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Editoriale

Una settimana di fuoco per rilanciarsi in campionato, poi parli chiaro chi ha dei dubbi sul suo futuro a Napoli: questa piazza merita lo scudetto e non altri tradimenti

Laurea in Giurisprudenza, scrittore, giornalista professionista, radiocronista dal 1985 e telecronista Mediaset Premium per le partite del Napoli. Corrispondente di Tuttosport, coordinatore per Piùenne, produce e conduce "Si gonfia la rete"
26.10.2014 00:00 di Raffaele Auriemma   articolo letto 17815 volte
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews

Una settimana campale, cruciale, al limite delle considerazioni estreme. Da oggi a sabato prossimo, sette giorni di fuoco. Si comincia con la sfida casalinga contro il Verona, per proseguire con l'infrasettimanale di Bergamo e il big match di sabato al San Paolo contro la Roma. Se il bel Napoli di un anno fa non è sparito, se è soltanto finito in letargo dopo le fatiche Mondiali e se davvero può rilanciarsi verso le prime posizioni della graduatoria, questo è il momento giusto per dimostrare che la strada dalla quale Benitez ha deciso di non spostarsi, è sempre quella giusta. "Non bisogna dare peso alle sconfitte" è il credo di don Rafè, perché per lui prima o poi i calciatori impareranno quel calcio che sta provando ad impartire loro da 16 mesi a questa parte. Meglio prima che poi. Diceva Totò, "ogni limite ha una pazienza" e pure quella di De Laurentiis comincia a vacillare, al sol pensiero degli investimenti fatti nelle ultime tre sessioni di mercato per dare a quel Napoli capace "solo" di approdare in Champions e vincere una Coppa Italia a distanza di cinque lustri dall'ultima, un tecnico vincente ed acquisti di alto profilo per fare il salto di qualità e dare l'assalto allo scudetto. Se poi riesci pure a convincere uno degli attaccanti più costosi e richiesti al mondo che il tuo progetto è giusto quasi quanto quello di altri top club, allora sì che la spesa vale l'impresa. Poi succede che Higuain non segna da 8 partite di campionato per 720 minuti complessivi e pure Hamsik comincia a perdere valore perché all'asciutto in serie A dallo scorso 11 maggio. Certo, succederà che riprenderanno a fare gol, li hanno sempre fatti, nell'auspicio che intanto la squadra non perda altro terreno in vista degli obiettivi che società e tecnico si sono prefissati. Fallire non si può, non si deve, essendo quello azzurro un club che campa di successi sportivi per tirare fuori i ricavi necessari a potenziare l'organico. Altro non ha ed in una situazione simile occorre adottare la politica dei piccoli passi, aggiungendo uno o due pezzi su di un mosaico che dovrebbe essere incoraggiato e non demolito. Tutto il resto sono chiacchiere, perché sarebbe impossibile in tale contesto investire 100 milioni all'anno in cartellini di calciatori e nemmeno si può aspettare che dal vivaio vengano fuori i talenti che occorrono per vincere un po' di più di ogni 25 anni. Il Napoli di adesso, quello che non può contare sulle risorse provenienti dallo stadio di proprietà o su soci danarosi come gli sceicchi, deve muoversi con cautela, centellinando le energie, valorizzando sempre il parco giocatori e non costringerli ad andar via quando hanno un carattere forte e non sono solo dei soldatini ai quali insegnare nevroticamente i meccanismi di gioco. A Napoli solitamente bisogna essere malleabili, nella vita di tutti i giorni quanto nel calcio, ed esser bravi a trovare il giusto compromesso per soddisfare una platea stufa dei piazzamenti e desiderosa, oggi, di essere prima almeno nel pallone. Questa è Napoli, tutto il resto sono chiacchiere e gite turistiche come qualsiasi visitatore dovrebbe fare. In una realtà solitamente individualista ci si riconosce solo in uno sport di squadra come il calcio, per il quale dimenticare le differenze di classe e di professione e ritrovarsi, loro sì, "spalla a spalla" nel dare spinta ai calciatori in campo. Qui la serenità è un difetto e diventa obbligatorio tirare fuori la "cazzimma" per superare ostacoli altrimenti insormontabili. A Napoli serve questa qualità intraducibile per cancellare il divario con chi ha di più, ma diventa obbligatorio soprattutto il parlar chiaro. Adesso, non necessariamente in pubblico, affinchè la società sappia su chi potrà contare o meno per il futuro prossimo di una squadra e di una piazza che non meriterebbero altri tradimenti.


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