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Editoriale

Un calcio diverso è possibile. La lezione di Astori, il pianto a dirotto di Chiellini. Firenze che applaude la Juve. Tutto il mondo del pallone ha riscoperto i valori: ripartiamo da qui

09.03.2018 00:00 di Enzo Bucchioni   articolo letto 25231 volte
© foto di Federico De Luca

Nella ‪piazza di Santa Croce a Firenze‬ gremita da diecimila persone, ieri mattina è andata in scena una rappresentazione tragica, drammatica, ma anche surreale, futurista, quasi fantastica, del mondo del pallone.
Attorno alla bara di Davide Astori, sfortunato capitano della Fiorentina, si è ritrovata tutta quanta la tribù del calcio alla ricerca di amore, solidarietà, vicinanza, ma forse anche per cercare delle strade nuove, per recuperare delle radici antiche e più vere.
Forse ci voleva un dramma, un sacrificio, per costringere tutti a riflettere e speriamo anche a capire. In morte di Astori, potremmo anche chiamarlo così questo damma. Quattro giorni che forse cambieranno il calcio, almeno lo speriamo.
Da ‪domenica mattina‬, uno dopo l’altro, sono arrivati segnali e messaggi da tutto il mondo. Giocatori, ex giocatori, campioni e non, persone che sicuramente Astori non sapevano chi fosse, hanno fatto scattare una mobilitazione senza uguali anche per casi simili, altrettanto drammatici. Una solidarietà globale. Il maxischermo di Wembley come quello di Parigi con la faccia di Astori ci hanno fatto emozionare.
E allora ci chiediamo: perché per Astori? Perché tanto affetto, mobilitazione e riflessione per il capitano della Fiorentina, ottimo giocatore di una buona squadra e niente di più?
Forse questa mobilitazione è scattata perché Astori è stato eletto a simbolo di un calcio che non c’è più. Probabilmente perchè in tanti quel calcio cominciano a rimpiangerlo. A sentirne il bisogno. Forse serviva un antidivo, un antieroe, per far riflettere.
La lezione di un ragazzo semplice, normale, di una persona perbene è più forte. Più credibile.
Davide Astori era portatore di valori, rispettoso sempre della vita e delle regole, un modo per rispettare anche gli altri. Ha vissuto la sua vita da giocatore come gli aveva insegnato la famiglia,  lontano dai riflettori, dai fuochi fatui di una mondo dorato, dagli eccessi dei fatti e delle parole. Ha interpretato una professione per godere davvero il suo sogno di bambino. Amava la vita, amava il pallone in un rapporto molto stretto. Da grande, scrupoloso professionista, ma nella assoluta normalità.
Il calcio forse sentiva il bisogno di uno così per allontanarsi dagli stereotipi, dalle immagini e dagli eroi negativi, dal business per il business che ne stanno minando le radici. Astori come esempio positivo per recuperare le radici.
E’ questo il messaggio che lascia il sacrificio di ragazzo di 31 anni e arriva forte da una piazza di tifosi. E’ questa l’eredità da coltivare.
E così l’arrivo della Juventus in Santa Croce al funerale, l’arrivo di Buffon, Chiellini, Allegri, quelli che fino a ieri a Firenze non si potevano neppure nominare, è stata l’occasione per far scattare applausi interminabili, sentiti, con il cuore. E’ stato così per tutti, il passaggio delle delegazioni e di dirigenti di tante squadre di tutto il mondo, ha ricordato una sfilata delle Olimpiadi. Altro contesto, è chiaro. Altra occasione, purtroppo, ma lo stesso atteggiamento morale. Ho paura della retorica, ma attorno alla bara di Astori ho ritrovato anche nel calcio, dopo tanto tempo, i valori più veri dello sport. Uno squarcio di umanità.
Umanità ricambiata. Durante la cerimonia Giorgio Chiellini non ha retto. E’ stato suo il pianto più lungo, straziante. Disperato. Dopo di lui Daniele De Rossi. Gladiatori, eroi immaginari, rappresentati fino a ieri come nemici da combattere, d’improvviso uomini da consolare. Come tutti. Uomini come Davide Astori.
Per l’ultimo saluto sono arrivati giocatori dalla Spagna, dalla Francia, dall’Inghilterra. Alcuni, come Jovetic, non avevano mai giocato con lui. Eppure hanno voluto esserci perché è scattato dentro qualcosa a tutti. Ha parlato la coscienza.
“Dobbiamo ripartire da questi valori” è stato il commento del presidente del Coni Malagò. E’ così.  Chi pratica lo sport i valori a volte li può dimenticare, ma li conosce bene e li ritrova. Malagò si deve far carico del rinnovamento della classe dirigente che i valori non li esprime perché non li conosce. Devono cambiare i messaggi per far arrivare a tutti l’idea che è il momento di cambiare. Che un altro calcio è possibile. Ripartiamo da qui. Non disperdiamo il messaggio che arriva dal dramma di Astori, sarebbe come farlo morire un’altra volta.


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