirlo e Llorente soffrono. Milan, Suso per giugno. Niente Matri e Babacar: resta Pazzini. Benitez: sembra lontano da Napoli. Zamparini: Iachini-Vazquez come Zenga-Pastore

Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
01.11.2014 00:00 di Mauro Suma   articolo letto 25925 volte
Tevez come Boateng: ma Pirlo e Llorente soffrono. Milan, Suso per giugno. Niente Matri e Babacar: resta Pazzini. Benitez: sembra lontano da Napoli. Zamparini: Iachini-Vazquez come Zenga-Pastore

Ci sta tutto. Massimiliano Allegri ha vinto 1 Scudetto in carriera e avendo centrato l'obiettivo con un atipico nel ruolo di trequartista, Kevin Prince Boateng al Milan, non stupisce che sia ripartito per centrare la stessa conquista con una mossa analoga: Calitos Tevez in quel ruolo, tra le linee avversarie. La novità è servita all'inizio, ma sembra aver il fiato corto e sembra togliere più che dare alle partite della Juventus. Tevez ha segnato e portato punti, che in classifica ci sono e valgono comunque il primo posto per via dello scontro diretto. Ma il fiato sembra corto. La Juventus di Antonio Conte sfiancava le squadre allargandole e arrivando sul fondo con gli esterni innescati da Pirlo. La Juventus di Massimiliano Allegri le punzecchia centralmente proprio all'altezza del loro ombelico. Ma è un gioco più complicato, al quale Pirlo partecipa relativamente perché il pallino della manovra, quando le cose si fan serie là davanti, non è più suo ma di Tevez. E a cascata ne patisce anche Llorente, per il quale dalle fasce non arriva più nulla e il suo diventa il gioco del povero Stefano Chiodi nel Milan della Stella del buon Barone Liedholm: portare la croce e aprire gli spazi. A quel punto se la scelte continua ad essere quella di Tevez nelle stesse zolle di Boateng e se il rischio è quello di perdere palla nelle zone centrali del campo, potrebbe essere Marchisio il centrale di centrocampo ideale come lo fu Van Bommel nel Milan dell'Allegri scudettato. E Morata potrebbe, almeno nelle funzioni (carisma e doti non sono comparabili), fare l'Ibra, allargandosi e togliendo altri riferimenti alle difese avversarie. In sintesi, quello con Pirlo non è né un problema caratteriale né di pregressi milanisti. Ma di visione del calcio e di impostazione della squadra.

Casa Milan: l'ottimismo per Suso cresce in maniera costante nel tempo. Ma non per Gennaio, bensì per Giugno. Nomi come Vangioni o altri sudamericani non trovano alcun tipo di conferma. Quello che è decisivo nel Milan di oggi è l'asse Berlusconi-Inzaghi. Il presidente è tornato a capofitto nel Milan, conquistato dalla buona fede e dal buon senso di Filippo Inzaghi. Che avrebbe potuto essere l'allenatore del Milan già da Febbraio, sempre e solo per unica decisione presidenziale, ma che ha avuto la fortuna e la possibilità di iniziare a lavorare a fondo sulla squadra dopo che le contraddizioni delle ultime stagioni erano state azzerate, e cioè dal mese di Luglio in poi. Silvio Berlusconi sogna di dare l'assalto a Juventus e Roma, nutre nei confronti di Filippo Inzaghi un affetto quasi filiale, vuol fare di tutto per riportare il Milan in una Finale di Champions League come quella squadra del 2007 la cui foto gigante troneggia nei corridoi buoni di Milanello. Non è semplice, ma il presidente si fida molto del nuovo corso e sente questa stagione molto sua, con tutta l'adrenalina che ne consegue. Non solo sul piano tecnico: al fianco di Barbara, è sceso in campo con entusiasmo, come non accadeva da illo tempore, per potenziare i contenuti e la mediaticità dell'area commerciale. La bravura di sua figlia nella realizzazione di Casa Milan gli ha conferito ulteriore slancio anche al di fuori del rettangolo di gioco di cui parla abitualmente con Inzaghi e giocatori.

Nelle stesse ore sono uscite due indiscrezioni riguardanti lo stesso ruolo e gli stessi giocatori. Qui Genova: Matri torna al Milan e Pazzini torna a Genova sponda blucerchiata. Qui Firenze: Babacar oggetto del desiderio, fra Fiorentina e Milan possibile uno scambio con lui o con un centrocampista (ai rossoneri piace molto Aquilani) sempre per Pazzini. Tutto rispettabile. Tutto doveroso, quando si tratta di seguire una pista o uno scenario, mancherebbe altro. Ma l'esperienza insegna che quando su uno stesso giocatore si scatenano le ipotesi più disparate e le più diverse fra loro, significa che alla fine non accadrà nulla. Pazzini ha una voglia "pazza" di giocare e il suo obiettivo è uno e uno solo: il rinnovo del contratto con il Milan a fine stagione. E' per questa posta in palio che si sta battendo. E proprio adesso che sta tornando Montolivo, che sa come lanciarlo, a Pazzini non passa nemmeno per l'anticamera del cervello l'idea di lasciare il Milan. Nello spogliatoio di Milanello è stimato e rispettato, dai tifosi del Milan è amato e seguito.

Visto da fuori è strano l'effetto che suscita il Rafa Benitez 2014-2015. C'è, è professionale, è presente fisicamente. Ma i suoi pensieri sembrano lontani, a pendolo, vanno e vengono. Come la spina del Napoli, che si stacca e si attacca a intervalli regolari. Sia fra una partita e l'altra che fra una fase e l'altra della stessa partita. Il Napoli non è ancora tornato da Bilbao. L'episodio dei giocatori rientrati da Berna il giorno successivo è abbastanza emblematico, anche se va concessa l'attenuante di una serata concitata e deludente. Benitez è impegnato a rispettare professionalmente il contratto, ma l'anima sembra in sede vacante. Mi fido o non mi fido. Il Napoli torna a investire o non torna. Il futuro c'è o non c'è. Sono sospesi i pensieri di Rafa e con loro anche i buoni propositi del Napoli di trovare finalmente continuità e passo.

Anni addietro il presidente Zamparini aveva "puntato" Walter Zenga perché non riusciva a far rendere al meglio il giocatorino, e aveva ragione nell'adorarlo, che aveva trovato in Argentina: Javier Pastore. Troppo tattico, troppo ruvido, questo allenatore, Pastore deve giocare sempre. Era il pensiero che spesso il numero uno del Palermo girava ad amici e interlocutori vari. Lo scenario sembra scolpito apposta per essere accostato alla vicenda odierna fra Beppe Iachini e Franco Vazquez. Il presidente va capito: su un colpo come Pastore o potenzialmente come Vazquez può costruire la tranquillità economica della sua società per diversi anni. Ma anche Iachini va capito, il suo Palermo lotta per salvarsi e non ha più la qualità delle stagioni precedenti, per cui soprattutto lui, più che il Walter Zenga delle stagioni precedenti, deve fare di necessità virtù.


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